Emilio Salgari.
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Le aquile della steppa.
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1907. Donath Editore, GENOVA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Le Aquile della steppa  un romanzo di Emilio Salgari, scritto e pubblicato in 33 puntate fra il 1905 ed il 1906 sul giornale Per terra e per mare da lui stesso diretto.
L'inizio  in medias res: un mestvire (cantastorie) sta tentando di sfuggire all'inseguimento di un intero villaggio del popolo dei Sarti, ma il possente Tabriz monta a cavallo, lo raggiunge e lo fa prigioniero. Scopriamo che il mestvire  il capo di una pericolosa organizzazione di banditi, le "Aquile della steppa", che poche ore prima avevano rapito e portato via la giovane Talm, proprio durante la cerimonia di nozze che la doveva destinare in sposa a Hossein, il nipote di Giah Agha, uno dei pi potenti beg (capi) della steppa.
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L'AUTORE.
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Emilio Salgari, novelliere e romanziere, nacque a Verona il 25 agosto 1863 e mor suicida a Torino il 24 aprile 1911.
Da giovane si iscrisse allIstituto nautico di Venezia, ma non port a termine i suoi studi n divent mai un viaggiatore di mare come aveva sognato: viaggi anzi pochissimo, come capitano marittimo mercantile, dai 18 ai 25 anni e percorse largamente i mari; ma il giornalismo e la letteratura l'attrassero presto a descrivere e a narrare le tante cose vedute. Viaggiava molto con la fantasia: era lettore disordinato di romanzi avventurosi di autori stranieri, di riviste di viaggi, di libri di storia e di geografia, sui quali si documentava prima di creare un nuovo romanzo. Fu un autore prolifico, scrisse moltissimo, pi di 80 romanzi e circa 150 racconti, spesso pubblicati prima a puntate su riviste e poi in volume. E' ricordato soprattutto per essere il "padre" di Sandokan, del ciclo dei pirati della Malesia e di quello dei corsari delle Antille.
I suoi personaggi affascinano i lettori per la forza dei loro ideali di libert, di indipendenza e di giustizia. Il suo scopo, per, attraverso decine e decine di romanzi, non era quello di educare i ragazzi con principi morali o civili ma di arricchire la loro fantasia.
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Le Aquile della Steppa.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Un supplizio spaventevole.
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All'armi Sarti!... Eccolo!...
Un urlo assordante fece eco a quel grido; poi un'onda di uomini si rovesci attraverso le strette viuzze del villaggio fiancheggiate da casette d'argilla grigia, di meschino aspetto come gi lo sono tutte quelle che abitano i turcomanni non nomadi della grande steppa turanica.
Fermatelo con una palla nel cranio!
Lesti, giovanotti!
Addosso a quel cane!
Fuoco!
Una voce imperiosa, che non ammetteva replica, domin tutto quel baccano:
Guai a chi fa fuoco! Cento tomani a chi me lo porta vivo! Nota: Il tomano vale 11 lire e 60 cent. Fine nota.
Chi aveva dato quell'ordine era un bel vecchio, uno dei pi belli che si potessero trovare nelle steppe turchestane, che doveva aver gi varcata la sessantina, di forme piuttosto tozze e robuste con spalle ampie e braccia muscolose e la pelle fortemente abbronzata e resa ruvida dagli ardori intensi del sole e dai venti frizzanti della grande steppa, gli occhi neri e ancora pieni di fuoco, il naso un po' adunco, come il becco dei pappagalli, ed una lunga barba bianca che gli scendeva fino a met del petto.
Dal costume che indossava si poteva subito capire che apparteneva ad una casta elevata, poich il suo ampio turbante era di seta, variegata ed intessuta con pagliuzze d'oro, la sua lunga zimarra di panno finissimo con alamari d'argento ed i suoi stivali, dalla punta assai rialzata, di marocchino rosso.
Inoltre impugnava una vera sciabola di Damasco, una di quelle famose lame che si fabbricavano anticamente in quella celebre citt e che pare fossero formate con sottilissime lamine di ferro e d'acciaio sovrapposte, onde renderle flessibili fino all'elsa.
Al comando lanciato dal vecchio, tutti gli uomini che lo circondavano abbassarono i fucili e le pistole e, tratti dalle loro larghe cinture i kangiarri, quelle corte sciabole che somigliano cos tanto ai jatagan dei turchi, si gettarono nuovamente a corsa furiosa, urlando:
Addosso!
Lesti!
Non bisogna che ci fugga!
Ci sono cento tomani da guadagnare!
Un uomo, che era saltato poco prima gi da un terrazzo d'una di quelle casupole, fuggiva dinanzi a loro, facendo sforzi prodigiosi per mantenere la distanza.
Quantunque non fosse pi giovane, balzava coll'agilit di un'antilope, descrivendo di quando in quando brusche curve, onde non lo si potesse prendere di mira e agitando disperatamente le braccia come per darsi maggior slancio.
Era un uomo di forme grossolane, con un collo da toro, il viso angoloso e di tinta quasi terrea, con una lunga barba nera e gli occhi piccoli, leggermente obliqui, simili a quelli che hanno i ghirghisi, quegli irrequieti ed indomabili predoni della steppa della fame, che dove pongono il piede non lasciano pi nemmeno crescere un filo d'erba.
In una mano teneva un jatagan dalla lama larga e leggermente ricurva, e nell'altra una specie di chitarra col manico lunghissimo e le corde di seta, uno di quegli istrumenti che i turchestani chiamano la guzla.
L'inseguimento diventava accanitissimo. I Sarti, che all'allarme dato si erano precipitati nelle vie, erano una cinquantina, quasi tutti giovani e lesti di gambe, e gareggiavano fra di loro per guadagnarsi i cento tomani promessi dal vecchio: una somma grande per quegli uomini della steppa, che non posseggono quasi mai denaro.
Fermati, canaglia! gridavano tutti in coro, roteando minacciosamente i kangiarri a rischio di ferirsi fra di loro. Fermati, cane d'un mestvire! La tua guzla non ti salver!
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Nota: Il Mestvire  pari ad un Bardo, suonatore e narratore di canzoni e leggende turchestane. Fine nota.
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Il suonatore raddoppiava i suoi sforzi e precipitava la corsa, mugolando ed ansando come una bestia feroce. Aveva il volto congestionato, gli occhi fuori dalle orbite, le sue tempie battevano febbrilmente, e dal suo largo petto uscivano veri sibili, tanta era affannosa la respirazione.
Uscito dalle strette viuzze del villaggio, si dirigeva verso l'immensa steppa, coperta di erbe altissime, forse colla speranza di trovarvi nel mezzo un nascondiglio.
Ad un tratto un urlo di gioia sfugg agli inseguitori.
Tabriz! Ecco Tabriz! Ah! il furbo!
Un uomo di statura gigantesca, che montava un magnifico cavallo persiano dal pelo lucentissimo, era uscito da una via laterale ed era passato come un uragano a fianco dei corridori.
Il fuggiasco, udendo il galoppo del cavallo, mand una bestemmia e si ferm alzando l'jatagan.
Non mi avrete vivo! url; prima uccider un buon numero di voi.
Il cavaliere gli correva addosso con velocit fulminea.
Il mestvire fece un salto di fianco, per evitare l'urto, ma il cavaliere con una strappata a destra e con una stretta delle ginocchia, fece fare al suo destriero un volteggio fulmineo, che nessun altro sarebbe stato capace di fare e lo urt cos violentemente da gettarlo a terra.
Sei preso, mio caro! disse il gigante.
Balz da sella e si precipit sul fuggiasco ancora stordito da quell'urto violentissimo, gli strapp di mano l'jatagan, poi lo alz in aria come fosse stato un fanciullo, gridando:
Eccolo, Giah Agha beg!  tuo, padrone!
Il mestvire si dimenava disperatamente, digrignando i denti e tentando di colpire, coi suoi pesanti stivali ferrati, l'ercole, senza per riuscirvi.
Gl'inseguitori in un momento circondarono i due uomini, urlando a squarciagola:
 preso!  preso! Strozzalo, Tabriz! Dgli una buona stretta di mano! Vendica Talm!
Il vecchio che giungeva ultimo, con un gesto imperioso, arrest il gigante, il quale aveva gi cominciato a stringere il collo del prigioniero colle sue formidabili mani.
No, Tabriz, disse. Deve parlare prima e dirci dove hanno portata Talm. Egli  un complice, fors'anche uno dei capi di quelle maledette Aquile della steppa.
Non  vero, beg! grid il mestvire, con voce strangolata. Io non sono che un povero suonatore di guzla e non ho aiutato quei miserabili a rapire la sposa di Hossein! Lo giuro! Lo giuro!
Taci, cornacchia! rispose il gigante, scuotendolo ruvidamente. Taci, o ti rompo le costole con una buona stretta, di quelle che so dare io solo.
Siete miserabili! assassini! Volete la mia morte per divertirvi!
Portalo al villaggio, Tabriz, disse il vecchio beg, saettando con uno sguardo feroce il prigioniero.
Poi, volgendosi verso gli altri, chiese:
Avete del gesso nelle vostre capanne?
Udendo quelle parole il mestvire divent spaventosamente pallido, poi un urlo d'angoscia gli sfugg:
Ah! No! No! Grazia!
Gettalo sul cavallo, Tabriz, disse il vecchio, senza nemmeno rispondere al prigioniero, n impietosirsi del terrore immenso che traspariva dai suoi occhi dilatati e dai suoi lineamenti sconvolti. E voi andate a raccogliere tutto il gesso e portatelo sulla piazza del villaggio.
Un momento, padrone, disse il gigante. Bisogna assicurarlo bene; questi rettili mordono.
Gett a terra il disgraziato suonatore, gli pos un ginocchio sul dorso per tenerlo fermo, poi levatasi la fascia di grosso feltro che gli stringeva la lunga zimarra, gli leg strettamente le mani dietro la schiena.
Lo sollev e lo mise sul suo cavallo, prendendo in mano le briglie.
Siamo pronti, padrone, disse poi al beg.
La truppa si mise in marcia ritornando verso il villaggio, ove si erano radunati i vecchi, le donne ed i fanciulli.
Il mestvire non aperse pi bocca, n fece alcuno sforzo per liberarsi dai legami. Il suo pallore non era ancora scomparso dal suo viso e di quando in quando un forte tremito lo faceva sobbalzare, specialmente quando i suoi sguardi s'incontravano con quelli del vecchio beg.
Giunti dinanzi ad una casupola, che aveva un aspetto migliore delle altre, Tabriz arrest il cavallo e lev dall'arcione il prigioniero, mentre il beg diceva agli uomini che lo accompagnavano:
Dieci di voi si mettano dinanzi alla porta colle armi cariche e gli altri vadano a cercare il gesso.
Il supplizio di questo miserabile sar pubblico.
Ed ora lasciatemi tranquillo.
S, Agha beg, risposero in coro coloro che avevano preso parte all'inseguimento.
Tabriz, che teneva il prigioniero fra le braccia, con un calcio spost la pietra che serviva di porta ed entr in una camera piuttosto vasta, dalle pareti grigiastre, malamente illuminata da due pertugi che somigliavano a feritoie.
Depose il prigioniero su un vecchio tappeto persiano, senza slegargli le mani e si sedette accanto a lui col kangiarro snudato, risoluto ad ammazzarlo come un lupo rabbioso, al primo tentativo di rivolta.
Il vecchio beg stette in piedi, dardeggiando sul miserabile uno sguardo feroce.
Parla, gli disse con voce minacciosa. Dove hanno condotto Talm?
Io non so nulla, rispose il prigioniero. Io sono sempre stato un povero suonatore di gutzla ed un narra istorie e non ho mai avuto nulla a che fare colle Aquile della steppa.
Tu menti, cane! url il vecchio, esasperato. Innanzi tutto non saresti fuggito dinanzi ai Sarti, se tu avessi avuto la coscienza tranquilla, e poi vi  un uomo che giura di averti veduto poco prima degli sponsali di mio nipote Hossein, parlare con un ghirghiso, che fu poi notato fra la banda delle Aquile.
Quell'uomo si  ingannato, beg, lo giuro sulla testa di mia moglie e dei miei fanciulli.
Non vuoi dunque dirmelo? grid il vecchio, alzando il pugno.
Non posso confessare ci che io non so, rispose il mestvire con voce ferma. Tu puoi uccidermi, farmi subire il tremendo  supplizio del gesso, se lo vuoi; ma da me non saprai nulla, perch io non ho mai fatto parte di alcuna banda di briganti.
 la tua ultima parola?
S, beg.
Sta bene: vedremo se saprai resistere.
Un forte tremito scosse il miserabile, e la sua fronte si copr di goccioloni di sudore, tuttavia non aggiunse verbo.
Tabriz, disse il vecchio, non lasciarlo un solo istante. Io vado a preparargli la fossa.
Era appena uscito, quando entr nella stanza un giovane di statura appena superiore alla media, dal colorito giallo pallido e di forme esili, con indosso un costume sfarzoso fra il georgiano ed il persiano, con molti ricami d'oro sulla giubba e sui larghi calzoni di seta bianca, ed un superbo sciallo di Kerman annodato intorno ai fianchi, fra le cui pieghe erano passati due kangiarri, coll'impugnatura di diaspro orientale.
I suoi occhi che avevano la tinta e anche il lampo dell'acciaio, non possedevano quello sguardo fiero e limpido, che si osserva in quasi tutti i turcomanni; avevano invece qualche cosa di ambiguo, di falso, che metteva un certo malessere in chi doveva per qualche istante sostenerlo. Anche i suoi lineamenti duri, angolosi, erano molto lontani dall'avere quel bell'ovale che si nota nei discendenti degli antichi persiani; il suo naso era molto adunco, la bocca assai larga con labbra sottilissime, atteggiate ad un mezzo sorriso niente franco.
Tu padrone? disse Tabriz, salutandolo con un cenno del capo.
Sono giunto in questo momento precedendo mio cugino Hossein, rispose il giovane, fissando con uno sguardo inquieto il prigioniero.
Non avete trovato nulla?
Abbiamo rovinati inutilmente mezzi i nostri cavalli.
Dov' mio zio?
 uscito poco fa, onde preparare a questo miserabile, che si ostina a non parlare, una tomba che lo stringer per bene.
Un fremito fugace corse pel corpo del giovane, ed i suoi occhi irrequieti tornarono a posarsi sul prigioniero.
Non vuole parlare? disse, dopo un momento di esitazione.
No, signor Abei.
Lasciami solo con quest'uomo, Tabriz. Voglio provare io a farlo cantare.
Guardati, padrone: questo  pericoloso e capace di tutto.
Ho due kangiarri che tagliano come rasoi, non ho quindi nulla da temere da costui.
Mettiti di guardia fuori dalla porta. Farai presto ad accorrere.
S, padrone, rispose il gigante alzandosi.
Appena furono soli, il giovane si curv rapidamente sul prigioniero, dicendogli sottovoce:
Tu ormai sei perduto e, se anche tutto confessassi, non usciresti egualmente vivo dalle strette del gesso, perch mio cugino Hossein, fra poco, sar qui, e quello non ti far grazia.
Lo so, signor Abei Dullah, rispose il prigioniero. Io sono uomo finito ormai.
Tu hai moglie e figlioli.
 vero, signore.
Io m'impegno di far giungere alla tua famiglia duemila tomani se tu manterrai il segreto e non pronuncerai il mio nome. D'altronde nessuno ti crederebbe svelando me.
Me lo giuri, signore?
Sul Corano.
Ora che so che mia moglie ed i miei figli non soffriranno la fame, morr pi tranquillo, disse il mestvire con rassegnazione, e sopporter da ghirghiso gli spasimi delle tremende strette.
Bada!
Non temere, signore.
Abei si rialz e chiam Tabriz, il quale fu pronto ad accorrere.
Quest'uomo non parler, gli disse. Lo uccideremo inutilmente senza cavargli dalla bocca se ha preso parte al rapimento di Talm, e senza sapere il luogo ove l'hanno condotta le Aquile. Povero Hossein! Impazzir dal dolore!
Grida feroci coprirono le sue ultime parole.
Il prigioniero! Il prigioniero!
Una banda d'uomini irruppe nella stanza, armati di kangiarri e di fucili dalla canna lunghissima.
Tutto  pronto, Tabriz! grid uno di loro. Il beg lo aspetta.
L'ora suona, disse il gigante, alzando il prigioniero. Preparati pel gran viaggio e raccomanda la tua anima al Profeta.
Il mestvire curv il capo senza rispondere e si lasci spingere fuori dalla stanza.
Subito la scorta lo circond, quantunque Tabriz lo tenesse strettamente per un braccio.
Attraversate tre o quattro viuzze che erano ingombre di persone, di cavalli e di cammelli, il drappello giunse ben presto sulla piazza del villaggio, dove si trovava il vecchio beg circondato da altri uomini armati, fermo sull'orlo d'una fossa profonda un metro e mezzo, e larga appena sessanta centimetri, sia da un verso che dall'altro.
Il mestvire, nel vederla, impallid, spaventosamente ed i suoi occhi, che erano diventati sanguigni, cercarono ansiosamente quelli di Abei Dullah, il nipote del beg. Un rapido cenno fattogli dal giovane, parve rasserenarlo ed infondergli un po' di coraggio.
Il beg gli si era appressato, chiedendogli:
Vuoi parlare?
Ti ho gi detto che non so nulla. E poi, aggiunse con amarezza, anche se io ti dicessi od inventassi qualche cosa, non salverei egualmente la mia vita. Tuo nipote Hossein non mi risparmierebbe.
No, di certo, perch sei tu che hai organizzato il rapimento di Talm, miserabile! Ormai sei uomo morto, ma prima di comparire dinanzi al Profeta pel giudizio supremo, dovresti dirci dove le Aquile hanno nascosta la fanciulla.
Le buone azioni non vengono scordate dal grande giustiziere.
Non so nulla e non mi strapperai altra parola. Vuoi la mia morte? Ebbene sono pronto a subirla.
Calatelo, comand il beg.
Tabriz tolse al prigioniero le vesti, lasciandolo quasi nudo, gli leg strettamente le gambe, poi lo assicur ad un grosso piuolo che era piantato profondamente nella fossa.
A voi, ora, disse l'implacabile vecchio volgendosi verso alcuni uomini, che tenevano in mano sacchetti coperti di una polvere bianca, che altro non era che gesso.
Cominciarono a vuotarli entro la fossa, coprendo a poco a poco il disgraziato mestvire, poi, quando il gesso gli giunse alle spalle, vi gettarono sopra parecchie secchie d'acqua.
Il condannato, che fino allora aveva dimostrato un grande coraggio, non pot frenare un urlo d'angoscia.
Lo spaventevole supplizio cominciava, spaventevole perch  ben pi terribile della decapitazione, dell'impiccagione e fors'anche del palo. Inventato dai Persiani, che si sono, in tutte le epoche, mostrati crudelissimi nei mezzi di dare la morte e che lo usano tuttavia in certe provincie, quantunque sia stato soppresso nelle grandi citt ove vi sono consoli europei,  stato subito adottato dai turcomanni, dagli afgani e dai belucistani, pi feroci degli stessi persiani.
Il gesso, dopo bagnato, come si sa, non tarda a rapprendersi ed espandersi, chiudendo come entro una morsa di ferro l'oggetto che gli si affida. Ognuno pu facilmente figurarsi quale pressione deve esercitare su un corpo umano che non pu offrire la resistenza del metallo.
Il sangue sotto la formidabile stretta, che aumenta di momento in momento, si arresta, le gambe e le braccia si immobilizzano, le costole cedono, il corpo si schiaccia.
Il disgraziato mestvire che aveva la sola testa fuori dalla massa che gli si serrava addosso, aveva cominciato a urlare spaventosamente. Il suo viso, disfatto da un terrore impossibile a descriversi, si copriva d'un freddo sudore.
Il beg assisteva impassibile all'agonia del miserabile, guardandolo freddamente. Anche gli altri non dimostravano alcuna compassione per le sofferenze atroci del povero suonatore di guzla. Solo Abei Dullah, il nipote del beg, di quando in quando dava in un sussulto.
Confesserai? chiese ad un certo momento il vecchio, curvandosi sul moribondo.
Questi gli lanci uno sguardo carico d'odio, e non apr le labbra.
Dell'altra acqua! disse il beg.
Due altri secchi furono vuotati, insieme ad un altro sacchetto di gesso. Il collo del mestvire fu subito imprigionato ed il suo volto divenne paonazzo.
L'asfissia cominciava.
Parlerai? ripet il beg.
S, rantol il moribondo.
Dove hanno condotto Talm?
A... a... Samar...
Non fin la frase. Rote gli occhi all'ingiro, apr spaventosamente la bocca come per aspirare l'ultima boccata d'aria, poi la testa cadde all'indietro.
L'asfissia lo aveva ucciso.
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CAPITOLO 2.
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La tenda del "beg".
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La luce si era spenta sull'immensa steppa, che si estende sempre piana e coperta di sole erbe e che d'estate il sole bruciante dissecca e che i freddi invernali fanno rivivere rigogliose, dalle rive orientali del mar Caspio a quelle occidentali del mar d'Aral.
La notte non prometteva di essere buona. Era oscurissima, senza luna e senza stelle, essendosi il cielo tutto coperto di vapori e piuttosto fredda, poich verso l'autunno cominciano gi le forti brinate su quelle pianure, che durante l'estate invece pare che avvampino. Un vento tagliente e secco, che soffiava dal Caspio, passava di quando in quando, con mille sussurrii, curvando le alte erbe e facendo oscillare l'alta tenda di Giah Agha, malgrado la grossa pietra che era stata appesa alla cinghia centrale, onde darle maggiore stabilit.
I turcomanni, quei terribili nomadi che hanno dato sovente tanto filo da torcere ai russi, ai persiani, ai belucistani e anche agli afgani, sono gi famosi nelle costruzioni delle loro tende, le quali possono benissimo resistere anche ai venti pi impetuosi, che si scatenano sovente su quelle lande sterminate.
Dnno ad esse una forma tutta speciale, che non ha nulla di comune con quelle degli arabi e tanto meno coi wigwam delle pelli rosse dell'America del nord.
Sembrano cupole, ma molto alte, e nella loro costruzione non adoperano che pertiche molto elastiche, piantate profondamente nel suolo, curvate in alto e quindi legate saldamente ad un cerchio e coperte di feltro, assai spesso, impenetrabile alla pioggia e di colore per lo pi assai oscuro.
Ordinariamente non hanno proporzioni molto vaste. Quella per del vecchio Giah Agha, era invece assai alta, ampia alla base e coperta d'un doppio strato di feltro.
Anche l'interno indicava come quel vecchio fosse ben qualche cosa di pi d'un semplice allevatore di cammelli o di cavalli.
Il terreno, sgombrato prima dalle erbe, era coperto da un tappeto persiano a tinte bellissime ed a disegni svariati; all'intorno vi erano dei grandi cuscini di seta rossa con ricami d'argento e alti cofani di cedro del Libano, con armature d'acciaio; appese alle pertiche si vedevano delle armi degne d'un principe, come archibugi dalla canna lunghissima e finamente arabescata ed i calci con intarsi di madreperla e placche d'argento; kangiarri di finissimo acciaio, colle impugnature adorne di turchesi, pure colla canna molto lunga con qualche versetto del Corano incisovi sopra.
In un angolo, su bastoni, quattro bellissimi falchi, colla testa chiusa in un cappuccio di cuoio e le zampe trattenute da una lunga catenella d'argento, squittivano sommessamente ogni volta che la grossa pietra, sospesa alla correggia, dondolava, imprimendo alla tenda un violento rollo.
Giah Agha, sdraiato su un soffice cuscino, colla testa appoggiata ad una pertica della tenda, fumava placidamente, guardando distrattamente i falchi e prestando orecchio ai sussurrii del vento.
Il suo narghil, di vero cristallo, con dorature all'intorno, gettava di quando in quando, con lentezza misurata, dalla pipa sovrastante, nuvolette di fumo impregnate d'un acuto odor di rosa, che si confondevano con quelle che escivano dalle labbra del fumatore.
Aveva gi quasi terminato tutto il tabacco contenuto nel camino, e l'acqua racchiusa nel narghil cominciava a gorgogliare, quando ad un tratto, nel momento in cui una raffica violenta faceva oscillare con maggior forza la tenda, il beg fece un gesto d'impazienza:
Che sia toccata qualche sventura a quel bravo Hossein? disse. E Abei Dullah? si chiese, poi. Dove si sar fermata la carovana? Siamo alla vigilia degli sponsali e hanno le armi da pulire ed i cavalli da preparare per la gran corsa.
Quasi per confermare i suoi sospetti, nel medesimo istante si ud a rombare nella tenebrosa pianura un colpo di fucile, che si ripercosse lungamente entro la tenda.
Il vecchio lasci cadere la lunga cannuccia di pelle del narghil e si alz a sedere, chiamando ripetutamente:
Tabriz!
Un uomo subito entr, facendo un leggero inchino. Era un turcomanno d'aspetto brigantesco, di statura erculea, con una gran barba rossiccia ed ispida e due occhi grifagni.
Indossava il costume delle basse classi: cappello villoso che aveva la forma d'una pina, zimarra di feltro grossolano, con una larga cintura di pelle, entro cui erano passati due kangiarri dalle lame ricurve e alti stivali di pelle nera, terminanti in una punta molto rialzata.
Che cosa vuoi, beg? chiese il gigante. Nota: Beg  l'appellativo del Capo d'una trib, un titolo principesco. Fine nota.
Hai udito?
S, beg.
Che sia stato Hossein a far fuoco?
 il suo archibugio che ha sparato, padrone, rispose Tabriz. Distinguerei quel colpo fra mille.
Su chi avr fatto fuoco? chiese il vecchio con ansiet.
Non inquietarti, beg; tuo nipote  l'uomo pi coraggioso che esista in tutta la steppa ed io dormirei tranquillo, anche se lo sapessi insidiato da venti uomini.
Prima di partire egli mi ha parlato delle Aquile della steppa e tu sai, che quando sbucano dai deserti dell'Aral, non sono mai in poche.
Il gigante alz le spalle.
Hossein, se ne ride di costoro. E poi chi non conosce nella steppa Giah Agha? Chi oserebbe assalire i suoi nipoti? Sanno bene quei banditi che quantunque tu sia vecchio, hai ancora la mano lesta e che la tua trib conta guerrieri valorosi.
Forse che l'anno scorso non hai fatto acciecare dieci anziani dalle barbe bianche, che avevano guidato una partita di Aquile contro una tua carovana? La lezione sar bastata, padrone.
Ascolta, Tabriz.
Non odo altro che il vento a sussurrare fra le erbe, rispose il turcomanno.
Ha con s i cani, Hossein?
S, beg.
Non li odi ad abbaiare?
Non ancora.
Eppure non sono tranquillo.
Vuoi che salga a cavallo e che vada incontro a tuo nipote?
Non vi  bisogno, mio bravo Tabriz, disse in quel momento una voce sonora.
Eccomi, padre: come vedi, ritorno intero.
Un giovane era improvvisamente comparso sulla porta della tenda, che era rimasta sollevata.
Il nuovo venuto poteva avere vent'anni. Era un bellissimo tipo che s'avvicinava pi a quello maschio e perfetto dei vicini persiani, piuttosto che a quello angoloso e ruvido dei turchestani.
La sua statura era alta e slanciata, ma pure vigorosissima, molto superiore a quella ordinaria dei turchestani e dei tartari; il suo viso bellissimo, con occhi molto neri, vividi, sormontati da folte sopracciglia, cos nere che pareva fossero state tinte coll'antimonio, con una bella bocca che una fanciulla gli avrebbe invidiato, ombreggiata da due baffetti castani che terminavano in due punte ardite.
Su quel viso si leggeva la franchezza e l'audacia; nelle sue membra si indovinava una forza pi che comune.
Se, come abbiamo detto, rassomigliava nei tratti del viso pi ai persiani, che sono i pi belli uomini dell'Asia, che ai turchestani, indossava pure un costume che ricordava quello dei grandi signori d'Ispahan o di Teheran.
Invece della lunga zimarra turcomanna, indossava una giubba piuttosto corta, con larghi bordi dorati, aperta sul dinanzi in modo da mostrare la bianca camicia di seta, che ricadeva su una larga fascia di seta rossa; calzoni larghi, alla turca, che scendevano fino alle ginocchia; alti stivali con molte pieghe, di marocchino giallo, simili a quelli usati dagli usbechi.
Sul capo, invece del turbante, portava quella specie di kolbak villoso dei tartari indipendenti, con un piccolo pennacchio.
Eri inquieto, padre? chiese il giovane, levandosi il fucile dalla canna lunghissima, che teneva sospeso attraverso il dorso e togliendosi dalla cintola una specie di jatagan un po' ricurvo, chiuso in una guaina di pelle rossa adorna di laminette d'oro.
Sei stato tu a far fuoco, figlio mio? chiese il vecchio, la cui fronte si era subito rasserenata.
S, ho sparato a cinquecento metri dalla tenda, rispose il giovane.
Contro chi?
Mi pareva di aver veduto un'ombra umana scivolare fra le erbe e, temendo che cercasse d'accostarsi a me per assassinarmi a tradimento, ho sparato per farle comprendere che io stavo in guardia, e che non era uomo da lasciare la mia pelle nella steppa.
L'hai ucciso?
Non lo so, ma fra poco i cani saranno qui e se  veramente caduto, porteranno qualche cosa dei suoi indumenti. To'! Eccoli che giungono!
Due cani si erano slanciati in quel momento entro la tenda, abbaiando festosamente intorno al giovane.
Uno era una specie di levriero che i turcomanni chiamano taz, grosso, alto, di taglia pesante, con mascelle formidabili e capace di lottare contro una fiera; l'altro invece era un gurdios, una specie di bassotto, cogli orecchi a punta, razza molto adatta ad ogni specie di caccia, soprattutto a quella della volpe, che quei cani inseguono con ostinazione straordinaria, per giorni e notti intere.
Hossein guard il grande levriero e s'avvide che non teneva nulla fra le possenti mascelle e che il muso non era lordo di sangue.
Possibile che io abbia mancato quell'uomo! esclam. Eppure vi sono ben pochi nella steppa che adoperino l'archibugio come me.
Tu devi aver fatto fuoco su un'ombra, disse il vecchio sorridendo. E poi le hai vedute tu le Aquile della steppa?
No, padre, rispose il giovane che lo chiamava ordinariamente con quel dolce nome. Uno dei nostri cammellieri mi ha detto per, che ieri mattina alcuni pastori lo avevano avvertito di tenere gli occhi bene aperti, perch avevano veduto passare la notte innanzi, parecchi cavalieri sospetti.
Il vecchio beg scroll le spalle, poi disse:
Nessun oser assalire noi, nipote. Non occupiamoci che del tuo matrimonio.
Domani mattina devi presentarti alla tua fidanzata coi tuoi pi begli abiti e le tue pi belle armi.
Il viso del bel giovane si illumin d'una intensa gioia.
Sospiro l'istante di rivederla e di farla mia, quella fanciulla. Sono tre mesi che io non la rivedo pi.
L'ami intensamente?
Pi della mia vita, padre. Io credo che nessuno sar pi felice di me in tutta la steppa.
Ed hai ragione, Hossein. Se tu sei il pi bel giovane che si possa trovare fra l'Aral ed il Caspio, essa  la pi splendida creatura che Allah abbia creata.
Hossein parve che seguisse cogli occhi socchiusi una visione che gli danzava dinanzi, poi, scuotendosi bruscamente, disse:
Tabriz, le mie armi. Voglio che siano cos lucenti da abbagliare i dolci occhi della mia bella Talm.
Il gigantesco turcomanno, che fino allora erasi tenuto presso l'apertura che funzionava da porta, guardando con una specie d'adorazione il giovane, s'accost ad un grosso cofano, cerchiato di ferro e trasse due splendidi kangiarri, che avevano le impugnature d'argento finamente cesellate e adorne di turchesi e di smeraldi, poi due pistole coi calci intarsiati di placche d'oro e una sciabola di Damasco, sulla cui lama erano incisi tre versetti del Corano.
Hossein prese un pezzo di feltro e, sedutosi su un cuscino, si mise a strofinare vigorosamente le lame. Il vecchio intanto aveva ripreso il cannello del suo narghil e si era rimesso a fumare, con lentezza quasi studiata, seguendo attentamente tutte le mosse del giovane, con visibile compiacenza.
Tabriz, seduto presso la porta, fra i due cani che gli si erano accovacciati ai fianchi, scrutava attentamente la tenebrosa pianura spingendo lontano gli sguardi.
Per parecchi minuti nella tenda regn un profondo silenzio, rotto solo dallo scricchiolo delle pertiche; poi il vecchio, staccando dalle labbra il bocchino d'ambra, disse, volgendosi verso Hossein, che era tutto occupato a lucidare le sue armi:
Che la carovana non ci raggiunga prima dell'alba?
Io non lo credo, padre, rispose il giovane. I cammelli erano troppo sfiniti e anche i cavalli, eccettuato quello di mio cugino, non si trovavano in miglior stato.
Perch Abei non  venuto anche lui con noi? Stava meglio qui che accampato nella steppa. La carovana ha uomini sufficienti per difendersi.
Il giovane depose il kangiarro che stava lucidando, si alz in piedi e, guardando fisso il vecchio, gli disse:
Non ti sembra padre che da qualche tempo mio cugino abbia cambiato umore?
 vero, rispose il beg, dopo un momento di riflessione.
Ho notato che  diventato eccessivamente freddo e molto avaro di parole.
Forse egli pensa troppo sovente alla sua bellissima cugina. Abbia pazienza: appena compir i vent'anni, gli daremo la fanciulla che ama. Tu sulle rive dell'Aral; lui su quelle del Caspio: io nella steppa. Uniremo i due mari e la gran pianura coi nostri cuori.
Hossein lo lasci parlare, quando per ebbe finito, gli disse:
L'ama! T'inganni padre! Egli la detesta e sai il perch?
Il vecchio beg fece un gesto di stupore.
Perch gli dissero che la figlia del Khan dei Tadjicki, non avrebbe accettato che la mano d'un uomo....
Continua, disse il vecchio, vedendo il giovane fermarsi esitante.
Che si chiamasse Hossein beg.
Tu!
Cos si dice.
Io l'ho destinata a tuo cugino! grid il vecchio, aggrottando la fronte.
Hossein-beg non ama che la bella Talm, soggiunse il giovane. Il suo cuore non batte che per la pi bella fanciulla dei Sarti. Che cosa puoi temere da me, padre? Tu sai che io sono leale.
La fronte del beg subito si rasseren.
S, disse, tu sei troppo leale per ingannare tuo cugino. Siete cresciuti insieme, i vostri padri che caddero entrambi valorosamente innanzi alle falangi del Khan di Bukara, erano fratelli e avete nelle vostre vene il medesimo sangue.
Io vi ho adottati come se foste carne della mia carne e vi amo pi che foste miei figli, e le mie ricchezze un giorno saranno vostre, ma guai a voi se sorgesse una rivalit. Il vecchio beg, l'antico guerriero delle rive del Caspio, che ha fatto tremare perfino i russi, sarebbe inesorabile.
Sono leale, ripet Hossein, e non amo che te e Talm.
In quell'istante Tabriz si alz rapidamente, trattenendo i cani che mugolavano e che parevano pronti a lanciarsi nella steppa.
Che cos'hai? chiese il beg che si era subito accorto di quella mossa improvvisa.
 il vento che sussurra o sono veramente i dolci suoni della guzla, quelli che giungono ai miei orecchi? Chi pu essere l'uomo che con una simile notte si diverte a provare la chitarra in mezzo alla steppa?
Aveva pronunciate appena quelle parole, quando il grosso levriero mand un forte latrato.
Odo anche il galoppo d'un cavallo, disse Tabriz. Che sia qualcuno della carovana?
Hossein prese, senza parlare, il suo lungo fucile che aveva deposto su un cofano e l'arm.
Che cosa fai? chiese il beg.
Pu essere un'Aquila della steppa, padre, rispose il giovane, raggiungendo Tabriz, che cercava di discernere qualche cosa fra quella cupa tenebra.
S,  un cavallo, disse il gigantesco turcomanno, e mi pare che il galoppo provenga da occidente. Guarda, padrone, lo vedi?
Sulla cupa linea dell'orizzonte che un lieve bagliore prodotto da qualche lampo lontanissimo di quando in quando rischiarava, si scorse un cavaliere che giungeva a corsa sfrenata.
Chi vive? grid Hossein puntando il fucile.
Una voce che il vento portava rispose subito:
Abei Dullah.
Mio cugino! esclam Hossein. Perch ha abbandonato la carovana che porta i regali di nozze per Talm? Che le Aquile della steppa l'abbiano assalita?
Il cavaliere che s'avanzava velocissimo, facendo fare al suo destriero dei salti straordinari, per evitare le spaccature del suolo, in pochi momenti giunse presso la tenda, poi, da abilissimo cavallerizzo, con un salto fu a terra.
Buona ventura, Hossein, disse, mentre Tabriz arrestava il cavallo. Nostro padre veglia ancora?
Non si dorme alla vigilia d'un matrimonio, rispose Hossein. E poi io devo preparare le mie armi.
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CAPITOLO 3.
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Il "mestvire."
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Il vecchio beg, vedendo entrare il nipote che colla sua esilit e coi suoi lineamenti angolosi faceva una meschina figura dinanzi a suo cugino Hossein, che era la forza e la bellezza personificata, si alz chiedendogli con una certa ansiet:
Rechi forse qualche brutta nuova, Abei?
No, padre, rispose il giovane, cercando di sfuggire lo sguardo indagatore del vecchio. La carovana che porta i regali di nozze di mio cugino, non corre alcun pericolo, quantunque sia stata segnalata, da qualche giorno, verso il settentrione, una grossa banda di Aquile della steppa.
Perch hai lasciati soli i nostri uomini? chiese il beg severamente.
Per passare insieme a mio cugino la sua ultima notte di libert. Domani egli sar unito per sempre colla fanciulla che ama, colla bella Talm, ed io non potr pi godere della sua gradita compagnia.
D'altronde i nostri uomini sono abbastanza numerosi per tener lontane le Aquile.
Quelle parole erano state pronunciate con una simulazione cos sottile, da sfuggire agli orecchi del beg e anche a quelli d'Hossein.
Il tuo cavallo  pronto per la gran corsa? Io voglio che tu mostri ai Sarti come sono famosi i cavalieri delle steppe del Caspio.
Sono sette giorni che non gli d che fieno ben secco, rispose Abei Dullah. Correr come il vento, come le trombe di sabbia del deserto turanico.
Tabriz, portami un narghil e del kumis. Voglio tenere compagnia a mio cugino.
Mentre il gigantesco turcomanno, che aveva legato il cavallo ad un piuolo piantato presso la tenda, dove se ne trovavano altri tre di forme splendide, recava un gran vaso contenente del latte di cammello fermentato e una pipa di cristallo ripiena per met d'acqua, terminante in un cilindro concavo ripieno di quel fortissimo tabacco chiamato tumbak, Abei si era seduto dinanzi ai falchi, scuotendo le loro catene per svegliarli.
Hossein invece aveva ripresa la sua occupazione, mentre il beg ricoricatosi sul suo largo cuscino, si era rimesso fra le labbra il bocchino d'ambra.
Per alcuni minuti tutti rimasero silenziosi. Abei sorseggiata una tazza di th, accese il suo narghil e pareva che si divertisse a stuzzicare i falchi; chi per l'avesse attentamente osservato, l'avrebbe pi volte sorpreso a contrarre le labbra con un brutto sorriso ed a fissare insistentemente Hossein, con uno sguardo che aveva dei lampi cupi.
Fu ancora Tabriz che ruppe il silenzio.
 una guzla che suona nella steppa, disse.
Abei Dullah trasal e smise bruscamente di fumare.
Vedi nessuno? chiese il vecchio.
Non ancora.
Che sia qualche suonatore o qualche canta istorie del villaggio di Talm?
Hossein alz il capo.
Che sia la fidanzata che me lo manda? Tu sai, padre, che i Sarti usano pi che presso di noi, radunare i famosi canta istorie durante i banchetti nuziali.
Un uomo era comparso e affrettava il passo, guidato dalla luce che spandeva la lampada.
Che Allah vi protegga, miei buoni signori, disse quando fu presso la tenda. Lasciate che io allieti la notte del futuro sposo della bella Talm, la bella fra le belle.
Avanzati, gli disse Tabriz.
La tenda del beg Giah Agha questa notte  aperta a tutti, anche alle Aquile della steppa, se giungono con buone intenzioni. 
Il suonatore s'appress, pizzicando le corde della sua guzla e varc la soglia della vasta tenda, esponendosi in piena luce.
Era lo stesso uomo che doveva pi tardi sopportare lo spaventevole supplizio inventato dalla mente infernale dei carnefici persiani.
Portava sul capo un pesante berrettone di pelle d'agnello nero, in forma di cono tronco e indossava una lunga zimarra di panno grossolano, di colore oscuro, che gli scendeva fino alle grosse scarpe piatte e ferrate, colla suola alta.
Tutto il suo armamento consisteva in una specie di jatagan dalla lama assai larga; per da un certo rigonfiamento della zimarra si poteva supporre che nascondesse sotto la fascia delle altre armi e fors'anche delle pistole.
Da dove vieni? gli chiese il beg.
Dalla casa della bella Talm, mio signore, rispose il suonatore con fare umile e curvando il suo dorso di bisonte. Ho suonato sotto le sue finestre fino al tramonto del sole.
 lei che ti manda? chiese Hossein.
Il suonatore ebbe una breve esitazione e, prima di rispondere, diede, di sfuggita, uno sguardo ad Abei, il quale si divertiva sempre a stuzzicare i falchi.
No, disse poi.
Come hai saputo che noi eravamo accampati qui?
Un pastore sarto mi avvert ed io sono venuto per allietare la vostra veglia. Sono un povero uomo che deve approfittare delle buone occasioni per vivere e queste non toccano tutti i giorni.
Il mio servo ti dar da mangiare e da bere, disse il beg, e la tua borsa non se ne andr vuota.
Tabriz reca qualche cosa a quest'uomo.
Il gigante apr un cofano e prese un piatto d'argento colmo di pezzetti d'agnello, tagliati a dadi, arrostiti nel grasso, ed un fiasco pieno di kumis, e mise l'uno e l'altro a fianco del suonatore, il quale si era seduto sul tappeto, colle gambe incrociate e stava accordando la sua guzla.
Vi voglio narrare, miei signori, disse finalmente il suonatore, pizzicando dolcemente le corde di seta, la istoria del pentolaio di Albonaz. L'avete mai udita?
No, rispose il beg.
Allora ascoltatemi, miei signori.
Ai piedi della catena dell'Albonaz abitava, in un piccolo villaggio, un mollah, un prete musulmano, chiamato Tafilet. Un giorno and a trovarlo un pentolaio che lo conosceva moltissimo, avendogli venduto sovente dei vasi.
Il mollah, che era ospitalissimo, offerse al pentolaio delle more secche, e dei fichi, non avendo di pi in casa, perch era poverissimo; dopo di che i due amici sdraiatisi all'ombra d'un boschetto di melagrani che dominava un fiumiciattolo, si posero a fumare ed a discorrere.
Ad un certo punto il pentolaio disse al mollah:
Nella mia casa ho una ragazza che  bella come un fiore della steppa e che ha raggiunto l'et da maritarsi; se io la potessi collocare convenientemente, mi darebbe la libert che da lungo tempo aspetto, e potrei cos prendere un'altra moglie, essendo morta quella che aveva prima.
Amico carissimo, rispose il mollah, io pure ho una fanciulla il cui viso  bello come la luna, i cui capelli sembrano oro filato e le sue labbra sono pi rosse dei pi bei fiori dei melagrani, sotto i quali noi fumiamo e discorriamo.
Ma a che giovano a me le sue bellezze? Le spose, carissimo amico, valgono ben meglio delle figliuole, perch accudiscono con maggior cura alle faccende di casa.
Dopo quei discorsi i due vecchi si accordarono per scambiarsi le loro figlie. Il pentolaio spos quella del mollah e questi quella dell'amico.
Disgraziatamente la figlia del pentolaio era una testolina bizzarra e, poco dopo il matrimonio, cominci a fare gli occhi dolci ai giovani cacciatori dell'Albonaz, che frequentavano il villaggio durante i giorni di mercato per vendere la selvaggina della montagna.
Il mollah, essendosene accorto, le tagli il naso e la rimand a casa del padre, avvertendolo che l'aveva cos conciata perch mettesse giudizio.
Il pentolaio, vedendosi giungere la figlia cos atrocemente mutilata, rimase molto perplesso e fece fra s il seguente ragionamento:
Se mia figlia si mostra nel villaggio senza naso, i ragazzi e le donne si burleranno di me e mi chiameranno il padre della fanciulla senza naso. Come potr io sopportare una simile onta?
Uccise perci sua figlia, onde nessuno potesse deriderlo, ma poi, assalito dai rimorsi, si disse:
Il mollah  un gran bruto, e voglio vendicarmi di lui.
Chiam sua moglie e gli tenne il seguente discorso:
Tuo padre ha tagliato il naso a mia figlia ed io per non venire deriso l'ho uccisa.
Ora  necessario che anch'io mi vendichi ed a mia volta taglier a te il naso e per soprappi anche gli orecchi e ti rimander a casa di tuo padre.
Udendo quelle parole la moglie scoppi in un dirotto pianto e chiese a suo marito di farle grazia per qualche giorno.
Non te la voglio negare, rispose il pentolaio. Aspetter domani e nel frattempo affiler meglio il mio coltello.
Erano le undici di sera ed il pentolaio che, contrariamente alla proibizione del Profeta beveva molto, dormiva profondamente.
La moglie che non voleva perdere n il suo naso, n i suoi orecchi, si alz dal letto senza far rumore e abbandon la casa.
La notte era fredda, burrascosa e molto oscura, ma la figlia del mollah sapeva dove si trovavano le tende della trib dei Teringi, ai quali voleva domandare protezione. Ella non ignorava che ritornando presso suo padre questi l'avrebbe uccisa per evitare d'attaccare lite col pentolaio e che se si fosse indirizzata alle autorit del suo paese, queste non avrebbero preso per lei interesse alcuno e che l'avrebbero rimandata a suo marito con quella facilit con cui si restituirebbe ad un macellaio una pecora smarrita.
Perci, dopo aver attraversata una immensa steppa, senza porre tempo in mezzo, dopo di aver scalato montagne altissime e d'aver guadato fiumi rapidissimi dalle acque gelate e di essersi smarrita molte volte, giunse finalmente, non gi presso la trib che cercava, bens ad un campo russo del mar Caspio.
L'aurora spuntava e la moglie del pentolaio, figlia del mollah, era salva.
Qui il mestvires s'interruppe per alcuni istanti pizzicando le corde della sua guzla.
E poi? chiese Hossein, che aveva ascoltato con vivo interesse quell'istoria.
E poi, disse il suonatore con un marcato accento beffardo, spos il capo di una trib turcomanna e lasci nelle mani del suo sposo, dopo tre soli mesi di matrimonio, il suo naso e le sue orecchie.
E scoppi in una risata che fece impallidire il fiero giovane.
Che cosa vuoi concludere colla tua istoria? chiese Hossein, aggrottando la fronte.
Che tutte le donne sono traditrici, rispose il suonatore.
E lo dici a me che sto per sposare Talm? La tua istoria nasconde un ammonimento o qualche cosa d'altro?
Io non lo so, mio signore, rispose il mestvire con fare umile. Io narro ci che ho imparato e nulla di pi.
Racconta qualche cosa di meglio, disse il beg, vedendo che il fiero giovane stava per irritarsi maggiormente.
I mestvire della nostra steppa sono pi poetici nei loro racconti, aggiunse poi.
Il suonatore parve che si raccogliesse, invece al di sotto delle sue folte palpebre guardava intensamente Abei Dullah, il quale sembrava che non si fosse affatto interessato di quella narrazione; poi vot a met il vaso contenente il kumis e disse:
Ascoltate questa dunque. Accord la chitarra, e cominci a cantare:
Io ho cercato la tomba della mia diletta e non ho potuto trovarla. Ahim! Sospiravo dicendo: Dov' la mia diletta?... Allora io vidi una rosa fra le spine: essa era sola, isolata. La interrogai col cuore palpitante: Sei tu la mia diletta? La rosa, in segno d'assentimento, trasal ed inclinandosi dolcemente, lasci cadere delle gocce di rugiada simili a lagrime.
Allora un usignuolo vol sopra la mia testa e si nascose in un cespuglio.
Indirizzandomi a lui, con voce dolce, gli chiesi:
Sei tu la mia diletta?
L'usignuolo stese le ali, colse col suo becco la rosa, e nel suo melodioso linguaggio, mi rispose di s.
Improvvisamente una bianca stella rischiar col suo dolce fulgore me, la rosa e l'usignuolo. Interrogai la stella, magnifica nella sua bellezza: Sei tu la mia diletta?
Ella mi rispose con un guizzo di luce che diresse verso i miei occhi.
In quel momento l'aria mi accarezz dolcemente il viso, sussurrandomi agli orecchi: Ecco colei che cerchi: non inquietarti per lei. Passano tranquillamente i giorni dal mattino alla sera, passano tranquillamente le notti dalla sera all'aurora. L'essere che tu hai amato si  diviso in tre: in un usignuolo, in una rosa ed in una stella!
Il mestvire si era alzato.
La notte  oscura ed i lupi possono uscire dalle loro tane, disse, ed io domani devo trovarmi dinanzi alla casa della bella Talm e dovr suonare e cantare a lungo. Buona notte miei signori.
Perch non ti fermi qui? chiese il beg. Non mancano n i cuscini, n i tappeti, e se vuoi bere e mangiare ne avrai finch vorrai.
Preferisco tornare alla mia umile casetta, rispose il suonatore. Ho molto da pensare per scovare nella mia testa i pi bei racconti che dovr narrare domani dopo gli sponsali.
Il beg si lev da una tasca una borsa contenente parecchie monete e la gett al mestvire che la prese al volo.
Buona fortuna, mio signore, disse con un leggero accento beffardo, guardando Hossein che si era rimesso al lavoro, strofinando vigorosamente la canna d'una delle sue pistole.
Scambi un rapido cenno con Abei Dullah, che stava sdraiato presso i falchi e dopo d'aver fatto un profondo inchino, usc, gettandosi a bandoliera la guzla. Per alcuni istanti, fra i soffi del vento, si ud il suonatore a canticchiare, poi il sussurro delle alte erbe contorte dalle raffiche, copr la sua voce.
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CAPITOLO 4.
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L'assassinio.
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La notte era cos oscura che il mestvire, quantunque dovesse conoscere a menadito la steppa dei Sarti, stentava a dirigersi.
Nessuna stella brillava nel cielo tenebroso ed il vento scompigliava incessantemente le alte erbe, curvandole fino al suolo, mentre in lontananza, di quando in quando, rullava sordamente il tuono senza che alcun lampo lo accompagnasse.
Ecco una notte propizia per le Aquile della steppa, disse il suonatore, ridendo. Piomberanno pi rapide dei falchi di Abei Dullah sulla preda, e la bella Talm domani non avr pi lo sposo.
Abei sa condurre bene i suoi affari, ma  generoso pi del Khan di Bukara. Povero beg! La tua barba bianca vale meno di quella d'un giovane di vent'anni.
Alz la testa e guard le nuvole che passavano sospinte dalle raffiche, che si susseguivano sempre pi frequenti.
Apriamo bene gli occhi, disse.
Si rialz la lunga zimarra e si tolse due lunghe pistole che teneva nascoste sotto, passandosele nella cintura di pelle che reggeva l'jatagan, poi riprese la marcia, canticchiando fra i denti:
Uno beve il vino come berrebbe l'acqua e resta dolce come un agnello; un altro beve e canta come un usignuolo; un terzo beve e diventa simile ad un bue, s'agita e monta in furore; un quarto, beve e diventa feroce come una tigre e incarna l'anima del diavolo; un quinto beve e fa le smorfie come una scimmia; il sesto beve e non diventa felice se non si avvoltola nel fango come un maiale; un settimo....
Il cantore si era bruscamente interrotto, scrutando attentamente le tenebre dinanzi a s.
Tese gli orecchi, curvandosi innanzi per meglio ascoltare, e fra il sussurro delle erbe raccolse un fischio.
Hadgi, mormor. Poteva attendermi pi lontano. Se quel gigantesco turcomanno mi avesse accompagnato, mi troverei ora in un bell'imbarazzo.
In lontananza si scorgeva la tenda del beg, sempre illuminata. Dall'apertura un'onda di luce usciva, riflettendosi, come una lunga striscia sulle erbe.
Nessuno si occupa di me, disse, fuorch Abei Dullah, ma quello si guarder bene dal tradirsi.
Accost due dita alla bocca e mand un lungo fischio. Un altro rispose a breve distanza, poi fra le alte erbe sorse, a pochi passi dal mestvire, un'ombra umana.
Aquila? chiese il suonatore, mettendo una mano sul calcio d'una delle sue pistole.
Sono Hadgi, capo, rispose l'uomo che era sorto fra le erbe.
Non credevo d'incontrarti a cos breve distanza dalla tenda del beg, disse il suonatore di guzla.
Era necessario che ti vedessi presto.
Perch? chiese il mestvire.
Pare che qualche Sarto si sia accorto della nostra presenza perch la casa di Talm si  chiusa, questa sera, pi presto del solito e si sono uditi dei rumori come se barricassero le porte.
I tuoi uomini hanno commessa l'imprudenza di mostrarsi in quei dintorni?
No, capo, rispose Hadgi.
Nemmeno nel villaggio dei Sarti?
Sono rimasti tutto il giorno nascosti sotto le alte erbe.
Chi pu averci traditi? Eppure  necessario fare il colpo questa notte, finch Hossein  lontano. Io l'ho solennemente promesso a suo cugino.
Noi siamo pronti.
Capirai che io non voglio perdere i cinquemila tomani che mi ha promessi. Nemmeno il Khan di Chiva pagherebbe tanto per una fanciulla, fosse la pi bella del Turchestan, del Belucistan e della steppa ghirghisa.
E nemmeno noi desideriamo perdere la nostra parte, disse Hadgi, accarezzandosi la lunga barba nera.
Sono a posto i miei uomini?
La casa di Talm  ormai circondata a debita distanza e le Aquile della steppa non aspettano che il loro capo per cominciare l'attacco.
Non sar affare lungo, se Hossein non interviene. Quel giovane  pi terribile del beg e non  un pauroso come suo cugino.
Lo so meglio di te, ma egli non vedr nulla. La tenda  lontana e gli spari non giungeranno fino agli orecchi di quel giovane. D'altronde cercheremo di non far uso delle armi da fuoco.
Ti sei informato di quali forze dispone Talm?
Non ha che otto servi ed un paio di donne.
Va bene: andiamo, Hadgi. La mezzanotte non deve essere lontana.
I due banditi si misero in cammino attraverso le alte erbe.
Hadgi, che aveva forse migliori occhi del suo compagno o maggior istinto d'orientazione, si era messo dinanzi e s'avanzava curvo perch il vento continuava a far cadere sulla steppa granelli di sabbia in gran numero.
Le steppe turchestane, al pari delle pianure belucistane, sono famose per le loro piogge di sabbia. Basta che il vento s'alzi e le sabbie dei vicini deserti si levano ed in cos grande quantit da intercettare talvolta perfino i raggi solari.
Anche le trombe di sabbia sono molto comuni in quei paesi e non occorre il vento per sollevarle. Durante le giornate belle, quando non si sente il menomo soffio, si vedono delle grandi colonne elevarsi dal suolo, girare su s stesse e sfilare maestosamente attraverso a quelle sconfinate pianure.
Se ne vedono anzi talvolta parecchie allo stesso orizzonte, avente ciascuna una origine propria.
Gl'indigeni, che le temono assai perch impediscono loro, in certi giorni, di lasciare le tende, le chiamano Shaitans, ossia diavoli.
Il mestvire ed Hadgi continuavano la loro marcia un dietro all'altro, coi loro alti cappelli di lana nera, ben cacciati sulla fronte, onde ripararsi gli occhi da quelle ondate di sabbia, quando il primo si ferm bruscamente, dicendo:
Non odi nulla tu, Hadgi?
S, il vento che rugge attraverso le erbe, rispose l'altro.
No; ascolta bene. Questo  il galoppo di un cavallo.
Che qualche servo di Talm sia riuscito a uscire inosservato dalla casa e che si rechi ad avvertire il beg?
Arma il tuo archibugio. Sei sicuro dei tuoi colpi?
Non sbaglio mai, capo.
Affrettati.
I due banditi si appiattarono fra le erbe, che in quel luogo erano alte pi d'un metro e mezzo, l'uno alzando il cane del suo lunghissimo moschetto e l'altro armando una pistola.
A te, l'uomo; a me, il cavallo, disse il mestvire.
Malgrado il vento, si udiva distintamente il galoppo d'un cavallo slanciato a corsa sfrenata. Essendo il suolo della steppa argilloso, i ferri del destriero battevano forte, quantunque fosse coperto di vegetali.
Ben presto sulla fosca linea dell'orizzonte si deline confusamente un cavaliere.
Peccato non poterlo guardare in viso, prima di mandarlo all'altro mondo, disse Hadgi.
Tu sei certo che nessuno dei nostri si  mosso.
Ho dato loro ordine che qualunque cosa avvenisse, non lasciassero i dintorni della casa e tu sai, capo, come i nostri uomini ci obbediscono.
Allora non preoccuparti d'altro e uccidi il cavaliere, disse il mestvires freddamente. Uno pi, uno meno, la nostra coscienza non si turber.
Prendilo di mira: ci passer a meno di cinquanta passi.
Hadgi punt l'archibugio appoggiando il gomito sinistro sul ginocchio, per poter meglio tirare, mentre il mestvire alzava la pistola al di sopra delle erbe.
Il cavaliere passava appunto allora, a quaranta o cinquanta passi, aizzando l'animale con fischi.
Due lampi illuminarono la notte, seguiti da due detonazioni che le urla stridenti delle raffiche subito soffocarono.
Il cavaliere s'abbatt sul collo del cavallo mentre questi faceva uno scarto improvviso, mandando un lungo nitrito di dolore.
Toccati! grid il mestvire con un sorriso feroce. Le Aquile della steppa non sbagliano mai.
Accorriamo, Hadgi.
Con sua somma sorpresa ud la voce del cavaliere a gridare:
Non abbastanza, birbanti! Balza, Kasmin!
Il cavallo aveva fatto un altro salto di fianco, poi aveva ripresa la sua corea sfrenata, mentre il cavaliere si teneva stretto al suo collo, indizio sicuro che doveva aver ricevuto qualche grave ferita.
Ci sfugge! url il mestvire con rabbia.
Non preoccuparti, capo, rispose Hadgi. Quell'uomo non giunger vivo nella tenda del beg.
La mia palla deve avergli attraversato il capo, o fracassata la colonna vertebrale.
Sar vero, tuttavia avrei desiderato vederlo cadere qui. Che cosa fare ora?
Correre subito alla casa di Talm e attaccarla, capo. Se tardiamo, perdiamo i tomani di Abei Dullah.
Hai ragione: corriamo. La cosa sar spiccia e non troveremo molta resistenza.
Mentre le due Aquile della steppa si slanciavano attraverso le erbe, il cavallo aveva continuata la sua corsa indiavolata, dirigendosi verso il fascio luminoso che indicava la tenda del beg.
Ansava fortemente, sordi nitriti gli sfuggivano dalla bocca insieme a getti di saliva che gli lordavano il lucente pelo nero.
Il cavaliere si teneva sempre stretto al collo, come se fosse ormai impotente a reggere le briglie ed a reggersi diritto sulla sella.
Anche dalla sua bocca usciva di tratto in tratto un lungo gemito e, quando il cavallo rallentava un istante, si portava una mano al fianco destro, comprimendolo fortemente.
In venti minuti il destriero super la distanza che lo separava dalla tenda del beg, dinanzi alla quale s'arrest stramazzando sulle ginocchia anteriori.
Tabriz, il gigantesco turcomanno, che aveva gi udito quel galoppo precipitoso, era prontamente accorso, afferrando fra le possenti braccia il cavaliere, prima che fosse sbalzato di sella.
Anche Hossein che si era munito di una torcia erasi slanciato fuori.
Un uomo ferito! esclam.
Ed un cavallo che muore, disse Tabriz.
Portalo subito dentro.
Il gigante varc la soglia della tenda e depose il cavaliere su un largo cuscino, reggendogli il capo onde il sangue non lo soffocasse.
Tutti si erano accostati; anche il vecchio beg, guardava con profonda ansiet il ferito, che sembrava fosse l l per spirare.
Era un giovane di ventiquattro o venticinque anni, dai lineamenti angolosi, la pelle molto bruna, con una piccola barba rossastra ed il naso adunco, come il becco d'un pappagallo.
Indosso aveva una lunga zimarra di panno grossolano, con una cinghia di cuoio giallo a cui era appeso un kangiarro.
Da un buco aperto nel fianco destro, usciva un getto di sangue il quale si allargava sempre pi sulla zimarra.
Questo  un Sarto, disse Hossein, impallidendo. Chi lo avr assassinato?
Soffiagli in bocca, Tabriz, disse il beg, vedendo che il ferito non si decideva aprire le labbra.
Il gigante ubbid e si vide subito il ferito riaprire gli occhi azzurrastri e fissarli su Hossein, poi la sua bocca si socchiuse dicendo con voce rantolosa:
Talm... alla casa... le Aquile... della steppa... presto...
Hossein mand un grido.
Che cosa dici tu?  in pericolo Talm?... Parla, prima che la morte ti colga.
Il ferito fece col capo un segno affermativo, poi dopo d'aver fatto uno sforzo supremo, burbugli con un accento cos debole che parve un soffio:
Aquile... agguato... intorno casa... accorrete!..
Poi si rizz a sedere, mantenendosi per qualche istante in quella posa, stralun gli occhi, ebbe un sussulto che si ripercosse in tutte le sue membra, quindi ricadde pesantemente sul cuscino.
Morto! esclam il vecchio beg.
Ma io lo vendicher, disse Hossein, i cui occhi avevano lampi vividi. Le Aquile sono sbucate dalle steppe!... Ah!... Non sanno ancora quanto pesi il mio kangiarro. Tabriz! Il mio cavallo, il mio fucile e le mie pistole.
Dove vuoi andare, cugino? chiese Abei.
A salvare Talm o morire con essa, rispose il prode guerriero con impeto.
Tu sei un valoroso, Hossein, disse il beg, guardandolo con orgoglio, e sei degno figlio di colui che con un solo gesto faceva tremare i predoni della steppa ghirghisa. Ma tu stai per commettere una imprudenza. Aspettiamo che giunga la nostra scorta, o meglio mandiamo Tabriz a richiamarla. In un'ora e mezzo i nostri uomini possono essere qui.
M'incarico io di andarla a raccogliere, disse Abei con sottile sorriso ironico. Io, al pari di te, cugino, non ho paura delle Aquile della steppa.
E tu, padre? chiese Hossein. Vorresti rimanere qui solo?
Il vecchio si era alzato col viso contratto e gli occhi fiammeggianti.
Si provino ad assalirmi entro la mia tenda quei rettili, disse.
Va', Hossein, va' a difendere la tua bella Talm; tu, Abei, corri a radunare la scorta e prendi alle spalle le Aquile della steppa e sopra tutto non risparmiarle.
I nostri cavalli sono pronti, partiamo, disse in quel momento Tabriz, comparendo sulla soglia della tenda.
Parti, Hossein e non risparmiare i colpi di punta, disse il vecchio. Io ti seguir col mio pensiero.
Abbracci il valoroso giovine e lo condusse fino fuori.
In sella, padrone, disse Tabriz, gettandosi ad armacollo due lunghi archibugi. Sfonderemo le linee di quei bricconi e passeremo fra loro come due proiettili.
Su, Agar, preparati a gareggiare col vento.
Un momento dopo Hossein ed il suo gigantesco servo scomparivano fra le ombre della notte.
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CAPITOLO 5.
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Attraverso la steppa.
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I cavalli, che i due coraggiosi montavano, avevano preso uno slancio fulmineo, come se avessero davvero voluto gareggiare col vento, che spazzava senza posa la sterminata pianura.
Erano due animali superbi, di razza persiana, meglio configurati e meno magri dei cavalli arabi, colla testa leggera e le gambe sottili e nervose.
La steppa turchestana  ricchissima di cavalli, allevandone le trib nomadi un grande numero; ma se sono d'una resistenza incredibile, non hanno lo slancio impetuoso di quelli persiani, specialmente di quelli che provengono dal Khorassan, che sono i pi stimati, pagandosi mai meno di cinquanta piastre ciascuno.
Dobbiamo dire per che hanno bisogno di maggiori cure di quelli turchestani, i quali invece nulla richiedono, usando, i loro proprietari, sottoporli a prove straordinarie, prima di metterli in vendita.
Tanto Hossein, quanto Tabriz, tendevano attentamente gli orecchi, temendo di udire in lontananza qualche scarica che annunciasse il principio dell'attacco; essendo per il vento girato al sud e la casa della bella Talm assai lontana, non era possibile che potessero udire cos presto il rombo dei lunghi archibugi delle Aquile della steppa.
Giungeremo in tempo, padrone? chiese Tabriz, quand'ebbero percorso qualche miglio. I nostri cavalli vanno con uno slancio indiavolato, tuttavia non potremo giungere all'abitazione della tua fidanzata prima di un'ora, ed in un'ora si pu prendere d'assalto anche un fortino.
Se hanno mandato quel povero messo,  segno che i servi di Talm non si arrenderanno prima del mio arrivo, rispose Hossein, il quale si sforzava di apparire calmo, quantunque veramente non lo fosse affatto.
Chi pu aver spinto le Aquile della steppa fino qui?
Piombano dove sanno di fare un buon colpo e Talm  ricca.
Mi viene per un altro sospetto, padrone.
Quale, Tabriz?
Non oso dirtelo.
Devi parlare.
Ho udito a narrare che il Khan di Samarcanda e che anche quello di Bukara, si sono sovente serviti delle Aquile per provvedere di belle fanciulle i loro harem.
Hossein prov un tale colpo al cuore da vacillare sulla sella.
Vuoi uccidermi, Tabriz? disse, con voce soffocata.
Io non volevo dirtelo, signore.
Possibile che quei miserabili siano qui venuti attirati dalla bellezza di Talm, piuttosto che dalla sua ricchezza?
La fama della bellezza della tua fidanzata, pu essere volata molto lontana e pu essere penetrata anche entro gli harem di quei Khan.
Guai a loro! url il giovane. Per quanto siano potenti, il mio kangiarro saprebbe raggiungerli.
La mia non  stata che una supposizione, padrone, disse il gigante.
E nondimeno mi ha colpito profondamente il cuore, pi dolorosamente d'un colpo di pugnale.
Possono avere di mira solamente le ricchezze della tua fidanzata, signore.
Vadano pure i cofani pieni d'oro e di gioielli di Talm, ma non lei. L'amo cos immensamente, Tabriz, che non potrai mai fartene un'idea, m'intendi?
Se corro attraverso la steppa, mi pare di vederla fuggire dinanzi a me fra le alte erbe, come una visione celeste; se dormo, mi pare di vederla entrare silenziosamente nella tenda del beg e accostarsi al mio capezzale e sussurrarmi parole d'amore; se inseguo una fiera o caccio col falco, mi pare che perfino gli animali volatili abbiano qualche cosa di comune con Talm.
M'intendi, Tabriz? Aizza il tuo cavallo, senza tregua, senza compassione. Se muore poco importa. Abbiamo cavalli in abbondanza.
Cani di predoni! rugg il gigante. Ne far un macello di quei ladri!  tempo che le Aquile ritornino nelle loro maledette steppe della Ghirghisia.
Sferza, Tabriz.
I due stalloni persiani, quantunque galoppassero da quasi una mezz'ora, non rallentavano, anzi pareva che aumentassero continuamente la loro corsa, non ostante che le sabbie trasportate dal vento, si abbattessero in vere trombe su di loro.
Ad un tratto Tabriz mand un grido.
Hai udito, padrone?
Che cosa?
Una scarica di fucili.
Arresta il tuo cavallo.
Il gigante, con una strappata violenta, fece fare al suo destriero un volteggio fulmineo, poi lo costrinse a piegarsi sui garretti, perch il ventre tocc le erbe della steppa.
Hossein, che era forse il pi abile cavaliere della steppa, aveva fermato quasi di colpo il suo, a rischio di spezzargli le gambe.
Le raffiche in quel momento si succedevano con estrema violenza, trascinando trombe di sabbia, che giravano vorticosamente attraverso le tenebre, spezzandosi e rovesciando sulle steppe vere cortine di granelli.
Ascolta attentamente, padrone, disse Tabriz.
Non odo che i ruggiti del vento, rispose Hossein, che si era curvato innanzi e che nondimeno si sentiva bagnare la fronte.
I due cavalli, colla testa curva fino in mezzo alle alte erbe, pareva che ascoltassero anch'essi, pur soffiando rumorosamente:
Ora erano fischi stridenti che terminavano in un lungo gemito, come d'una persona sgozzata; ora invece erano sibili prolungati, che morivano quasi subito come se tra le erbe si spegnessero ad un tratto; oppure muggiti assordanti, che parevano prodotti dal rompersi delle onde del mar Caspio o da quelle dell'Aral.
Odi, padrone, chiese improvvisamente il gigante, raccogliendo le briglie e stringendo le ginocchia per lanciare nuovamente, a corsa sfrenata, il suo magnifico khorassano, che sembrava impaziente di riprendere lo slancio.
S, una scarica di archibugi, disse Hossein, che era diventato pallidissimo.
Assalgono la casa di Talm.
Partiamo!... Partiamo!...
I due cavalli persiani, sentendo allentare le briglie, ripartirono colla velocit d'una tromba.
L'abitazione di Talm non doveva essere lontana pi di tre miglia, distanza che quegli impareggiabili corridori potevano superare in meno d'un quarto d'ora.
Prepara le pistole ed il kangiarro, Tabriz, disse Hossein, che pareva in preda ad una terribile collera.
Galoppavano colla testa curva, per non venire acciecati dalle trombe di sabbia che non cessavano di roteare sulle ali del vento e respiravano rumorosamente.
Quella seconda corsa dur, sempre velocissima, un'altra mezz'ora; poi Hossein che tendeva sempre ansiosamente gli orecchi e che scrutava attentamente la tenebrosa pianura, trattenne nuovamente, quasi di colpo, il suo khorassano, a rischio di venire sbalzato a terra.
Attenti, Tabriz! esclam.
Che cos'hai, padrone? chiese il gigante.
I lupi.
Brutto segno. Avranno le Aquile dietro di loro.
Fermiamoci un momento e vediamo. Se la casa di Talm fosse stata gi assalita, a quest'ora avremmo udito qualche colpo di fucile. Giungeremo quindi a tempo.
I banditi che infestano le steppe turchestane, hanno una maniera speciale e curiosissima per dare la caccia agli uomini; maniera ben triste, ma molto sicura perch non lascia alcuna traccia dei delitti che commettono: seguono i lupi.
 saputo da tutti che quelle bestie non aggrediscono che gli uomini isolati, o per lo meno che siano in piccoli gruppi. Appena i loro lugubri ululati, che il vento porta assai lontani, giungono agli orecchi dei predoni, questi balzano sui loro cavalli e prendendo la via pi breve, piombano sui disgraziati viaggiatori, che vengono senza piet scannati e derubati.
I lupi, intimiditi da quella improvvisa comparsa di tanti cavalieri, non osano avanzare e s'arrestano a qualche distanza, in attesa che il delitto sia compiuto. Appena i banditi se ne vanno, entrano a loro volta in scena e la cena, soventi volte molto abbondante, non manca mai loro.
Si afferma anzi dai turchestani, che i lupi non assaltino mai, anche se sono in grossissimo numero, i banditi della steppa. Si vede che hanno ormai capito che quelli sono i loro provveditori di carne umana, e perci li rispettano; tuttavia non possiamo assicurare l'autenticit di questo fatto.
Hossein e Tabriz si erano guardati intorno. Piccole ombre cogli occhi fosforescenti che sembravano di bragia, correvano con fantastica celerit per la pianura, spiccando grandi salti al di sopra delle alte erbe.
Sono ben lupi, quelli, disse Hossein, senza manifestare alcuna inquietudine.
S, padrone, rispose Tabriz, levando dalle fonde due pistole, armi forse migliori del lungo archibugio.
Non inquietiamoci per quelli, disse il giovane. Non mi sembrano in tal numero da osare un attacco, e poi i nostri khorassani hanno le zampe pi leste delle loro.
E lo sanno, padrone; guarda come son tranquilli.
Si tratta ora di sapere se le Aquile della steppa si trovano dietro di noi o dinanzi.
 difficile indovinare da quale parte verranno.
Che cosa mi consigli di fare?
Riprendere lo slancio e far correre i lupi, mio signore. Finora non hanno cominciato ad ululare e forse i predoni sono ancora molto lontani.
Avanti dunque!... E teniamoci in sulle difese.
I due khorassani mandarono un lungo nitrito, alzarono gli orecchi e ripartirono cogli occhi scintillanti, le narici dilatate e la bella testa non pi curva innanzi, bens gettata indietro. I carnivori salutarono la partenza dei khorassani con uno spaventevole ululato, che si ripercosse lungamente nella tenebrosa pianura, non ostante i fischi ed i muggiti delle raffiche.
I maledetti ci annunciano alle Aquile, disse Tabriz serrando le ginocchia e armando una delle due pistole.
Non far fuoco per ora, disse Hossein. I banditi potrebbero anche credere che i lupi diano la caccia a qualche drappello di onagri (asini selvaggi) o di gazzelle.
I lupi facevano sforzi prodigiosi per non perdere terreno e continuavano a balzare fra le erbe, ululando a tutta gola.
Divisi in due file, galoppavano a destra ed a sinistra dei due khorassani, tenendosi ad una distanza di cinquanta o sessanta metri.
Non essendo pi di una trentina fra tutti, non si sentivano abbastanza forti per precipitarsi risolutamente all'attacco. Probabilmente contavano o sull'esaurimento delle forze dei cavalli, o sulla caduta dell'uno o dell'altro, per avventarsi.
Quella corsa sfrenata durava solo da pochi minuti, quando Tabriz scorse sulla linea dell'orizzonte, che aveva cominciato un po' a rischiararsi, grandi ombre che si serravano rapidamente.
Padrone! disse. Le Aquile sono dinanzi a noi. Guarda quella linea oscura che si muove laggi. Si preparano a chiuderci il passo.
Le Aquile! esclam Hossein, alzandosi sulle larghe staffe d'acciaio, per abbracciare maggior spazio.
S, padrone, non m'inganno, io.
Hossein mand un vero ruggito:
Quei miserabili sperano di arrestare il nipote di Agha beg!... Passeremo attraverso le loro fila come palle di cannone!... Fuori il kangiarro, Tabriz!
L'ho gi in mano, rispose il gigante.
Le briglie fra i denti e una pistola nella ventriera.
 fatto.
A tutta corsa!... Sfonderemo la loro linea.
Non ne dubitare, signore.
Giunti a cinquanta passi, una voce chiese improvvisamente:
Chi vive? Fermatevi!...
Amici della steppa, rispose Hossein alzando il kangiar.
Fermatevi!...
S, aspetta un momento!... Aizza, Tabriz, e piombiamo addosso a quei miserabili.
Un cavaliere si era staccato dalla linea e muoveva incontro a loro a piccolo trotto.
Hossein alz la lunga pistola che aveva nella mano sinistra, mir qualche istante, poi fece fuoco.
Il bandito, colpito in mezzo al petto dall'infallibile palla del giovane, allarg le braccia abbandonando le briglie e l'arcione e stramazz pesantemente fra le erbe, mentre il suo cavallo, spaventato dal lampo e dalla detonazione, dopo d'aver spiccato un gran salto di fianco, si dava a precipitosa fuga attraverso alla steppa.
Carica, Tabriz! url il giovane. Addosso a quei cani!
I due cavalieri giunsero come un uragano sui banditi schierati su una lunga linea. Erano quindici o venti, bene montati e anche bene armati; tuttavia Hossein e Tabriz non esitarono un momento a caricarli, sapendo bene che nessuno avrebbe potuto arrestare lo slancio indiavolato dei due khorassani.
Addosso! url un'ultima volta il prode figlio del beg, che aveva presa un'altra pistola.
Serrarono i ginocchi sui fianchi dei cavalli e spararono simultaneamente due colpi, poi fecero impeto sulla fila, menando colpi furiosi a destra ed a sinistra coi kangiarri.
Parve che quella carica furiosa e l'audacia dei due turchestani, producesse un gran panico fra quei banditi, poich invece di stringere la fila e di chiudere il passo, fecero fare ai loro cavalli un salto di fianco, lasciando libero il varco. Lo strano si  poi che non pensarono, nella confusione, di far uso dei loro fucili, che pur tenevano fra le mani.
I due cavalieri, dopo d'aver spaccata la testa ai due banditi, che si erano trovati a portata di mano, passarono come una tromba attraverso i nemici, ormai disorganizzati dal loro slancio impetuoso, continuando la loro rapidissima corsa attraverso le fitte erbe della pianura.
Allenta le briglie, Tabriz! grid Hossein, I banditi ci daranno ora la caccia.
Alcune detonazioni rimbombarono alle loro spalle e tosto essi udirono i proiettili a fischiare non gi in alto, bens rasente le erbe.
Tabriz si volse e si guard alle spalle.
Le Aquile della steppa, furiose di non aver potuto arrestare a tempo i due audaci cavalieri e anche smaniose di vendicare la morte dei loro tre compagni, si erano messi in caccia, urlando ferocemente.
Come per abbiamo detto, se i cavalli turchestani hanno una resistenza straordinaria, non hanno la velocit e lo slancio dei cavalli persiani e specialmente di quelli del Khorassan, sicch era molto difficile che potessero raggiungere i due fuggiaschi, quantunque le cavalcature di questi avessero galoppato quasi un paio d'ore.
Dopo il primo slancio impetuosissimo, i cavalli turchestani erano infatti rimasti indietro, non ostante le frustate furiose dei loro cavalieri.
Non ci perderanno di vista, disse Hossein.
Fra poco saremo alla casa di Talm e allora.... rispondeva Tabriz, quando una scarica fragorosa, echeggiata in quel momento dinanzi a loro, gli interruppe bruscamente la frase.
Hossein mand un grido:
Attaccano!....
S, la casa della tua fidanzata, signore, aggiunse Tabriz, che era diventato pallido.
Ah!.... Miserabili!... url Hossein.
Una seconda scarica rintron in quell'istante, pi debole della prima ed in altra direzione.
Sono impegnate due lotte! esclam Tabriz. Una al nord e l'altra ad oriente. Che cosa significa questo doppio attacco?
Non lo comprendi? Quei birbanti si sono divisi in due schiere: l'una contro la casa di Talm e l'altra contro il villaggio dei Sarti, per impedire a questi di accorrere in aiuto della loro signora.
Nemici alle spalle, nemici dinanzi e nemici sul fianco!.... Se non moriamo questa notte, camperemo cent'anni!....
Ci inseguono sempre?
Sono lontani, signore, tuttavia non pare che abbiano intenzione di lasciarci. Mi stupisce per una cosa.
Quale?
Che non facciano pi uso dei loro fucili. Potrebbero ancora colpirci.
Vorranno prenderci vivi.
Infatti quando siamo passati attraverso a loro, hanno sparato ai nostri cavalli, piuttosto che su noi. Le palle rasentavano le erbe della steppa.
E noi approfitteremo di questa loro misteriosa magnanimit per far strage dei loro corpi. Ah!... Un'altra scarica!... Quei cani spingono l'assalto.
Spingi il tuo cavallo.
Vola come un falco.
A quella seconda scarica altre erano successe subito dopo. Le Aquile della steppa dovevano avere trovata una forte resistenza da parte dei servi di Talm e fors'anche da parte dei Sarti, che occupavano il villaggio.
Le detonazioni risuonavano sempre pi vicine.
I due valorosi, curvi sulla sella, col kangiarro in mano, spiavano ansiosamente l'orizzonte. Una estrema ansiet si era impadronita di entrambi e sul loro viso si leggeva una collera intensa.
Talm, vengo! ripeteva Hossein. Resisti, ancora pochi minuti. L'uomo che ami sta per giungere.
Poi a un tratto esclam:
Ecco la casa della mia bella fanciulla! I banditi l'assalgano.
Lampi brillavano fra le erbe e altri lampi balenavano al di sopra d'una massiccia costruzione giganteggiante nelle tenebre.
Padrone, disse Tabriz, giriamo dietro la casa. Le Aquile attaccano di fronte e non vedo brillare alcun lampo dalla parte della cinta.
Sia pure, quantunque abbia un desiderio intenso di piombare su quelle canaglie e di sciabolarle.
 meglio essere prudenti, signore. Sono in troppi e non si sa mai dove vada a finire una palla di pistola o di moschetto.
Gira al largo, dunque. Ci prenderemo pi tardi la nostra rivincita.
Invece di dirigersi direttamente verso la casa, vi passarono dietro, senza che le Aquile della steppa, troppo affaccendate a dare l'attacco, si fossero accorte del loro arrivo.
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CAPITOLO 6.
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Talm la bella.
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Mentre i turcomanni, popolo assolutamente nomade, vive sotto le tende, il sarto che forma una trib a parte, quantunque abiti pure la grande steppa che si svolge fra il mar Caspio e l'Aral, vive in massicce costruzioni, che fino ad un certo punto possono chiamarsi case.
Non essendovi foreste nel Turckestan, perch nel corso dei secoli sono scomparse, avendo gli abitanti abbattuti gli alberi senza sostituirli con altri, il sarto non pu avere legname, sicch ricorre alla terra che  di natura argillosa.
Ne cava una quantit sufficiente per edificare la sua casa, forma mattoni che lascia poi seccare al sole, non potendo in nessun modo cuocerli, sempre per la mancanza dell'occorrente combustibile.
Quelle abitazioni, basse, massicce e colle loro pareti grigiastre, fanno una pessima impressione. Le camere poi sono piccolissime, col soffitto poco elevato e le porte cos anguste, che chi le abita, per entrarvi,  costretto a curvarsi.
Tutta la costruzione  di terra, salvo le architravi delle porte, formate da piccoli pezzi di legno levati con infinita fatica dagli arctha, quei giganteschi ginepri che crescono solo nelle valli lontane o sui pendii delle colline, o tolti dalle piante che si allevano, con cure infinite, nei giardini.
Si capisce che quelle case che hanno i tetti formati da semplici canne, coperte di putrelle appena disgrossate, non possono avere lunga durata. Le piogge, che in quelle regioni talvolta durano parecchie settimane, le rovinano in modo tale, che il povero sarto sovente  costretto ad abbandonare la sua dimora, che lentamente si sfascia, e costruirsene un'altra.
Solo alle famiglie ricche  concesso d'avere delle case ampie e solide, coi fondamenti di mattoni cotti, con porticati, cortili e terrazze sulla cima. Nel disegno non differiscono per molto da quelle dei poveri e sono del pari massicce, pesanti, piuttosto basse, forse per evitare un disastro, essendo quelle steppe scosse di frequente da terremoti formidabili.
Invece di essere semplici, son doppie, ossia divise in due parti distinte da un cortile; una  lo eskhiri, che  riservato esclusivamente alle donne, dove possono attendere alle loro occupazioni e divertirsi al coperto d'ogni sguardo indiscreto; l'altra che chiamasi sakkir e anche birun,  destinata agli uomini, ai loro amici ed ai cavalli.
La casa di Talm, non era una abitazione di poveri, essendo figlia d'un beg, sarto che aveva accumulate molte ricchezze. Aveva cortili, terrazze, muraglie massicce, finestre tutte interne, chiuse da sbarre di ferro, sicch si poteva considerare come una vera fortezza, imprendibile da parte di uomini armati di sole pistole e d'archibugi.
Hossein e Tabriz, come abbiamo detto, erano giunti dietro la casa, senza che i banditi se ne fossero accorti.
Balzarono agilmente a terra prendendo i loro fucili e le pistole, immaginandosi che le Aquile non avrebbero tardato a circondare l'abitazione e s'accostarono al recinto che si estendeva dietro e dove si trovavano i cavalli ed i montoni della figlia del beg sarto.
Lascia liberi i nostri khorassani, disse il giovane Tabriz. Sapranno ritrovare la nostra tenda anche senza di noi. Non voglio che i banditi li vedano.
Il gigante tolse le briglie ed il morso, onde fossero maggiormente liberi, poi sferr loro due poderosi calci.
I due khorassani, non abituati a quel brutale trattamento, s'impennarono violentemente, poi partirono ventre a terra, scomparendo ben presto fra le tenebre.
Se ne sono andati, padrone, disse il gigante.
Sali sulla cinta e aiutami.
Un momento, padrone. Bisognerebbe avvertire i difensori della casa, se no, credendoci Aquile, ci prenderanno a fucilate.
 vero, rispose il giovane a cui batteva forte il cuore. Come fare?
Hossein stava per rispondere, quando un'ombra umana comparve sul terrazzo sovrastante la casa.
Amici! grid Hossein, mentre dalla parte opposta rimbombava una scarica. Sono il figlio del beg Agha. Non fare fuoco.
L'uomo che aveva gi puntato il fucile, avendoli oramai scorti, abbass l'arma.
Getta una fune, presto, aggiunse il giovane. I banditi stanno per giungere.
L'uomo scomparve subito.
Sali sulla cinta, continu Hossein, volgendosi verso Tabriz. Li vedo giungere.
Il gigante spicc un salto e s'aggrapp con ambe le mani all'orlo superiore del muricciuolo, formato di argilla battuta; si iss mettendosi a cavalcioni, poi porse le mani al suo giovane padrone e lo innalz colla stessa facilit, come avrebbe fatto con un fanciullo.
Al di l della cinta vi erano numerosi cavalli i quali, spaventati dalle detonazioni che echeggiavano continuamente sulla fronte della casa s'inalberavano, cercando di spezzare le corregge che li trattenevano ai pali piantati nel suolo.
Tabriz e Hossein attraversarono correndo il recinto e giunsero sotto la casa, nel momento in cui una corda a nodi veniva gettata dal terrazzo.
A te, padrone, disse il gigante. Affrettati perch vengono.
Per un momento posso tener testa a quei ladroni.
Dietro il muricciuolo, che avevano poco prima varcato, si udivano i banditi della steppa a schiamazzare. Anche essi si preparavano a dare la scalata al recinto.
Hossein strinse la fune, senza perdere tempo e si iss lestamente fino sulla terrazza, dove un servo di Talm lo aspettava, tenendo in mano il moschetto gi armato.
Tu, signore! esclam quell'uomo. Non ti aspettavo cos presto.
Taci e preparati a far fuoco, rispose Hossein, togliendosi dalla spalla il fucile.
Vi  Tabriz che deve ancora salire.
Due spari rintronarono in quel momento dietro la muraglia del recinto. Due banditi subito apparvero sull'orlo, per aiutare i compagni a salire.
Sali, Tabriz! Grid Hossein.
Poi volgendosi verso il servo di Talm, aggiunse:
Tira!... A me quello di destra, e a te quello di sinistra.
Due detonazioni seguirono una dietro all'altra ed i banditi, che erano gi a cavalcioni della cinta, stramazzarono dall'altra parte.
In quel momento Tabriz metteva i piedi sul terrazzo.
Va' a vedere la tua Talm, padrone, disse poi.
Il giovane attravers la terrazza, tenendosi curvo onde non esporsi ai tiri dei banditi e scese una gradinata coperta, che metteva capo ad una specie di veranda, dove alcuni uomini, nascosti dietro il parapetto, facevano fuoco.
Talm! grid Hossein, vedendo fra loro biancheggiare una forma femminile.
Un gran grido rispose:
Il mio prode fidanzato!... Siamo salvi!... Fuoco, amici, fuoco!
Poi la giovane si slanci fuori dal gruppo, cadendo fra le braccia di Hossein.
Talm giustificava pienamente la rinomanza d'essere la pi bella fanciulla della grande steppa turchestana.
Quantunque non dovesse avere pi di quindici anni, era quasi alta come Hossein, con forme bene sviluppate, come amano quei popoli, fra cui la magrezza nelle donne equivale a tutto ci che pu esservi di brutto, con grandi occhi oscuri, sormontati da bellissime sopracciglia dall'arcata perfetta e capelli neri come l'ala dei corvi, che teneva raccolti in un gran numero di trecce adorne di gruppetti di perle.
Come gi tutte le donne sarte, indossava una zimarra di seta verde, aperta sul dinanzi per lasciar vedere parte della camicia di seta bianca e calzoni larghi e imbottiti internamente, in modo da non lasciar trasparire la gamba, e calzava alti stivaletti di cuoio rosso, colla punta assai rialzata.
Attorno alle anche, aveva uno sciallo di kachemire, dalle splendide tinte, annodato sul dinanzi coi due capi pendenti fino quasi a terra.
Malgrado l'imminenza del pericolo, non dovesse averle lasciato tempo di occuparsi troppo della sua persona, aveva ai polsi dei ricchissimi e pesanti braccialetti d'oro e agli orecchi dei lunghi pendenti, formati da perle riunite con turchesi e con rubini.
Giungi a tempo, mio valoroso Hossein, disse la fanciulla, la cui voce tremava. E tuo zio? E Abei? Sei giunto colla tua scorta?
Solo con Tabriz, ma non temere, mia dolce Talm. Fra un'ora o due i miei uomini saranno qui e faremo un macello delle Aquile della steppa.
 tutta asserragliata la casa?
Tutte le porte sono barricate.
Di quanti uomini disponi?
Di nove: uno l'ho mandato a te. L'hai veduto?
S, ed  anche morto. Vieni via di qui: le palle fioccano da tutte le parti. Occupiamoci della difesa.
Hossein, non esporti ai loro fucili! grid Talm, vedendo che stava per precipitarsi verso il parapetto della galleria.
Non temo, rispose il giovane, liberandosi con dolce violenza dalle braccia di Talm.
Rifugiati nella tua stanza: non corriamo alcun pericolo per ora.
La fanciulla fece un energico gesto di diniego.
Sono la figlia d'un beg, disse. Ho anch'io nelle mie vene il sangue d'un guerriero.
Voglio sfidare le palle di quei miserabili al tuo fianco, mio valoroso Hossein.
Il giovane guard la fidanzata con orgoglio, poi disse:
Come sei la pi bella fanciulla della nostra steppa, sei anche la pi ardita. Vieni, mia dolce Talm, noi mostreremo alle Aquile come sanno combattere gli uomini del Caspio e le fanciulle dell'Aral.
La prese per una mano e la trasse verso il muricciuolo dove i servi, inginocchiati, l'un presso l'altro, mantenevano un fuoco vivissimo contro i predoni, che tentavano di farsi sotto per dare la scalata alla casa.
La lotta si era impegnata vivissima. Gli assedianti, che erano in grosso numero, erano sbucati dalle alte erbe, in mezzo alle quali si erano tenuti fino allora nascosti per non esporsi al tiro degli assediati e strisciavano sulla terra sgombra, spingendo innanzi a loro una scala lunga e massiccia.
Parecchi si erano per tenuti indietro e, mezzo celati sul margine della steppa erbosa, sparavano sulla galleria per cercare di allontanare i difensori.
Hossein e Talm, riparati da uno dei massicci pilastri che reggevano l'orlo del terrazzo sovrastante, avevano a loro volta aperto il fuoco, mentre un servo, inginocchiato dietro di loro, ricaricava i fucili di ricambio.
La fanciulla, abituata alle scorrerie dei banditi della steppa, che pi volte avevano gi assaliti i villaggi sarti, non manifestava alcun timore e sparava tranquillamente, orgogliosa di mostrare il suo coraggio al nipote del fiero beg.
Solo, di quando in quando, volgeva la testa verso il fidanzato scambiando con lui un sorriso.
La fucilata diventava di momento in momento pi intensa. I banditi irritati di essere tenuti in iscacco da un cos piccolo numero di difensori, che credevano di spazzare via con tutta facilit, si spingevano audacemente innanzi, quantunque molti di loro giacessero a terra morti o feriti.
Hadgi li spingeva all'attacco, urlando ferocemente e promettendo ai suoi uomini le teste dei servi di Talm. Forse fra i banditi vi era anche il mestvires, che era il vero capo di quell'accozzaglia di ladri, per il furfante si guardava bene dal mostrarsi.
Hossein non si scoraggiava per e fucilava i pi furibondi, senza mai mancarli una sola volta.
Che cosa fa dunque mio cugino? si chiese ad un certo momento. A quest'ora dovrebbe essere qui.
Sei inquieto per loro  vero, Hossein? chiese la bella Talm, che col viso animato da una viva collera non risparmiava i predoni. Che sia accaduta qualche disgrazia al beg?
A lui, no!... Egli quantunque vecchio  troppo temuto dalle Aquile e nessuno oserebbe assalirlo.
 per mio cugino che sono piuttosto inquieto. Non comprendo come non si veda ancora.
Che i banditi ci prendano prima che egli arrivi? Sono spaventata per te, mio Hossein. Tu lotterai fino alla fine, per cadere sotto i colpi di quei miserabili, disse Talm, con un singhiozzo.
Taci, luce dei miei occhi, disse Hossein, quasi con rabbia. Non angosciare il guerriero che combatte.
Fuoco Talm, l in mezzo a quel gruppo!... Tabriz, a me!
Il gigante, che sparava sempre sul terrazzo, non ostante il fragore della fucilata, aveva udito il grido del suo padrone.
Che due di voi vadano a sostituirlo, continu Hossein, volgendosi verso i servi che facevano fuoco in mezzo ad una fitta nuvola di fumo.
Tabriz in quel momento comparve, tenendo in mano il suo lungo fucile che fumava ancora.
Che cosa vuoi, padrone? chiese, curvandosi dietro uno dei pilastri per evitare le palle che sibilavano attraverso la veranda, conficcandosi nella parete.
Sono entrate nel recinto le Aquile? chiese Hossein.
No, mio signore. Sono ancora a cavalcione del muricciuolo e non pare che abbiano fretta di spingersi sotto la casa.
Ho bisogno della tua forza.
Sono pronto a tutto.
Indietro, Talm.
Ah!... Tu, signora! esclam il gigante, che non l'aveva ancora veduta. Non  questo il tuo posto.
Lasciami sparare ancora un colpo, Tabriz.
Alcune grida mandate dai servi, li avvertirono che qualche cosa di grave stava per accadere.
Hossein gett un rapido sguardo al di sopra del parapetto.
Hanno alzata la scala! grid.
Lascia che salgano padrone, disse Tabriz, rimboccandosi le ampie maniche e mostrando due braccia grosse, quanto quelle d'un gorilla e irte di enormi sporgenze.
Hossein spinse la fanciulla verso una delle stanze che avevano le porte sulla galleria.
L, amica, disse con voce alterata. Questo  il momento terribile e bisogna che tu non ti trovi presso di me.
Il mio cuore tremerebbe troppo per te.
No, Hossein. Se dobbiamo morire, voglio cadere al tuo fianco, mio prode! grid la fanciulla con esaltazione.
 il guerriero che comanda, non l'uomo che ama, rispose il fiero nipote del terribile beg. Obbedisci!
Si strapp bruscamente dalle braccia di Talm, che lo avevano avvinghiato e si slanci attraverso il fumo, levandosi dalla cintura le pistole.
Eccomi, Tabriz, disse. Salgono!
S e li aspetto, rispose il gigante con voce tranquilla.
Dieci o dodici banditi si erano subito inerpicati sulla scala, tenendo i kangiarri stretti fra i denti, mentre altri facevano un fuoco infernale, mandando le palle contro il soffitto della galleria.
A te, Tabriz! grid Hossein, dominando, colla sua voce squillante, i clamori assordanti dei banditi.
Il gigante, che stava rannicchiato dietro al parapetto, s'alz di colpo, afferr le due estremit della scala e, facendo appello a tutte le sue forze, la spinse innanzi.
Resa pesantissima pel numero degli assalitori i quali s'innalzavano rapidamente, dapprima resistette, poi si rovesci all'indietro, cadendo fra le erbe della steppa.
Tutti quelli che la montavano capitombolarono fra un immenso urlo di spavento, rompendosi chi la testa, chi le braccia, chi le gambe.
Ecco fatto, disse Tabriz, ridendo. Spero che quei bricconi non torneranno nella steppa della fame in troppo buona salute.
In quel punto si ud uno dei servi di Talm ad urlare:
Vedo dei cavalieri che accorrono!... I Sarti! I Sarti!...
Hossein si era precipitato verso il parapetto, mentre Tabriz, che pareva fosse diventato improvvisamente furioso, con un colpo di spalla faceva crollare uno dei pilastri della veranda, a rischio di far cadere una parte del terrazzo sovrastante, coprendo di macerie le Aquile che stavano per rialzare la scala.
Quattro o cinque drappelli di cavalieri giungevano a briglia sciolta, attraversando la steppa come un uragano. Ai primi chiarori dell'alba si poteva distinguere un bel vecchio dalla lunga barba bianca, cavalcare alla loro testa su un destriero nero come un corvo e che spiccava dei salti straordinari.
Mio zio! esclam Hossein. Amici, Tabriz, siamo salvi.
Un grido che parve un colpo di tuono, usc dalle labbra del vecchio.
Agha beg vi uccide, miserabili!...  il terrore delle Aquile!... Fuoco e caricate col kangiarro!... Spazziamo queste canaglie!...
I banditi, accortisi dell'arrivo di quei drappelli che erano numerosissimi e ansiosi di prendere parte alla lotta, si ripiegarono disordinatamente verso la steppa.
In sella! comand Hadgi, il luogotenente del mestvires. Riprenderemo al momento opportuno la partita.
Una tromba squill sonoramente. Era il segnale della fuga.
I banditi che si trovavano dietro la casa di Talm e che sparavano sul terrazzo, udendo quel segnale, abbandonarono precipitosamente la cinta, raggiungendo i loro camerati che saltavano in sella, sotto il fuoco vivissimo degli assediati.
Al galoppo! ordin Hadgi, La partita  perduta.
Le Aquile allentarono le briglie e s'allontanarono in due lunghe file, scomparendo verso occidente, prima che il vecchio beg ed i suoi drappelli avessero avuto il tempo di chiudere loro la ritirata e d'impegnare la lotta.
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CAPITOLO 7.
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La scomparsa di Abei Dullah.
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Il vecchio beg, rimasto solo a guardia dell'immensa tenda, dopo la partenza precipitosa di Hossein e di Tabriz pel nord e di Abei Dullah per l'occidente trovandosi la scorta in quella direzione, aveva fatto subito i suoi preparativi di difesa, non essendo improbabile che qualche manipolo di banditi cercasse di approfittare dell'assenza dei due giovani e del servo, per tentare un colpo di mano.
La notizia dell'imminente matrimonio di Hossein con Talm la bella, doveva essersi sparsa a grande distanza nella steppa, essendo il vecchio beg conosciuto da tutte le trib e, siccome i regali di nozze dei ricchi sono sempre costosissimi, non era difficile supporre che quell'attacco fosse diretto pi contro quei regali, che contro i fidanzati, almeno cos la pensava il beg.
Giah Agha era per un tale uomo da far tremare anche da solo parecchie Aquile della steppa. Nella sua giovent era stato un guerriero indomito e gli anni non avevano calmati ancora i suoi istinti battaglieri, n scemata la fama di coraggiosissimo, che si era guadagnata.
Non appena i tre cavalieri scomparvero fra le tenebre, stacc i suoi archibugi che erano appesi ai pali della tenda, una mezza dozzina circa e tutti splendidi e di lunga portata, avendoli acquistati dai persiani che godevano allora fama di abilissimi armaiuoli; si cacci nella cintura le sue due pistole ed il kangiarro, che aveva l'impugnatura d'oro con turchesi e rubini e and a sedersi sulla soglia della tenda, mettendosi accanto il narghil.
Se i ladroni verranno poi a farmi visita li ricever come si meritano, disse, riaccendendo la pipa, che nel frattempo si era spenta.
D'altronde la scorta non tarder a giungere. Il cavallo di Abei nulla ha da invidiare per velocit e per resistenza a quello di Hossein ed al mio.
Il mio!... Sar meglio che lo metta al sicuro e che me lo tenga presso.
Heggiaz!...
Un nitrito rispose subito alla chiamata del vecchio, poi un superbo cavallo sorse dall'ombra, accostandosi all'entrata della tenda e presentando il suo muso al padrone.
Era tutto nero, col pelo lucentissimo e bardato con un lusso che solo un ricco beg pu permettersi. Le briglie e la sella avevano pendenti formati di zecchini e catenelle d'oro e la gualdrappa, che scendevagli fino al ventre per ripararlo dall'umidit della notte, era tutta ricamata in argento con numerosi gruppetti di perle di Barehin ai quattro angoli.
Il beg gli gett sulle nari una boccata di fumo odoroso, che il cavallo, al pari dei cammelli turchestani, parve gradire, poi gli disse:
Coricati presso di me, mio bravo Heggiaz. Tu senti meglio di me i nemici, anche quando sono ancora lontani.
Il cavallo obbed docilmente, coricandosi fra le alte erbe che crescevano intorno alla tenda.
Il beg si era rimesso a fumare colla sua solita pacatezza, seduto su un pesante cofano che Tabriz aveva col collocato, onde rinforzare meglio le pertiche reggenti la vasta tenda.
Di quando in quando s'interrompeva, per mettersi meglio in ascolto e per scrutare le tenebre. Non udiva che il sibilar rabbioso delle raffiche e dentro lo squillare inquieto dei falchi.
Pass un'ora, poi un'altra ne trascorse, senza che alcun essere umano si mostrasse sulla steppa. Il beg non fumava pi colla calma abituale; aspirava rabbiosamente il fumo della sua pipa, facendo gorgogliare fortemente l'acqua profumata coll'essenza di rosa, racchiusa nel vaso di vetro.
Cominciava ad inquietarsi.
Abei dovrebbe essere gi qui colla scorta, si ripeteva. Che gli sia accaduta qualche disgrazia o che abbia incontrato qualche drappello di Aquile rimaste indietro? E di Hossein che cosa ne sar? Che sia giunto alla casa di Talm?
Io non tremo per lui, ha Tabriz con s che vale da solo dieci uomini e poi Hossein  pi audace e pi forte di Abei.
Ad un tratto il cavallo mand un lungo nitrito e alz di colpo la testa verso l'occidente.
Che cos'hai udito, mio bravo Heggiaz? chiese il beg, che si era pure levato, lasciando cadere il cannello di cuoio rosso del narghil e armando precipitosamente uno dei suoi sei fucili.  Abei che torna colla scorta o qualche Aquila che cerca d'accostarsi?
Tese gli orecchi, curvandosi verso il suolo, mentre l'intelligente animale mandava un secondo nitrito e allungava maggiormente il collo verso l'ovest.
Deve essere Abei, disse il beg, il cui udito ancora finissimo aveva raccolto un lontano galoppo.
Dopo alcuni minuti il vecchio vide un cavallo galoppare sfrenatamente verso la tenda, privo del cavaliere. Mand un grido:
Qui, Ader!
Il destriero fece, senza fermarsi, il giro della tenda, forse per aver tempo di frenare lo slancio, poi and a urtare Heggiaz con tanta violenza da cadere sulle ginocchia.
Solo, torna solo senza Abei! esclam il beg, precipitandosi verso il cavallo. Quale disgrazia  successa?  impossibile che sia caduto, lui che  pure un abilissimo cavaliere e Ader poi non avrebbe lasciato il suo padrone.
Sollev il cavallo e lo trasse entro la tenda, sotto la lampada. Con un solo sguardo si avvide che quel bellissimo animale, un farsistano come il suo, non aveva alcuna ferita.
Anche la bardatura era intatta, come quando era partito.
Il vecchio fece un gesto disperato.
E non poter sapere nulla!... Abei scomparso, Hossein e Talm in pericolo!... Che cosa fare?... Maledette Aquile, che il Profeta vi danni e che l'arsura non cessi di disseccare la vostra steppa della fame!
Stette un momento immobile guardando, cogli occhi dilatati da una collera intensa, la pianura che il vento e le sabbie spazzavano, poi prese una risoluzione disperata:
Andiamo a chiamare in aiuto i Sarti.
Leg il cavallo del nipote ad un palo della tenda, spense la lampada, onde colla sua luce non attirasse l'attenzione degli scorridori della steppa, abbass il pesante tessuto di feltro che serviva da portiera, quindi, gettandosi sulle spalle un fucile, usc, gridando:
Heggiaz!
Il nobile animale s'accost al padrone. Pareva che avesse compreso che cosa si domandava da lui.
Il vecchio, a cui l'et non aveva ancora tolta la forza, si aggrapp alla criniera e mettendo un piede nella larga staffa d'acciaio, mont in sella.
Via, mio bravo Heggiaz, e non fermarti fino al villaggio dei Sarti.
Il farsistano sentendo allentare le briglie, part come un fulmine verso il settentrione.
Il villaggio dei Sarti, che era una specie di feudo di Talm, essendo stato suo padre beg di una di quelle trib sedentarie, si trovava pi prossimo alla casa assediata dalle Aquile della steppa. In meno di un'ora e mezzo, con quel cavallo che poteva gareggiare con quelli di Hossein e di Tabriz, il vecchio contava di giungervi.
Fortunatamente i banditi, sicuri di non venire disturbati, ansiosi soprattutto di impadronirsi della casa, avevano commesso l'imprudenza di non lasciare delle vedette disperse per la pianura, cosicch il beg pot attraversare la distanza che lo separava dai Sarti, senza fare alcun cattivo incontro, eccettuato qualche piccolo gruppo di lupi che non si prov nemmeno a dargli la caccia.
Era la mezzanotte quando entr nel villaggio. Era quello formato da un centinaio e mezzo di casupole molto basse, costruite con argilla grigia, con finestre cos strette da sembrare feritoie e con porte basse, chiuse da una enorme pietra che si spostava dal di dentro.
Un'oscurit profonda ed un silenzio perfetto regnavano nelle viuzze fangose e tortuose. I Sarti dormivano della grossa, non immaginandosi nemmeno lontanamente, che in quel momento le Aquile fossero sbucate dalla steppa della fame e che fossero piombate sulla casa della loro principessa e padrona.
Il beg spinse il suo cavallo fino in mezzo ad una piazzetta che formava il centro del villaggio e s'arrest dinanzi ad una casa un po' pi vasta delle altre, sormontata da un terrazzo.
Si lev un archibugio e lo scaric in aria, mormorando:
Se non sono tutti ubbriachi, si sveglieranno.
La detonazione s'era appena spenta, che si videro degli sprazzi di luce attraverso le feritoie, poi s'udirono delle grida partire da diverse case.
Un uomo era comparso sulla cima del terrazzo, armato d'un fucile e munito d'una torcia.
All'armi Sarti! url con voce tuonante. Le Aquile della steppa!
Taci, cornacchia! grid il vecchio. Invece di strepitare a codesto modo scendi e raccogli tutti i tuoi uomini.
Chi sei?
Giah Agha beg.
L'uomo scomparve e poco dopo la pietra, che serviva di porta a quella casa, veniva spostata e parecchi Sarti uscivano, portando delle lampade, ma tenendo anche prudentemente nell'altra mano i moschetti armati.
Tu, signore! esclam una voce con stupore.
Voi dormite, mentre i banditi assalgono la casa della vostra padrona, disse il beg. Questo non  il momento di tenere gli occhi chiusi e le armi appese alla parete.
La casa della principessa attaccata! gridarono parecchie voci.
Tacete e non perdete tempo. Radunate pi combattenti che potete e seguitemi. Daremo a quelle maledette Aquile una terribile lezione.
Altri uomini accorrevano da tutte le parti armati di fucili, di pistole, di cangiarri e di jatagan.
Udendo che le Aquile avevano assediato la casa della loro giovane signora, si dispersero come uno stormo di passeri per tornare poco dopo coi loro cavalli di battaglia.
Quanti siete? chiese il beg.
Almeno in duecento, rispose il pi anziano della truppa.
In sella e seguitemi. Giah Agha vi conduce.
La fama del vecchio guerriero era troppo nota nella steppa.
I Sarti, che sono d'altronde valenti soldati, vivendo in continua guerra colle orde dei Kirghisi e degli Usbechi, quegli eterni scorridori della grande pianura turanica, in un lampo furono tutti a cavallo ed il plotone lasci la piazza, mentre le loro donne ed i vecchi che erano pure usciti, gridavano loro dietro:
Tornate vincitori!
Ed il mullah del villaggio, salito sul suo piccolo minareto mezzo diroccato, urlava a squarciagola:
Slonchay!... Dismillahir rahmnvir rahim! (All'erta!... Suoni la mia parola in nome di Dio santo ed inesorabile).
Il beg, si era messo alla testa dello squadrone e, siccome il suo cavallo era tutt'altro che stanco, lo conduceva con una velocit vertiginosa, temendo di giungere troppo tardi.
Avevano percorso appena un paio di miglia, quando i cavalieri cominciarono a udire confusamente le scariche di moschetteria.
Preparate le armi! grid il beg, reggendosi sulle larghe staffe e levandosi dalla fascia il kangiarro. Nessuna compassione per quei ladroni.
Continuarono la corsa sfrenata per parecchi minuti ancora, mentre le scariche diventavano intense e pi forti.
Kabarda! Kabarda!... Guarda! Guarda! gridarono ad un tratto i cavalieri.
Degli uomini fuggivano al galoppo attraverso la steppa, mentre dei lampi balenavano fra le erbe e pi in alto, sul terrazzo e sulla veranda della casa di Talm, che era ormai visibile.
Nuher (scudiero), suona la carica! grid il beg.
Un uomo, che lo seguiva da presso, lev da una fonda della sella una specie di flauto e si mise a suonare rabbiosamente, cavando dall'istrumento delle note stridenti, che si propagavano a grande distanza.
I banditi che assediavano la casa, sentendosi rovinare addosso quella turba di cavalieri, si erano dispersi precipitosamente per raggiungere i loro animali nascosti fra le alte erbe.
Solo otto o dieci che erano gi a cavallo e che dovevano essere quelli che erano scappati poco prima, si radunarono per tentare di sostenere l'urto, ma appena si videro dinanzi il vecchio beg che caricava alla disperata col kangiarro alzato, volsero anche essi le spalle, senza nemmeno perdere tempo a scaricare qualche colpo di pistola.
Padre! grid Hossein, che lo riconobbe subito, cominciando le tenebre a diradarsi.
Dov' Talm? chiese il vecchio, mentre scendeva da cavallo.
 qui presso di me.
Aprite la porta.
I Sarti in quel frattempo avevano continuata la loro corsa, smaniosi di vendicarsi di quei terribili predoni, che gi pi volte avevano devastate le loro terre e predate buona parte delle loro mandrie.
Le lastre di pietra che barricavano le due porte della casa, (porte alte e non gi basse, essendo quelle un distintivo delle case abitate da persone d'alta condizione), furono levate ed il beg entr preceduto dallo scudiero.
Sul pianerottolo della scala che conduceva sulla galleria, Hossein e Tabriz l'aspettavano.
Sia lodato Iddio ed il suo profeta, disse il vecchio, abbracciando la giovane e poi il nipote. Temevo di non poter giungere in tempo. Spero che le Aquile non torneranno pi a guastare la vostra felicit.
Grazie dell'augurio, padre, rispose la bella Talm colla sua voce armoniosa.
Ed Abei? chiese Hossein. Insegue i banditi?
Io non l'ho pi veduto, rispose il beg. Solo il suo cavallo  tornato alla tenda, senza cavaliere.
Abei scomparso! esclamarono ad una voce Hossein e Talm.
Io temo, figli miei, che gli sia toccata qualche sventura avanti che abbia potuto raggiungere la scorta.
E non andremo a cercarlo? chiese Hossein.
S. Affider la missione di trovare Abei a Tabriz. Mi addolorerei troppo che egli non assistesse al matrimonio di questi ragazzi.
Tabriz, che era conosciutissimo dai Sarti, scelse venti cavalieri, mont Heggiaz che pareva fosse appena uscito dalla scuderia, non ostante la lunga corsa fatta e diede il comando di partire, mentre il beg e Hossein gli gridavano dalla veranda:
Ritorna presto e con lui.
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CAPITOLO 8.
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La steppa turcomanna.
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In quell'immenso spazio che si estende fra il mar Caspio ad occidente ed il mar d'Aral ad oriente, toccando i confini della Persia, dell'Afganistan, della Duzungaria cinese e del Belucistan, vive un gran popolo fiero, bellicoso, che nessuno degli stati confinanti  stato mai capace di soggiogare.
Solo i russi, dopo non lievi lotte e non pochi sacrifici, sono riusciti, pochi anni or sono, a frenare; ma non del tutto a dominare, poich tutti i Kanati che sono compresi in quel vastissimo territorio, si possono considerare anche ora, quasi indipendenti.
Quel grande popolo  conosciuto sotto il nome generico di turcomanni, quantunque racchiuda nel suo seno varie razze, che ben poco hanno di comune l'una coll'altra, fuorch una sola cosa: l'istinto del ladroneccio.
Il turchestano infatti somiglia molto al terribile tuareg, quel formidabile predone che ha fatto dell'immenso deserto del Sahara, il suo impero. Pel tuareg le sabbie del deserto, pel turcomanno la steppa: entrambi sono avoltoi e quali avoltoi!...
Quel popolo, eternamente irrequieto, che nei secoli passati ha rovesciato nell'Asia Minore e nella penisola balcanica quei terribili turchi, che unitisi agli arabi fecero tremare per tanto tempo le pi agguerrite nazioni bagnate dal Mediterraneo, occupa tutta la grande steppa non solo, ma bens anche la valle dell'Ox, parte del Kkorossan e perfino una porzione del Belucistan.
Il paese dove vive non  altro che una landa sterminata, che sembra sia stata in tempi remotissimi il fondo di qualche gigantesco bacino, caldissima e arida nell'estate, fredda e generalmente nevosa nell'inverno, bagnata solamente nella primavera e nell'autunno da piogge abbondanti, le quali sviluppano erbe altissime.
Come nel Sahara, cos nella steppa vi sono oasi dove si coltivano, con buon successo, granaglie di varie specie: riso, lino, cotone e frutta molto deliziose, specialmente nelle valli aperte dal Syr-Ceria, dal Kisil e dall'Oxus, i tre maggiori fiumi che scorrono attraverso la steppa e le cui rive sono coperte di giunchi, di canne e di alberi.
Quattro razze distinte si contendono quel paese, e tutte sono pi o meno dedite al ladroneccio, sdegnando l'agricoltura, quantunque tutte si occupino attivamente dell'allevamento dei cammelli, dei cavalli e dei montoni.
Gli Usbechi, che sono i pi numerosi e che formano perci la razza dominante, oriundi dalle rive del Volga, che abbandonarono nel XV secolo, occupano la maggior parte della steppa, vivendo sotto tende. Piccoli, robusti, sono coraggiosissimi e perci insofferenti d'ogni giogo e non si occupano d'altro che dell'allevamento dei cavalli.
I turcomanni, padri degli Osmani che conquistarono col valore delle loro armi la Turchia Europea e le rive del mar Nero, occupano la steppa che si estende dalle sponde meridionali del Caspio a quelle occidentali dell'Aral, e questi sono i pi temuti; ma accanto a loro vi sono i Kirghisi, popolo nomade e selvaggio, vivente esclusivamente di preda, sempre in lotta coi suoi vicini ai quali ruba le mandrie, i cammelli ed i cavalli. Questi sono i veri predoni della steppa, sono le terribili Aquile, che calano con rapidit fulminea e che con eguale rapidit scompariscono, lasciando dietro di loro solo delle rovine fumanti.
La Russia ha conquistato il loro paese, sottoponendo volta a volta sotto il suo dominio la grande, la media e la piccola orda, senza per che sia riuscita a cambiare i loro istinti briganteschi. Ed infatti i Kirghisi sono rimasti quelli che erano cent'anni fa.
La quarta razza che vive nella steppa turchestana  la Bukara, chiamata anche Tadjika ed  la pi incivilita; e per sua disgrazia anche la pi debole, sicch deve sopportare il giogo delle altre tre.  l'unica che non sia nomade, preferendo vivere nella citt e nei villaggi, dedicandosi al commercio ed all'agricoltura, ed a questa appartengono i Sarti che sono una frazione di essa.
Ci premesso, riprendiamo la nostra narrazione.
Il drappello di Tabriz galoppava sempre, dirigendosi innanzi a tutto verso la tenda del beg per mettere al sicuro i bagagli, che contenevano grandi ricchezze e preziosi gioielli, destinati a Talm, e che i banditi potevano predare senza che alcuno potesse opporsi a loro.
Il gigante non era troppo tranquillo, potendo darsi che le Aquile avessero lanciati alcuni cavalieri attraverso la steppa per sorvegliare il beg ed i suoi due nipoti, quindi si affrettava, incitando i Sarti, a non risparmiare ai loro cavalli i colpi di frusta.
Le tenebre si erano a poco a poco dileguate e, quantunque l'autunno fosse gi inoltrato, il sole dardeggiava sulla steppa dei raggi ancora caldissimi, i quali assorbivano l'umidit del suolo trasformandola in leggere cortine di nebbia.
Attraverso alle erbe fuggivano con velocit fantastica truppe di gazzelle non pi grosse di caprioli, col dorso, il collo e le estremit delle membra coperte d'un pelame candidissimo, la testa fulva e grigia, armata di due corna nere e aguzze e gli occhi contornati da una fascia bianca che d loro un aspetto stranissimo.
Anche molte lepri scappavano quasi di sotto le gambe dei cavalli, non essendo quelle turchestane timide come le nostre, nulla avendo da temere da parte degli uomini, reputando la loro carne non meno impura di quella del maiale.
Alle sette del mattino Tabriz, che aguzzava gli sguardi e che non aveva rallentata la corsa dell'instancabile Heggiaz, scopriva finalmente la tenda del beg, la quale sorgeva isolata in mezzo alla sterminata pianura.
Pare che le Aquile l'abbiano rispettata, disse, volgendosi verso il nuker che gli cavalcava a fianco. Avrebbero potuto fare un bel bottino che le avrebbe in parte compensate della batosta subita dinanzi la casa di Talm.
Hanno troppa paura del tuo beg, rispose il Sarto.
Sai chi  che comanda le Aquile?
Mi hanno detto che le guidava un turcomanno delle rive del Caspio.
Non sono Kirghise dunque quelle?
Non credo.
Avrei giurato che venivano dalla steppa della fame, disse Tabriz. Kirghise o Turcomanne sono sempre pericolose, quando spiegano le ali. Rallenta.
Perch, Tabriz?
Vi possono essere banditi l dentro e prenderci con una fucilata a bruciapelo.
Essendo giunti ad un centinaio di passi dalla tenda, Tabriz ferm il proprio cavallo e lo costrinse a nitrire, pizzicandogli fortemente un orecchio.
Un altro nitrito che usciva dalla tenda rispose subito.
 il cavallo di Abei Dullah, disse subito il gigante. Possiamo andare innanzi con tutta sicurezza.
Allent le briglie e in pochi slanci raggiunse la tenda. Salt a terra e alz il pezzo di feltro che serviva da porta, affrettandosi a puntare una pistola, ma non vide che il cavallo di Abei legato ad un palo della tenda.
 strano! mormor. Nessuna scalfittura sul cavallo di Abei; nemmeno le ginocchia sono lorde di fango. Questo cavallo non  caduto; come mai Abei Dullah  stato preso? Ecco un bel mistero che sar forse difficile dilucidare.
Fece scendere da cavallo due Sarti e ordin loro di mettersi a guardia della tenda, poi risal su Heggiaz, dicendo agli altri:
Seguitemi e aprite gli occhi.
Il drappello sferz le cavalcature e riprese la corsa. Tabriz si era prontamente deciso.
Era sua intenzione di muovere direttamente verso l'Ungus Bett, sulle cui rive Abei aveva lasciata la scorta dei cammelli. Se Abei s'era diretto verso quel corso d'acqua, doveva trovare in quella direzione le sue tracce o per lo meno il suo cadavere.
State attenti se vedete delle aquile non gi umane, bens pennute, disse volgendosi verso i Sarti che lo seguivano. Se calano sulla steppa  segno che vi sar un cadavere da fare a pezzi.
Che l'abbiano ucciso? chiese il nuker che aveva ripreso il posto al suo fianco.
Non lo credo, quantunque quel cugino d'Hossein non mi sia mai stato... troppo simpatico, disse Tabriz.
Vuoi dire che se fosse morto...
Il gigante fece con una mano un gesto vago, senza rispondere e aizz Heggiaz.
Nuvoli di koabara, che sono una specie di ottarde di statura piccola, colle piume bigio giallastre a macchiette brune, la testa adorna d'un ciuffetto, il collo lunghissimo, fornito sotto la gola di lunghe penne sottili e biancastre, con punteggiature nere ed il becco somigliante ad un chiodo, fuggivano lungo le rive di quei piccoli bacini.
Tabriz non si degnava nemmeno di guardarle, quantunque quei grassi volatili avessero potuto fornire a lui e ai suoi uomini una succolenta e deliziosa colazione, che tutti avrebbero assai gradita. Egli seguiva cogli sguardi una traccia aperta fra le erbe che a qualunque altro occhio sarebbe sfuggita, ma non certo al suo.
L'ha aperta il cavallo di Abei questa via, mormorava. Si vedono le erbe calpestate e ripiegate dai suoi robusti zoccoli.
Finir per trovarlo.
Quella galoppata durava gi da un'ora ed il gigante cominciava a distinguere, attraverso la nebbia che s'alzava sulla steppa, come un gran nastro d'argento che il sole faceva vivamente scintillare indicante il fiume, quando un grido echeggi in mezzo alle erbe che sorgevano altissime sulle rive.
Kabarda!... Kabarda!...
Tabriz arrest di colpo Heggiaz, facendolo piegare fino a terra e vide parecchi grossi falchi volare in truppa serrata, sfiorando colle loro robuste ali le erbe della steppa.
V' qualcuno laggi, disse.
Fece fare a Heggiaz un gran salto e si diresse verso il fiume gridando con voce stentorea:
Chi chiama?.
Aiuto!
Veniamo: abbiate pazienza un momento.
Aiuto!...
Tabriz si lasci sfuggire un grido.
 la voce di Abei! esclam. Che io abbia avuto tanta fortuna?
Quel grido era partito fra mezzo un altro gruppo di canne, costeggiante uno stagno con le erbe circostanti che quasi interamente coprivano.
Tabriz discese da cavallo, subito imitato dal nuker ed entrambi si diressero con precauzione verso le piante acquatiche.
Sei tu signore? chiese il gigante, aprendo le canne coll'archibugio.
Non m'inganno io! esclam la voce che aveva chiamato aiuto.  Tabriz che mi parla!
Il turcomanno s'avanz rapidamente e scopr, in mezzo alle piante, il nipote del beg colle gambe e le braccia legate da solide corregge.
Che cosa fai cost, mio signore? chiese il gigante.
Vedi bene che sono legato, rispose Abei, che pareva o fingeva di essere arrabbiato.
Ti hanno sorpreso le Aquile, signore?
Vuoi che mi sia legato da me?
Tabriz estrasse il kangiarro ed in pochi colpi recise le corregge, non senza notare per che i nodi erano cos poco stretti da poterli allargare con un piccolo sforzo.
Sono sei ore che mi trovo qui, disse Abei saltando lestamente in piedi. Potevi giungere ben prima.
Avevamo da difendere Talm, signore, disse Tabriz, e quelle maledette Aquile ci hanno tenuto occupati fino all'alba.
L'hanno portata via?
Chi?...
La bella Talm?
 stato un vero miracolo se non l'hanno rapita. Qualche ora di ritardo e prendevano d'assalto la casa.
Abei era diventato pallidissimo ed una profonda ruga si era disegnata sulla sua fronte.
E Hossein  l? chiese coi denti stretti.
Col beg.
E chi sono codesti cavalieri che t'accompagnano?
I Sarti di Talm.
Abei represse a stento un moto d'ira.
E le nozze? chiese.
Questa sera, signore, verso il tramonto. Partiamo o non potrai prendere parte alla caccia, n alla corsa, mentre il beg conta sui tuoi falchi e sul tuo cavallo.
La carovana si sar gi messa in viaggio ed i regali di nozze non mancheranno al momento opportuno.
Conducetemi un cavallo, prosegu Tabriz, volgendosi verso la scorta.
Un sarto s'avanz e balz a terra dinanzi ad Abei dicendogli:
Lunga vita al nipote del grande beg. Ecco il mio cavallo signore.
Abei sal in sella senza parlare, mentre il Sarto montava dietro ad uno dei suoi compagni; poi il drappello part al galoppo, tornando, innanzi a tutto, verso la tenda per smontarla e trasportarla alla casa di Talm e prendere i cavalli che dovevano gi essere ritornati.
Abei non aveva pi aperto bocca. Pareva in preda a tetri pensieri e punto soddisfatto di quanto era accaduto durante la notte. Di quando in quando la profonda ruga ricompariva sulla sua fronte e il suo viso gi poco simpatico assumeva un aspetto bruttissimo.
Signore, gli disse ad un certo momento Tabriz, si direbbe che tu sei molto incollerito.
 vero, rispose il nipote del beg. L'ho con quelle dannate Aquile e poi vi  un pensiero che mi turba.
Quale?
Vorrei sapere chi le ha spinte a tentare questo colpo di mano e per conto di chi hanno agito.
 quello che mi ero gi chiesto anch'io, rispose il gigante. Qui sotto ci deve entrare la mano di qualche uomo potente.
Di un Khan?
Quello di Khiva o di Bukara. Eh!...
Pu darsi, disse Abei. Poi ricadde nel suo mutismo, aizzando il piccolo e villoso cavallo datogli dal Sarto.
Un'ora dopo giungevano alla tenda. I due cavalli che Tabriz e Hossein avevano lasciati liberi, brucavano le erbe come meglio potevano, avendo ancora il morso.
I Sarti, aiutati dal gigante, levarono le pertiche, piegarono l'immensa tela di grosso feltro, caricarono tutto sui cavalli, compresi i cofani, poi si rimisero in marcia.
Abei non si era occupato che dei suoi falchi ai quali ci teneva immensamente.
Verso le tre del pomeriggio la carovana giungeva dinanzi alla casa di Talm, che brulicava di persone accorse in gran numero da tutti i vicini villaggi di quella parte della steppa, per assistere alle nozze.
I matrimoni che si celebrano nelle steppe turaniche, attirano sempre un gran numero di persone, perch quello  un giorno di festa e di baldoria per tutti, anche per gli stranieri, anche pei nemici, i quali vengono considerati come ospiti e nulla hanno quindi da temere, almeno fino a che le feste durano.
Quando si tratta specialmente d'un matrimonio fra persone cospicue, non  raro vedersi radunare delle migliaia di cavalieri giunti da villaggi anche lontanissimi, perch sanno che gli sposi daranno cacce, corse di cavalli e soprattutto banchetti colossali, dove s'immoleranno centinaia di montoni e dove il latte inacidito e fermentato di cammelle scorrer a fiumi.
Il beg, i suoi nipoti e Talm erano troppo noti nella steppa dei Sarti, perch il pubblico scarseggiasse: e forti drappelli di cavalieri, in abito da festa, con immensi turbanti variopinti, o altissimi kalbak villosi, cinture piene d'armi scintillanti, e lunghissimi fucili gettati attraverso le spalle erano accorsi.
Chi erano e da dove venivano?
Nessuno avrebbe osato far loro una tale domanda perch, secondo le leggi dell'ospitalit turchestana, sarebbe stata un'offesa sanguinosa.
Moltissimi erano Sarti del Tackhunt, a giudicarli dalla lunga vestaglia, colle maniche molto larghe presso la spalla e strette all'estremit e tanto lunghe che basta chiudere il pugno, perch ricadano e riparino le mani dal freddo e dall'umidit, quindi persone amiche.
Ve n'erano molti altri per con giubbe invece corte, di grosso panno, strette da larghe fasce di cotone, lunghe sovente perfino dieci metri e con ampi calzoni e alti stivali gialli o rossi, a punta rialzata, e con certe facce barbute, d'aspetto brigantesco e poco rassicurante, appartenenti ad altre trib e forse molto lontane.
I servi di Talm, aiutati dai Sarti del vicino villaggio e dalla scorta del beg, che era giunta felicemente colla carovana, avevano fatti i preparativi per le nozze. Immense tavole erano state disposte dinanzi alla casa pel banchetto notturno ed un numero infinito di caldaie erano state allineate sul margine della steppa, piene di pezzi di montone.
Tutto il giorno i cuochi, improvvisati, non avevano fatto altro che scannare animali e mungere le cammelle, affinch tutti gli ospiti potessero mangiare a crepapelle e bere a saziet e poter vantare dovunque la ricchezza e la generosit del vecchio beg, di Hossein e della sposa.
Quello per che pel momento maggiormente interessava tutta quella gente era la caccia col falco, che doveva aprire la festa, poich tutti i turchestani sono appassionatissimi per tali divertimenti.
Quattro gazzelle, animali velocissimi, pi agili dei cervi e dei caprioli, dovevano fornire la preda ai rapaci volatili di Abei.
Uno squillo di corno, lanciato dallo scudiero, avvert che gli ospiti si erano disposti su due immense file sulla fronte della steppa, trattenendo a stento i loro piccoli, brutti, ma ardenti cavalli, che la caccia alla quale dovevano prendere parte anche i fidanzati, stava per cominciare.
La porta maggiore della casa di Talm si era aperta, e pel primo era comparso Abei, sfarzosamente vestito, montato sul suo bellissimo cavallo e tenendo sul pugno sinistro, coperto da uno spesso guanto, il suo falcone favorito.
Subito dopo erano usciti Hossein e Talm, seguiti dal vecchio beg e da Tabriz.
Il primo indossava uno splendido costume persiano di seta bianca, con grandi cordoni ed alamari d'oro e sul berrettone conico un pennacchio ornato di diamanti e di smeraldi; Talm invece aveva il suo vestito da sposa, che risaltava vivamente sulla candida giumenta che le serviva da cavalcatura.
Aveva i capelli divisi in due grosse trecce, che le ondeggiavano sulle spalle e che contornavano splendidamente il suo visino bianco-rosa, allungate artificiosamente con spighette formate da peli di cammello e intrecciate con mazzolini di bellissime perle di Bahrem.
Sul capo portava una specie di tiara d'argento dorato, adorna di turchesi, assai alta, un vero edifizio, coperta in parte da un lungo velo intessuto con pagliuzze d'oro e con numerose fila di sottilissime catenelle e di pietre preziose, come rubini, zaffiri e smeraldi e che terminava al di sotto della cintura, in un ricchissimo e probabilmente antichissimo merletto.
La sua veste era ampia, di seta rossa, diritta, priva delle maniche affinch si potessero scorgere i meravigliosi braccialetti che le ornavano le bellissime braccia, regali del fidanzato; era stretta alle anche da una fascia pure di seta, ricamata in oro, di colore azzurro ed abbellita sul petto da piastrine d'argento e d'oro, somiglianti nella forma alle cartucce dei moderni fucili e che probabilmente dovevano contenere degli amuleti o dei versetti del Corano.
Al di sotto di quella veste, che non le scendeva oltre le ginocchia, formando ampie e ricche pieghe, Talm portava dei larghi calzoni alla turca, di seta bianca, con festoni d'oro, allacciati alle caviglie, un po' sopra delle scarpette di cuoio rosso splendidamente ricamate in argento.
Il beg veniva ultimo, colla sua famosa scimitarra di damasco che avrebbe potuto bastare a comperare le splendide armi dei suoi nipoti, tutto racchiuso in una severa zimarra di panno bruno, stretta da una fascia di pelle gialla ed il capo coperto da un immenso turbante, il cui pennacchio era trattenuto da uno smeraldo di valore inestimabile.
Tutti in pugno tenevano i falchi, i quali squittivano incessantemente o starnazzavano le ali come se fossero impazienti di strappare gli occhi alle disgraziate gazzelle.
Un urlo selvaggio, partito da mille bocche, salut la comparsa degli sposi:
Uran!... Uran!...
Era quel grido formidabile dei cavalieri turchestani, che tante volte aveva fatto impallidire i poveri abitanti della steppa; un grido che somigliava all'urrah leggendario dei cosacchi, urlo di guerra ed insieme di entusiasmo.
Da una specie di capannuccia costruita in mezzo alle alte erbe, quattro graziose gazzelle, catturate vive alcuni giorni innanzi, si erano buttate a corsa disperata attraverso la steppa; e tutta quella turba di cavalieri, preceduta dai fidanzati, da Abei, dal beg e da Tabriz, si era slanciata innanzi come una tromba furiosa, devastatrice, aizzando i cavalli e lanciando il terribile grido di guerra.
Era un uragano che passava attraverso alla steppa, peggio ancora, una meteora fra un fracasso assordante, un mugolo feroce di veltri galoppanti sui fianchi dei cavalieri, con le lingue penzolanti e le code al vento.
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CAPITOLO 9.
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Il colpo di testa delle Aquile.
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I turchestani non hanno, al pari dei signori e dei feudatari europei, rinunciato alla loro passione per la caccia col falco, perch gli sconvolgimenti che hanno recato tanti danni nel medio evo, li hanno lasciati perfettamente tranquilli nelle loro steppe.
Essi non contano nella loro istoria un Carlo V, che diede in feudo ai cavalieri di S. Giovanni l'isola di Malta, purch gli passassero ogni anno un falcone bianco bene ammaestrato; nella loro religione non hanno avuto sacerdoti che si dedicassero come da noi, all'allevamento di quei rapaci volatili, tanto da trascurare le loro pratiche religiose; non hanno avuto di quei baroni inglesi che reclamavano il diritto di collocare i loro falchi sopra gli altari, mentre si celebravano le sacre funzione; non un Francesco I che aveva un falconiere maggiore, capo di quindici nobili e di cinquanta servi, incaricati della cure e dall'addestramento dei suoi trecento volatili; n un Lodovico II che castigava colla pena di morte chiunque rubasse un falco, e con un anno ed un giorno di carcere chi sottraesse un solo uovo da un nido.
Tuttavia tutti i ricchi turchestani, specialmente i beg, i khan e lo scih di Persia, hanno una passione estrema pei falchi cacciatori, senza raggiungere le stranezze dei nostri antichi feudatari.
Nell'ammaestramento usano per i medesimi sistemi e adoperano, al par dei nostri antenati, il falcone di passo, eccettuato l'astore, che fa eccezione alla regola e che quantunque nidifichi sul posto si abitua facilmente.
Catturato il volatile, che deve essere sempre un adulto e non gi un piccino, per qualche tempo lo lasciano tranquillo su un pezzo di legno piantato nel suolo, non troppo alto, offrendo di quando in quando qualche piccolo uccello ucciso di fresco o qualche pezzo di montone ancora sanguinante. Sono per cos diffidenti e cos selvaggi, che per uno o due giorni disdegnano il cibo; ma la fame, quella tremenda fame che doma le tigri ed i leoni, li vince e non esitano pi.
Quello  il primo passo. Il falco che comincia a conoscere il suo fornitore, si lascia facilmente collocare sul pugno del falconiere, il quale lo obbliga a restarvi per un certo tempo.
Ordinariamente, quegli uccelli rapaci si arrendono con molta fatica e cercano di gettarsi a terra; ma essendo legati, a poco a poco si abituano, specialmente se si ha cura di privarli del sonno e di trattenerli il pi che sia possibile, di notte, alla luce di una lampada. Il falco non tarda allora a riconoscere l'uomo che lo cura e che gli d da mangiare, anche se lo tiene sul pugno.  sempre questione di appetito.
Solo allora gli si permette di fare qualche volata trattenendolo dapprima con una correggia non pi lunga di mezzo metro, costringendolo per a ritornare sul pugno del falconiere.
Ci ottenuto si sostituisce una funicella di trenta o quaranta e anche pi passi ed incomincia il secondo ammaestramento: ossia di partire al fischio e di ritornare al medesimo segnale.
Fino dalle prime lezioni per i turcomanni e anche i persiani, hanno cura soprattutto di abituare i loro falchi alle grida dei cacciatori; ai nitriti dei cavalli ed ai latrati dei cani, onde non si spaventino al momento della caccia e, caso strano, vi si prestano facilmente.
Quando i falchi conoscono ormai il loro falconiere e rispondono alla sua chiamata, tornando sollecitamente sul suo pugno, comincia il secondo periodo d'educazione, ossia di insegnare loro di cacciare al vivo come si dice.
Da principio i falconieri legano per le zampe qualche uccello, che sia piuttosto grosso, poi lo lasciano in libert, tenendo per sempre il filo in mano ed invitano il falco ad inseguirlo. Questi non si fa quasi mai ripetere l'ordine, parte come un fulmine, raggiunge e ghermisce la preda; bisogna lasciargliela divorare girandogli per intorno e gridando e fischiando onde si abitui a non aver paura e lasciarsi prendere assieme alla vittima.
Un mese ordinariamente di quell'esercizio quotidiano, basta per addestrarlo perfettamente alla caccia libera.
Allora il falco  pronto a tutto: ad inseguire e prendere i volatili, a cacciare le lepri e anche a misurarsi colle velocissime gazzelle, alle quali strappa gli occhi, tenendole quasi ferme fino all'arrivo dei cavalieri.
La cavalcata, preceduta sempre da Abei che era un falconiere emerito, con Hossein che le cavalcava a fianco, continuava la sua corsa furiosa attraverso la steppa. La bella Talm si reggeva molto bene in sella, essendo tutte le donne turchestane abilissime cavallerizze ed anche instancabili.
Col suo lungo velo svolazzante, la sua tiara scintillante, il viso animato dal piacere della corsa, gli occhi vivissimi, era davvero bella e si poteva facilmente comprendere come avesse profondamente colpito il cuore di Hossein e forse di qualche altro ancora.
Le gazzelle, spaventate dalle grida dei cavalieri, dal rombo assordante di tutte quelle centinaia di cavalli lanciati a corsa sfrenata e dai latrati furibondi dei veltri, fuggivano disperatamente, balzando come palle di gomma al di sopra delle alte erbe.
Le povere bestie facevano sforzi prodigiosi per mantenere la distanza e vi riuscivano, almeno pel momento, quantunque i magri e agilissimi veltri avessero gi sorpassati i cavalli.
Uran!... Uran!... urlavano sempre ferocemente i cavalieri, sferzando le loro cavalcature. Era una carica furibonda che passava sopra la steppa e che faceva volare le erbe falciate dai robusti zoccoli di tutti quei cavalli.
Attenti! disse a un certo punto Abei che dirigeva sempre la caccia. A te, Talm!... Lancialo!
La fanciulla stacc la catenella d'argento, che tratteneva il volatile e alz il pugno che era coperto da un grosso guanto, mentre Abei lanciava un fischio.
Il rapace uccello allarg le ali, sbattendole tre o quattro volte, poi spicc la volata, innalzandosi.
Avanti gli altri! grid Abei, mentre liberava il suo.
Quello di Hossein part come un fulmine, quasi in linea retta, seguito subito da quello di Abei.
I tre volatili muovevano velocissimi addosso alle povere gazzelle, che sembravano smarrite. Anche quello di Talm era ridisceso e volava in linea quasi retta tenendosi a dieci o dodici metri dal suolo.
D'un tratto i tre rapaci piombarono, con un accordo perfetto, fra le corna delle povere bestie, fermandole quasi di colpo e facendole cadere sulle ginocchia.
Bravi, miei piccini! grid Abei entusiasmato.
Le povere bestie si dibattevano disperatamente, mandando lamenti dolorosi, i falchi divoravano loro ferocemente gli occhi.
I veltri arrivavano in gruppo serrato, colle lingue penzolanti, precedendo di duecento passi i cavalieri, latrando spaventosamente.
In un lampo furono addosso alle gazzelle, le quali scomparvero alla lettera sotto quella massa di carne.
Abei, Hossein e Talm, con un ultimo slancio furono per sopra alle feroci bestie, che gi lavoravano di denti sulle carni dei poveri animali e con urla e frustate le costrinsero a lasciare le prede.
Era per troppo tardi per salvarle. Giacevano l'una presso l'altra, strangolate, dilaniate, sanguinanti.
Hossein, che era disceso di sella, tagli un piede alla pi grossa e lo porse galantemente a Talm, dicendole:
Alla regina della caccia.
Poi rimont a cavallo, gridando:
Il banchetto aspetta i nostri ospiti.
I falchi, ad un fischio di Abei, erano tornati docilmente, riprendendo i loro posti, sui pugni inguantati.
La cavalcata si era riordinata attorno ai fidanzati, mandando grida formidabili, poi si era nuovamente sciolta, formando gruppi pittoreschi, i quali non tardarono a slanciarsi ventre a terra in direzione della casa di Talm.
S'avventavano, poi tornavano indietro, facendo fare ai cavalli dei fulminei volteggi, s'incrociavano come se fossero l l per impegnare una lotta spaventosa.
Era la fantasia turcomanna, meno bella forse di quella dei barberi dell'Africa settentrionale, ma pi impetuosa.
I kangiarri scintillavano in aria, le pistole ed i lunghi moschetti tuonavano, dando l'illusione d'un vero combattimento fra due corpi di cavalleria nemica, mentre echeggiava l'urlo di guerra di quei terribili nomadi: Uran!... Uran!...
E cos, sempre volteggiando attorno ai fidanzati ed al vecchio beg, urlando e sparando, il corteo ritorn dinanzi alla casa di Talm, dove i cuochi lavoravano e si agitavano dinanzi alle immense caldaie borbottanti e fumanti.
Ognuno smonta e i cavalli vengono legati a gruppi di dieci o quindici intorno alle pertiche, piantate appositamente; poi tutti prendono d'assalto le tavole che si piegano sotto una moltitudine di tondi e di vasi d'argilla.
Agnelli cucinati interi, vengono portati su grandi lastre di rame e fatti subito a pezzi e subito divorati, mentre veri torrenti di khoumis inebbriante e fiumi di latte di cammella scorrono.
Tutti vanno a gara per dimostrare la potenza dei loro ventricoli.  carne gratuita quella e simili baldorie non succedono di frequente e ne approfittano.
Il beg  ricchissimo, la bella Talm ha mandrie numerose di cammelli e di montoni, possono quindi pagarsi il lusso di sfamare almeno una volta i poveri nomadi della steppa, che tribolano trecento giorni dell'anno su trecentosessantacinque.
Mentre tutte quelle possenti mascelle triturano carne ed ossa, con un crescendo spaventevole e le pentole e le caldaie si vuotano a vista d'occhio, una banda di suonatori passa attraverso le immense tavole, allietando gli orecchi coi dolcissimi suoni delle guzle.
Alla testa di quei suonatori, sbucati chi sa da dove, vi  il mestvires. Il briccone che ha gi mangiato e bevuto copiosamente ad una tavola appartata, sembra allegro e dardeggia di quando in quando uno sguardo ardente sulla bella Talm, che  seduta a fianco d'Hossein, sotto una specie di padiglione di stoffa rossa e gialla, adorno di nastri molticolori, che il vento fa svolazzare capricciosamente.
Suona e canta nel medesimo tempo, guidando la sua piccola truppa, formata da una diecina di brutti figuri barbuti, che hanno pi l'aspetto di briganti che di cantastorie.
Mancava un'ora al tramonto, quando Talm, Hossein ed il beg si alzarono rientrando in casa.
Era il segnale della fine del banchetto e della celebrazione del matrimonio. Abei era rimasto seduto alla tavola: di fronte a lui si era fermato il mestvires, fingendo di accordare la sua guzla.
Il nipote del beg ed il bandito si scambiarono un lungo sguardo, poi un rapido cenno, quindi il secondo s'allontan velocemente, intanto che i suoi compagni, approfittando della confusione che regnava, si sbandavano scomparendo fra le alte erbe della steppa.
I convitati, vuotata un'ultima tazza di khumis, si erano affrettati a raggiungere i loro cavalli dovendo scortare gli sposi e si erano disposti su due lunghissime file, una a destra e l'altra a sinistra della porta principale della casa.
Tutto d'un tratto un grido altissimo s'alz, perdendosi lontano lontano nella steppa sconfinata:
Viva gli sposi!
Talm era ricomparsa sulla bianca cavalla, sotto un nuovo velo di seta trapunto in oro che copriva quasi tutta la parte posteriore del suo bellissimo animale.
Teneva fra le braccia un agnellino dalla lana candidissima, ucciso pochi momenti prima e adorno di nastri di seta a varie tinte.
Si ferm un momento a guardare i cavalieri, poi lanci la sua cavalla a corsa sfrenata attraverso la steppa, tenendosi ben stretto al seno l'agnellino.
Pochi momenti dopo Hossein usciva a sua volta, montando il suo splendido cavallo e si lanciava sulle tracce della fidanzata, seguito dal beg, da suo cugino e da Tabriz, gridando con voce stentorea:
Amici, aiutatemi a raggiungerla!... La mia stella fugge!...
Eccoci! urlarono in coro i cavalieri, snudando i kangiarri, Uran!... Uran!...
Non era che una commedia, poich Talm non aveva nessuna voglia di fuggire al suo valoroso fidanzato: ma cos doveva fare, poich nelle cerimonie nuziali si deve sempre simulare il rapimento della fidanzata.
Il ratto della sposa figura sempre presso tutte le trib turcomanne e anche afgane e belucistane.
I Sarti si limitano a dare la caccia alla sposa e strapparle l'agnello che porta con s.
Presso altre trib turaniche invece, s'impegnano delle vere lotte per strappare la sposa dalla sua tenda.
Il giorno fissato pel matrimonio il fidanzato, seguito dai suoi pi fedeli amici armati come se dovessero andare alla guerra, si presenta dinanzi alla tenda della fidanzata intimando imperiosamente ai genitori di lei di consegnargli la sua futura sposa, se non vogliono provare la buona tempra delle sue armi.
La giovine si trova gi seduta nel mezzo della tenda, colle sue pi belle vesti, circondata dalle sue amiche e dai suoi parenti.
La prima risposta  un rifiuto netto, ma il fidanzato, spalleggiato dagli amici entra a forza e ripete la domanda. Seguono discussioni animate, poi da una parte e dall'altra vengono alle mani; talvolta scorre perfino del sangue, per il fidanzato finisce sempre per vincere ed a portarsi via la fidanzata, malgrado la resistenza che essa finge di opporre.
I suoi amici la gettano su un tappeto, che quattro robusti garzoni sorreggono e fuggono, protetti dai cavalieri, i quali hanno non poco da fare a difendersi dai colpi di pietra e dai pugni di terra, che scagliano dietro a loro le amiche ed i parenti della sposa.
E tutto non finisce sempre l pel povero innamorato, perch presso alcune trib, dopo pochi giorni di luna di miele, la sposa deve fingere una nuova fuga, rifugiandosi presso i suoi parenti pi prossimi, dove si ferma talvolta perfino un anno, mentre il marito prende parte ad arrischiate scorrerie, per poter accumulare tanto da riscattare la moglie, quando non rimane fra i morti sul campo di battaglia.
La bella Talm, che, come abbiamo detto, cavalcava superbamente, faceva galoppare la sua bianca cavalla, allontanandosi nella steppa e aizzandola colla voce e colla frusta dal manico cortissimo.
Rideva forte e di quando in quando si volgeva a guardare l'immensa turba dei cavalieri che galoppava sfrenatamente sulle sue tracce, urlando e sparando, preceduta da Hossein, dal beg e da Abei.
La giovine aveva gi percorsi tre o quattro chilometri, avanzandosi sempre nella pianura, quando la sua cavalla fece uno scarto improvviso, poi stramazz pesantemente fra le erbe, sbalzandola di sella.
Talm mand un grido, poi rimase distesa, mezza svenuta.
Quasi nel medesimo istante dieci o dodici uomini, guidati da Hadgi, il luogotenente del mestvires, sorsero fra le erbe altissime, gettandosi su di lei.
I cavalli! grid il luogotenente, afferrando la fanciulla. Presto!...
I banditi mandarono alcuni fischi stridenti e dodici cavalli, di forme vigorose, sorsero come per incanto fra le erbe, dove fino allora erano rimasti coricati e nascosti.
Hadgi si slanci verso il pi vicino, tenendo tra le braccia Talm che non era ancora tornata in s, ed aiutato da uno dei suoi uomini, sal in arcione, gridando:
Via!... Lasciate la corda!
I banditi erano partiti ventre a terra dietro al luogotenente, mentre urla terribili s'alzavano fra i cavalieri del beg:
Ferma!... Ferma!
Alcuni spari rintronarono senza colpire i rapitori, i quali erano ormai troppo lontani.
Hossein, pallido, smarrito, cacci gli sproni nel ventre del suo persiano, facendogli fare dei balzi immensi.
Talm!... Mia Talm! urlava con angoscia. Miserabili!... Fermatevi o vi uccido tutti!
I cinque o seicento cavalieri si erano messi in caccia, sferzando rabbiosamente i loro cavalli, i quali ormai stanchi dalla fantasia fatta prima del banchetto, non potevano competere con quelli freschi e ben riposati dei banditi.
D'improvviso, i cavalli di Hossein, del vecchio beg, di Abei e di Tabriz, che erano giunti nel medesimo luogo ove Talm era stata sbalzata di sella, a loro volta stramazzarono, scaraventando a destra ed a sinistra i loro cavalieri.
Gli altri, che giungevano in gruppo serrato, non fecero in tempo a frenarsi e andarono a catafascio fra una confusione indicibile.
Per alcuni minuti fu un dibattersi spaventevole di uomini e di cavalli, fra urla, bestemmie e nitriti: gli animali, spaventati, appena in piedi si davano a una corsa disperata attraverso la steppa, fuggendo in diverse direzioni; i cavalieri, sagrando, si alzavano, tastandosi le costole ammaccate.
Parecchi perdevano sangue dal naso, altri zoppicavano, avendo ricevuto dai cavalli dei calci poderosi. Grida ed imprecazioni s'incrociavano:
Canaglie!...
Banditi!...
Ci hanno giuocati!...
Hanno tese delle corde sotto le erbe!...
Furfanti!...
E scappano!...
Diamo loro la caccia!...
A cavallo! tuon in quel momento una voce.
Era Hossein. Il bravo giovine, quantunque fosse stato scaraventato a dieci passi dal suo cavallo, non aveva riportata alcuna ferita essendo le erbe, in quel luogo, altissime e anche foltissime.
Venti o trenta uomini, quasi tutti Sarti, quindi fedelissimi, che avevano potuto trattenere a tempo i loro cavalli, avevano risposto prontamente all'appello.
Eccoci, signore!...
Diamo addosso a quei banditi! grid Hossein, che pareva impazzito. Su, in sella, avanti senza tregua!...
La mia Talm!... Bisogna che li uccida tutti!... A me, Tabriz!
Il gigante era gi in piedi; ma appena montato in sella il suo persiano gli era caduto sotto, mandando un nitrito doloroso.
Signore, non posso! esclam con terrore. Il mio povero animale si  spezzato le gambe anteriori.
A me, zio!... A me, Abei! grid Hossein. Distruggiamo quei miserabili!
Il beg aveva fatto un gesto disperato. Il suo cavallo al pari di quello di Tabriz si era rotte le gambe nella caduta.
Avanti, nipoti! grid poi.
I venticinque o trenta cavalieri si slanciarono dietro Hossein, urlando ferocemente: Ammazza!... Ammazza!.
Ma le Aquile della steppa erano troppo lontane, per avere qualche speranza di raggiungerle.
Approfittando di quel colpo maestro, dovuto a parecchie funi tese abilmente un po' al di sotto delle cime delle erbe, i banditi avevano ormai guadagnato pi d'un chilometro e filavano, a corsa sfrenata, attraverso la steppa infinita, risalendo verso il settentrione.
Abei, disse il beg, vedendo che non era ancora salito in arcione, che cosa fai?
Il giovine stava per rispondere, quando alcune scariche risuonarono in lontananza.
Padre; disse Abei, assalgono i Sarti!... Andiamo a dare una lezione a quelle canaglie, cos mio cugino non avr nemici alle spalle. Sbarazziamogli la via.
Un doppio attacco, mormor il beg, mentre i suoi occhi avvampavano d'ira. Ah!..  troppo!... Bisogner sterminare quei banditi!... Tabriz, un cavallo!...
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CAPITOLO 10.
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Hossein alla riscossa.
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I Sarti ed i loro compagni avevano finito per riprendere una parte dei loro cavalli, i quali, dopo una galoppata sfrenata attraverso la pianura, passato il panico, erano tornati in buon numero verso i loro padroni, sicch non fu difficile a Tabriz di sceglierne due e di condurli dinanzi al beg.
Padrone, che cosa vuoi fare? chiese il gigante. I banditi sono ormai lontani. E questi animali sono troppo stanchi.
D'altronde hanno alle calcagna Hossein e anche Abei.
 partito anche Abei?...
S, padrone. Eccolo laggi che galoppa con un gruppo di Sarti.
Accorriamo! grid il beg, balzando in sella. Andiamo a difendere le vostre famiglie, Sarti, e ricordatevi che non si deve accordare quartiere alle Aquile della steppa.
Due centinaia di cavalieri avevano risposto all'appello e si erano stretti intorno al vecchio ed a Tabriz.
Gli altri correvano ancora dietro ai loro animali, poich tutti non erano ancora tornati e non pochi erano rimasti sul luogo, trovandosi nell'impossibilit di seguire il beg, essendosi le loro cavalcature storpiate.
Avanti! tuon Giah Agh. Cerchiamo di prendere una terribile rivincita.
La truppa si era messa in corsa, preparando i moschettoni e le pistole. Non si dirigeva verso la casa di Talm, non scorgendosi da quelle parti alcun cavaliere, bens verso il villaggio, udendosi in quella direzione ancora qualche sparo.
Padrone, disse Tabriz, che cavalcava a fianco del beg, riescir Hossein a raggiungere quei miserabili?
Il vecchio fece un gesto disperato:
Non mi aspettavo una simile sorpresa! Povero Hossein, povero ragazzo, impazzir!... Per conto di chi hanno agito quei ladri?.... Vi  qui sotto un mistero che non riesco a dilucidare.
No, padrone, le Aquile non hanno rapita Talm per tenersela loro. Qualche Khan, o qualche Emiro deve entrarci nella partita.
 quello che sospetto anch'io, rispose il beg, con un sospiro. Ma per quanto corrano quei banditi, noi sapremo ritrovarli, prima che lascino la steppa. Ah!...
Cos'hai padrone?
Hai ben guardato i rapitori?
Mi  stato impossibile. Sono stato scaraventato a terra cos malamente, che quando mi sono rialzato i banditi erano gi lontani.
Sai chi ho veduto fra di loro?
Non lo saprei padrone.
Alcuni di quei suonatori che accompagnavano il mestvires.
Impossibile!...
Li ho perfettamente riconosciuti
Dunque quel cane d'un cantastorie  un alleato delle Aquile! forse una loro spia! esclam il gigante, digrignando i denti. Lo accopper con un pugno!... Bisogna ritrovarlo a qualunque costo.
 per questo che torno pi che in fretta, disse il beg.
Io l'ho veduto nel momento in cui ci preparavamo a lasciare la casa di Talm, avviarsi verso il villaggio dei Sarti.
Preghi Allah di non farsi trovare!...
Mentre io pregher di lasciarcelo catturare, rispose il beg. Se lo trovo non uscir vivo dalle mie mani. Gli ho riserbato un supplizio che gli far maledire il giorno in cui  venuto al mondo!...
La banda, che si era aumentata d'un altro manipolo di cavalieri, pass al galoppo dinanzi alla casa di Talm, che era guardata da una dozzina di servi armati e prosegu la corsa velocissima verso il villaggio, che si distingueva vagamente in lontananza, illuminato dagli ultimi raggi del sole tramontante.
Le detonazioni erano cessate ed una grande calma, rotta solo dal galoppo precipitato dei cavalieri, regnava sulla landa sterminata.
Tutti aguzzavano gli sguardi, tormentando i grilletti dei loro fucili, impazienti di far pagare alle Aquile il loro infame tradimento; ma nessun cavaliere appariva sulla distesa verdeggiante.
I banditi, dopo d'aver fatto una dimostrazione ostile contro il villaggio, dovevano essersi dispersi. Ci d'altronde non sorprendeva nessuno, essendo abitudine dei banditi della steppa di dividere le loro forze, per fare due attacchi simultanei, in modo da confondere e disorganizzare gli assaliti.
Bastarono tre quarti d'ora ai cavalieri del beg per attraversare la distanza che separava la casa di Talm dal villaggio dei Sarti.
I vecchi, rimasti a difesa delle donne e dei fanciulli, erano schierati dinanzi alle prime case e sulle terrazze, coi loro bravi moschettoni in mano ed i kangiarri ed i jatagan alla cintura.
Quantunque non pi giovani, erano ancora formidabili guerrieri, capaci di difendere lungamente le loro case.
Le Aquile? chiese il beg, appena fu in mezzo a loro, mentre Tabriz lo aiutava a scendere da cavallo.
Scomparse, signore, rispose un vecchio dalla lunga barba bianca, che si era improvvisato conduttore dei suoi compagni. Non hanno fatto che alcune scariche, poi si sono allontanate verso il settentrione.
Sembra che non avessero alcuna intenzione di assalire il villaggio.
Conosci il mestvires?
Il narra-istorie che suona la guzla?
S, rispose il beg.
Mezz'ora fa era ancora qui e scommetterei che si trova in qualche casa.
Non  partito colle Aquile?
No, beg, di questo ne sono certo.
L'avevi mai veduto, prima che si spargesse la voce del matrimonio di mio nipote con Talm?
Mai, signore.
Non sai da dove sia venuto?
Sar caduto dall'Afganistan, dal Belucistan o dalla Persia.
Hai udito, Tabriz? chiese il beg.
S, padrone, rispose il gigante. Bisogna prenderlo vivo o morto.
Morto!... Vivo, Tabriz: egli sa certo molte cose e deve parlare.
Poi, volgendosi verso i cavalieri che gli stavano d'intorno, aggiunse:
Circondate il villaggio voi e, se il mestvires cerca di fuggire, prendetelo, ma vivo, mi avete udito, vivo lo voglio!
I due o trecento cavalieri, che scortavano il vecchio beg, si dispersero colla rapidit del lampo, formando intorno al villaggio un cerchio immenso, essendosi disposti ad una notevole distanza l'uno dall'altro.
Era impossibile che un uomo, per quanto agile e risoluto, avesse potuto guadagnare la steppa inosservato, senza cadere sotto i colpi dei Sarti e degli amici loro, accorsi a prendere parte alle feste matrimoniali di Hossein e della bella Talm.
Prese quelle disposizioni, il beg, seguito da una cinquantina d'uomini, fra vecchi e giovani era entrato nelle strette viuzze del villaggio, risoluto a scovare il birbaccione. I lettori sanno il resto e conoscono l'orrendo supplizio del gesso, fattogli subire dall'implacabile beg.
...
Subito dopo la morte del mestvires, il beg, seguito da Tabriz e da Abei, si era diretto verso una delle migliori case del villaggio, che gli abitanti avevano messo a sua disposizione e che, quantunque in piccolo, rassomigliava un po' a quella di Talm, avendo una terrazza, una galleria che le girava d'intorno e cortili chiusi.
Doveva essere la casa di qualche signore della borgata, poich, oltre le cose accennate, aveva sul dinanzi un peristilio sorretto da colonnette di legno, l'aivane, sotto il quale i Sarti usano mangiare e riposarsi durante le giornate caldissime; all'indietro il migmankama, ossia l'appartamento destinato alle donne, con profonde nicchie destinate a contenere i cofani e gli arnesi dell'economia domestica.
Il beg, che sembrava di pessimo umore, era passato nella sala centrale, tutta crivellata di buchi, aperti nello spessore dei muri e con una specie di pozzo nel mezzo, pochissimo profondo, ove i Sarti usano deporre gli oggetti d'uso giornaliero, ossia il vaso che serve per preparare il the, la grossa brocca che adoperano per le abluzioni, che usano fare al mattino ed alla sera, qualche libro onde l'ospite, se  letterato, cosa piuttosto rara nella steppa, possa passare qualche ora ed il piatto di rame, finamente cesellato, su cui si servono il caff, i pasticcini dolci, le pipe ecc. alle persone che vanno a fargli visita.
Il beg si era lasciato cadere su un tappeto di feltro, prendendosi la testa fra le mani, mentre Tabriz bestemmiava a mezza voce ed Abei giuocava distrattamente coi bottoni della sua ricchissima giacca di seta bianca, come se nessuna preoccupazione grave lo tormentasse. Pareva che la disgrazia toccata al cugino non lo avesse troppo scosso e tanto meno la morte del povero mestvires.
Tabriz, vedendo che l'oscurit cominciava ad invadere la stanza, accese una candela di sego piantata su ad un pezzo di legno appeso alla vlta, sprigionando un fumo densissimo e nauseabondo.
Gi il Sarto  molto economo in fatto di luce. Se  un benestante, fa uso di candele di sego, se  un povero lavoratore, adopera un semplice stoppino di cotone immerso in un pessimo olio, che d pi fumo che luce o semplicemente fa uso di un bracere che colloca su una tavola.  bens vero che non ama vegliare molto e che alle nove si corica.
Padrone, disse Tabriz, che tendeva gli orecchi, non sono ancora di ritorno? Che li abbiano raggiunti?
Il beg, per la seconda volta, aveva fatto un gesto di scoraggiamento.
Non  possibile, rispose poi, con un lungo sospiro. Li vedremo giungere a mani vuote.
Che cosa faremo? Che il mestvires abbia detto proprio il vero?
In tal caso la persona che ha fatto rapire Talm si troverebbe a Samarcanda. E chi sar l'Emiro che ha udito a decantare la bellezza della fanciulla?
Il beg era rimasto muto: pareva che la robusta fibra di quel vecchio si fosse tutta d'un colpo infranta.
Tabriz, non ricevendo risposta si volse verso Abei, che stava sdraiato su un tappeto guardando distrattamente la fiamma della candela che il venticello notturno, ingolfandosi attraverso le strette feritoie che servivano da finestra, alzava ed abbassava.
Che cosa ne dici tu, signore? gli chiese.
Che sarebbe necessario andare a Samarcanda, rispose il giovane con un sottile sorriso. Il momento veramente non sarebbe troppo buono, perch quella citt  ora occupata da stranieri.
Da chi? chiese il beg scuotendosi.
Dai russi, padre, rispose il giovine.
Chi te lo ha detto?
Un turcomanno, che stamani  venuto qui ad assistere alle feste. Si dice che il governatore russo del Turchestan prepari anzi una spedizione per punire severamente le trib dei Bechs, che si sono ribellate all'Emiro di Bukara.
In quel momento un galoppo fragoroso, che si propag rapidamente attraverso le strette viuzze della borgata, fece balzare vivamente in piedi il beg e Tabriz.
Ritornano! esclamarono entrambi.
Abei era diventato un po' pallido ed una improvvisa ansiet si era dipinta sul suo viso.
Sono essi, padrone! grido Tabriz, correndo verso la porta. La riconducessero almeno!
Anche Abei si era rialzato e, per non tradire la sua emozione, si era abbassato sulla fronte il ricco turbante, tirandosi innanzi le due larghe fasce multicolori che gli pendevano sulle spalle.
Il galoppo era cessato, ma gi nella via si udivano numerose persone a vociare. Domande e risposte s'incrociavano fra i cavalieri e gli abitanti usciti tutti nelle vie e sulle terrazze.
Tabriz aveva appena aperta la porta, quando Hossein comparve, coperto di polvere ed il viso disfatto da un dolore cos intenso, che Abei fu costretto, a volgere altrove gli occhi.
Il vecchio beg gli mosse incontro, stringendoselo al petto.
Nulla,  vero? chiese.
Fuggiti, padre, portando con loro la mia felicit, singhiozz il giovane. I miserabili!... che cosa aveva fatto loro Talm?... Ah padre!... Mi pare che il mio cuore se ne vada a pezzi!...
Noi sapremo ritrovarla, Hossein.
Ma forse non pi viva, disse il giovane con un rauco singhiozzo. Ho sete di sangue, padre!... Bisogna che uccida!...
Le uccideremo queste maledette Aquile, te lo prometto, Hossein, dovessi consumare tutta la mia fortuna.
Intanto sappiamo dove i rapitori si dirigono e questo  gi molto.
S, a Kitab.
No, t'inganni, a Samarcanda, disse il beg.
Chi te lo ha detto? grid il giovane.
Il mestvires, che io ho fatto morire fra le strette del gesso poche ore or sono; quel miserabile era la spia delle Aquile.
Quel miserabile ti ha ingannato, padre.
Ma no, disse Abei, che si era fatto innanzi e che pareva in preda ad una vera costernazione. L'ha confessato prima di morire, cugino.
Ha mentito! grid Hossein.  a Kitab, che hanno condotto o che stanno conducendo Talm.
Chi te lo ha detto? chiese il beg, stupito.
Uno di quei banditi che ferii dapprima con un colpo di fucile e che poi, quando mi ebbe confessato dove portavano Talm, uccisi con un colpo di kangiarro.
Chi avr detto il vero? Quello od il mestvires.
Il mestvires, io credo, disse Abei.
No, il bandito, disse invece Hossein. Era tanto spaventato vedendomi sopra di lui coll'arma alzata, che non credo possa aver mentito in quel momento.  a Kitab che noi troveremo Talm, il mio cuore me lo dice.
Tabriz, disse il beg, dopo un breve silenzio. Tu sei stato in quella citt?
S, padrone, rispose il gigante. Mia madre era una Shagrissiab, parente del Beg Djur bey.
Sicch hai delle conoscenze in Kitab.
Degli amici, padrone.
Quanto tempo ti occorre per arruolare cinquanta uomini? Tra gli ospiti qui venuti e che appartengono per la maggior parte a trib bellicose, potrai trovare facilmente degli uomini decisi a tutto. La mia borsa  aperta: spendi liberamente.
Fra un'ora saranno qui. Ho veduto non pochi Ghirghisi e Shagrissiabs fra di loro e quella gente, per pochi tomani, giuoca la pelle, senza guardarsi indietro.
Va': non bisogna perder tempo.
Padre! esclam Hossein, mentre Tabriz usciva frettolosamente.
All'alba partirai con Abei, disse il beg. Forse giungerai a Kitab, contemporaneamente alle Aquile e potrai impedire a quei miserabili di consegnare Talm a colui che le ha incaricate di rapirla.
Bisogna far presto. Da un momento all'altro i russi possono giungere.
I russi!... ripet Hossein.
S, muovono verso i Shagrissiabs, Tabriz lo ha saputo, e quei dannati moscoviti non tarderanno ad assediare la citt.
Tu devi giungere col prima di loro. Abei ti aiuter nella tua impresa.
Il giovane pallido, che si teneva nell'angolo meno illuminato della stanza, aveva fatto una brutta smorfia.
Hai capito, Abei? disse il beg, stupito di non ricevere risposta. Spero che non avrai paura di attraversare la steppa con tuo cugino.
Un simile viaggio coi russi in campagna, non sar facile, padre, rispose Abei.
Un lampo terribile avvamp negli occhi del vecchio beg.
E che? grid con voce tuonante. Avresti tu paura? Saresti un figlio degenere di tuo padre? Egli mor in battaglia di fronte al nemico e cadde da eroe.
Sono pronto a morire per la felicit di mio cugino, padre, disse Abei frettolosamente. Tu sai che io lo amo come mio fratello e che non ho paura dei banditi della steppa.
Perdonami, sai se io sono violento, disse il beg.  il mio carattere.
Fra me e te, Abei, faremo tremare le Aquile, disse Hossein. E se  vero che Beg Djura bey ha fatto rapire da loro la mia Talm, noi frugheremo le sue viscere colle punte dei nostri kangiarri.
S, cugino, rispose Abei. Talm ricadr nelle tue mani.
Andate a riposarvi onde essere pronti per domani mattina, disse il beg. Ho bisogno di essere solo.
 impossibile che io possa dormire, disse Hossein, prendendosi il capo fra le mani, con un gesto disperato.
Triste notte di nozze!... Mi avessero almeno ucciso le Aquile!
E la vendetta?... Un uomo della steppa non muore invendicato, disse il beg con voce sorda. Uscite, l'uomo deve essere forte prima della battaglia.
Poi, avvicinandosi a Hossein che pareva facesse degli sforzi prodigiosi per frenare le lagrime, aggiunse con voce raddolcita, ponendogli le mani sulle spalle:
Giuro su Allah, che chiunque possa essere l'uomo che ha fatto rapire Talm, e che ha infranta la tua felicit, prover il filo del mio kangiarro. Giah Agh non ha mai mancato ai suoi giuramenti e ne avrai la prova.
Abei, udendo quelle parole, era diventato livido, poi il suo sguardo obliquo s'era fissato, con terribile intensit, su suo cugino.
Andate, disse il beg. Ecco Tabriz che ritorna.
I due giovani erano appena usciti, quando il gigantesco turcomanno comparve.
 fatto, padrone, disse.
I cavalieri?
Arruolati: venti tomani, a spedizione finita.
Chi sono?
Quasi tutti Shagrissiabs e Sarti.
Solidi?
Gente rotta alla guerra.
Il beg stette un momento pensieroso, poi, accostandosi lentamente al gigante e battendogli famigliarmente su una spalla, gli chiese:
Che cosa ne pensi tu di Abei?
Perch mi fai codesta domanda, padrone? chiese il gigante con profonda sorpresa.
Credi tu che ami veramente Hossein?
Tu!... Padrone!...
Veglierai su Abei, disse il beg con voce imperiosa.
Su tuo nipote?...
Egli non mi pare franco, Tabriz!  un po' di tempo che io lo osservo e che noto in lui delle continue esitazioni.
Egli  geloso di Hossein, geloso della sua lealt, del suo coraggio, della sua bellezza, e forse d'altro ancora.
Padrone!...
All'alba: lo hai detto agli arruolati?
S, saranno qui tutti, dinanzi alla porta.
Tu conosci Sagadska.
Il capo degli Illiati?
S.
Egli potr darti forse delle informazioni preziose. Di l devono passare le Aquile, se  vero che si recano a Kitab.
Vedr quel capo.
Va' a coricarti:  gi tardi.
S, padrone.
E veglia su Hossein e bada ad Abei.
Te lo prometto.
Va'!
...
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...
CAPITOLO 11.
...
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... 
Il campo degli Illiati.
...
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... 
Cominciava ad albeggiare sulla steppa. Gli uccelli s'alzavano fra le erbe e volteggiavano allegramente, trillando, sfuggendo velocissimi agli assalti fulminei dei falchi e degli sparvieri che piombavano, ad ali chiuse, dalle alte regioni dell'aria.
Cinquanta uomini, armati di lunghissimi fucili, di pistole e di kangiarri, con immensi turbanti e lunghe zimarre di color bruno e montati su piccoli cavalli villosi, si erano fermati dinanzi alla porta della casa occupata dal beg, allineandosi su quattro file.
Erano tutti uomini di statura piuttosto bassa, tarchiati, con spalle larghissime e lunghe barbe ispide e rossicce, i nasi arcuati come becchi di pappagalli, la pelle terrea e gli occhi da uccelli da preda.
Molti erano Sarti, sudditi di Talm; i pi per appartenevano alle trib nomadi dei Shagrissiabs, pastori e banditi ad un tempo, venuti dal Khanato di Bukara, attirati dal desiderio di divertirsi alle spalle dei ricchi sposi e di mostrare la loro bravura nelle corse dei cavalli, essendo i migliori cavalieri della steppa turanica.
Gente di fegato ad ogni modo, pronta a qualsiasi sbaraglio per un po' di tomani, una moneta troppo preziosa in quelle pianure, dove l'oro  cos raro.
Il beg, Hossein, Abei e Tabriz, svegliati dal fracasso prodotto dai cavalli, erano prontamente discesi sulla via, passando rapidamente in rassegna la truppa.
Credo, Hossein, disse il beg, che con questi uomini potrai giungere senza troppi fastidi a Kitab, anche se  vero che i Russi marcino attraverso la steppa. Cerca di evitarli per e di non lasciarti cogliere entro le mura della citt a menoch...
Continua, padre.
Beg Djura bey non ti restituisca o ti faccia restituire Talm. In tal caso ti lascio libert di dare addosso a quegli odiati moscoviti.
Va bene, padre.
In sella, figliuol mio, e non dimenticarti che io aspetto il tuo ritorno con angoscia.
Gli mise una mano sul capo e lo conged, dicendogli:
Hai la mia benedizione; Allah l'ha concessa alle mie mani.
Hossein, Abei e Tabriz salirono sui cavalli, e la truppa part al trotto, fra i saluti delle donne affollate sulle terrazze e gli spari dei Sarti, dirigendosi verso oriente, trovandosi Kitab nel Kanato dell'Emiro di Bukara.
Dieci minuti dopo, i cinquantatr cavalieri galoppavano gi sulla steppa, premurosi d'attraversare l'Amu-Darja che , si pu dire, l'unico fiume che attraversa quelle sterminate pianure e che serve di frontiera alle trib turcomanne indipendenti.
Fin dove giungevano gli sguardi non si scorgevano che erbe ed erbe.
Nella steppa gli abitanti sono piuttosto rari e non s'incontrano che l dove scorre qualche fiumiciattolo o dove si trova qualche stagno, non essendovi nelle altre parti acqua sufficiente per abbeverare i cammelli ed i montoni, i quali formano l'unica ricchezza delle trib turaniche.
Distese immense che potrebbero nutrire mandrie sterminate, non contano nemmeno dieci famiglie nomadi, mentre vi potrebbero vivere comodamente centomila persone, perch quel suolo  tutt'altro che ingrato.
L'acqua non manca nel sottosuolo: basterebbe costruire dei pozzi artesiani e quelle lande, oggi inutili, potrebbero diventare il granaio dell'Asia.
La truppa procedeva su una lunga linea, ad un trotto moderato, con Tabriz e Hossein alla testa. Abei invece, che pareva non amasse troppo la vicinanza del cugino, dopo i fatti avvenuti, era passato in coda, col protesto di impedire che qualche cavaliere disertasse.
Hossein, in ventiquattro ore, pareva che fosse invecchiato d'un paio d'anni. Non era pi il giovane ardente di prima, che cavalcava con una maestria da far invidia ai pi famosi cavalieri della steppa, con quell'aria marziale che faceva tremare i banditi pi audaci e che li metteva in fuga colla sua sola presenza.
Una cupa disperazione s'era impadronita di lui, accasciandolo completamente.
Mio povero signore! disse Tabriz, che l'osservava con profondo dolore. Si direbbe che tu disperi del tuo destino.
La luce rosea che mi irradiava fino a poche ore or sono, io non la scorgo pi, mio buon Tabriz, rispose il giovine, soffocando un singhiozzo. Mi sembra che una notte eterna mi avvolga.
Hai torto, signore. Alla tua et non si dispera mai.
L'amavo troppo.
E anche Talm t'ama.
Come potr resistere, povera fanciulla, lontana da me? La costringeranno a dimenticarmi.
Fra quattro giorni noi saremo a Kitab, signore, e tue zio  un beg troppo noto, perch il Beg Djura bey si rifiuti di renderti giustizia.
E se fosse stato lui a farla rapire?
L'affare sarebbe ben diverso allora; tuttavia io non credo che il Beg abbia ora tempo per occuparsi di Talm, se  vero che i russi marciano gi verso il khanato.
Potessi sapere chi  il miserabile che me l'ha rapita!
Lo scoveremo, non dubitare, padrone.
Sagadska conosce tutti i banditi della steppa e pu dare qualche preziosa informazione sulla direzione presa dalle Aquile.
Egli tiene molti uomini sulle rive dell'Amu-Darja per la raccolta delle rose e quelli ci diranno se i rapitori l'hanno attraversato.
Padrone, non disperiamo e cerchiamo invece di guadagnare via.
I cavalli mantenevano un galoppo abbastanza rapido, senza aver bisogno di essere eccitati: era d'altronde la loro andatura ordinaria, che potevano continuare per moltissime ore, senza nulla chiedere ai loro padroni prima del tramonto.
A mezzod la banda fece una breve fermata sulla rive d'uno stagno, ombreggiate da quattro o cinque di quegli enormi platani turchestani, che hanno sovente una circonferenza di settanta piedi ed il cui legname duro e venato, pi bello e superiore di quello dei nostri noci, serve a fabbricare bellissimi mobili.
Un paio d'ore dopo la truppa riprendeva le mosse, avanzandosi sempre pi nel cuore della steppa. I cavalli, ben riposati e ben pasciuti, galoppavano con maggior slancio del mattino.
Tabriz, che conosceva la steppa a menadito, avendo vissuto molti anni al di qua ed al di l dell'Amu-Darja, conduceva ora la carovana orizzontandosi col sole, non avendo i turcomanni alcuna conoscenza della bussola, istrumento che forse non hanno mai veduto, e che d'altronde non  affatto necessario a quei nomadi, avendo l'istinto dell'orientazione al pari dei piccioni viaggiatori.
La regione, a poco a poco cominciava a diventare meno deserta. In lontananza, qualche gruppo di tende appariva; tende di forma conica, di feltro nero, perdute in mezzo alle erbe dove bande di cammelli e di montoni pascolavano in gran numero; poi su certi tratti sabbiosi qualche moschea screpolata, col suo minareto sottile, di colore bianco, spiccava fra tutto quel mare di verzura, indicando il luogo ove, chiss quante centinaia d'anni prima, una borgata e fors'anche una citt popolosa era esistita.
Quelle rovine sono frequenti in certe parti della steppa, dove i vicini persiani hanno lasciato tante tracce della loro antichissima colonizzazione. Forse quello era il vero paese della terra sacra dei magi di Zoroastro, del Zend-Avesta, il paese dove Saadi e Hfar hanno poetato ed amato e dove Leilah ha sorriso.
Verso il tramonto, Tabriz, che gi da qualche ora osservava attentamente il paese, come se cercasse qualche traccia, indic a Hossein un gruppo di tende di colore oscuro, che sorgeva in una specie di oasi, dove crescevano rigogliose piante di melagrano, dalle frutta grossissime e assai stimate, outon bokhra che producono susine eccellenti d'inverosimile grossezza, cotogni dal tronco enorme e ciliegi altissimi.
Il campo dell'Emiro degli Illiati, disse poi volgendosi verso Hossein, che l'interrogava cogli sguardi.
 l che abita quel Sagasdka di cui tu mi hai parlato?
S, signore.
 un amico di mio zio?
Un tempo hanno combattuto insieme contro i bukari ed i belucistani, rispose Tabriz. Se le Aquile della steppa sono passate attraverso il suo territorio, ce lo dir subito.
A quest'ora non si rammenter pi nemmeno il nome di Giah Agh, disse Abei, che aveva ripreso il suo posto in testa alla colonna. Si dimenticano facilmente gli amici, nella steppa.
Al contrario, signore, rispose Tabriz, un po' piccato. Si ricordano forse pi che altrove, avendone sovente bisogno per far fronte ai ladroni della pianura od ai soldati degli Emiri.
Vedrai che non si degner nemmeno di riceverci nel suo accampamento e che ci tratter come pezzenti sospetti.
Hanno ben altro da fare questi Illiati, che d'occuparsi delle Aquile e dei nostri affari.
Sar come tu dici, signore, rispose Tabriz, io per obbedir alle istruzioni datemi da tuo zio.
Mio zio crede troppo nelle amicizie, rispose Abei, con tono ironico.
Tabriz lo guard con una certa sorpresa, aggrottando leggermente la fronte.
Hossein, assorto nella sua tristezza, sembrava che non avesse udito nulla, anche perch si era spinto pi innanzi degli altri, frettoloso di giungere al campo degli Illiati.
Tuo zio, signore, riprese il gigante un po' irato, ha sempre saputo scegliere i suoi amici ed io, che sono pi vecchio di te ne so qualche cosa.
Nell'accampamento degli Illiati si era manifestato in quel frattempo un vivissimo movimento. La numerosa truppa dei cavalieri di Hossein, bene armati, doveva aver messo in apprensione quei nomadi, i quali avevano probabilmente fatto pi volte conoscenza coi banditi della steppa della fame, ghirghisi, bukari e shagrissiabs.
I cammelli ed i montoni, che pascolavano a centinaia e centinaia per la pianura, venivano spinti a precipizio verso i recinti costruiti nei dintorni dell'accampamento, intanto che gruppi di uomini balzavano in sella dei loro cavalli, disponendosi sotto le piante, per tenersi al riparo dietro i grossi tronchi.
Gli Illiati sono trib assolutamente nomadi che si distaccano un po' dai turchestani vivendo esclusivamente sotto tende e cambiando luogo secondo le stagioni ed i bisogni dell'immenso loro gregge, che forma la loro principale ricchezza.
Al principio della primavera scendono dalle montagne, che attraversano la parte meridionale del Khanato di Bukara e la Persia, e si espandono per la steppa turanica formando vasti accampamenti, del resto semplicissimi, posti di preferenza intorno ad uno stagno o sulle rive d'un torrente e riparati dal vento, temendo molto le cortine di sabbia.
I loro usi e le loro abitudini differiscono da quelle degli altri turchestani, alla cui razza d'altronde non sembra veramente che appartengano e richiamano al pensiero gli antichi tempi dei pastori patriarcali.
Gli uomini, che hanno tipo tartaro, pi che turcomanno, sono tutti bellissimi, di alta statura e ben conformati; le donne godono fama di essere le pi graziose della steppa.
Tabriz, che conosceva l'indole diffidente di quei nomadi, fece fermare la truppa e s'avanz in compagnia d'Hossein, verso i giardini che circondavano l'accampamento, tenendo l'archibugio colla bocca volta verso terra:
Dite al vostro Emiro che i nipoti del beg Giah Agh chiedono ospitalit, grid, appena fu a portata di voce. Sagadska non si rifiuter di riceverli.
Fra gli Illiati vi fu uno scambio di parole, poi un vecchio che aveva una lunga barba bianca e che mancava d'un occhio, si fece innanzi e, mentre i suoi uomini disarmavano, rispose:
Che i nipoti del mio amico entrino nel campo: sono sotto la protezione delle leggi dell'ospitalit.
La truppa, non avendo ormai pi nulla da temere dopo quelle parole, s'avanz sotto gli alberi, mettendo piede a terra e levando le briglie e le selle ai cavalli, mentre Tabriz ed i nipoti del beg entravano sotto una vasta tenda, sulla cui soglia li attendeva il capo della trib, circondato da una mezza dozzina di ragazzine.
Siete miei ospiti, disse, invitandoli a farsi innanzi.
Sei tu Sagadska? chiese Tabriz.
Io sono l'amico del beg Giah Agh, rispose l'illiato. Che i suoi nipoti si siedano al mio fianco.
Grazie della tua ospitalit, gli rispose Hossein. Noi siamo qui venuti perch abbiamo bisogno da te di consigli e d'informazioni.
Dopo la cena tu avrai quello che vorrai, rispose l'illiato.
Lascia ora che io compia i miei doveri d'ospitalit e non preoccuparti della tua scorta: avr viveri e tende per riposarsi al coperto.
Sotto la grande cupola di feltro era gi stata stesa, su un vasto tappeto persiano, una tovaglia, su cui due giovani pastori avevano collocato parecchi tondi d'argento, lusso che solo un capo trib poteva permettersi.
Accomodatevi, disse Sagadska. Siete giunti in un buon momento, festeggiando oggi il dodicesimo anno della mia ultima figlia.
I servi erano tornati portando vasi e tondi carichi di cibi e di manicaretti che esalavano profumi appetitosi e che deposero dinanzi agli ospiti.
Tutti i popoli della steppa, quando hanno i mezzi sufficienti e ricorre qualche circostanza straordinaria, amano mangiare bene e la loro cucina non  cos ordinaria come si potrebbe credere in individui che vivono all'aria aperta e sempre in pericolo, quantunque stupide prescrizioni del Corano la circoscrivano, vietando il maiale, la lepre anche e molti crostacei, perch ritenuti impuri.
Il loro piatto forte  sempre per il montone che si arrostisce a pezzi con burro e grasso od intero se  giovane, dopo d'averlo ben imbottito di mandorle, di datteri, d'uva secca, di bacche e di rose, di pimento e di spezie diverse; il secondo  il pilat, composto di riso bollito, con pezzi pure di montone. Amano per molto anche i pasticci, che sanno preparare non meno bene dei persiani e anche la carne bollita, che condiscono con varie salse assai appetitose.
I cuochi del capo avevano fatto quella sera veri prodigi, servendo un gran numero di piatti, ai quali avevano tenuto dietro vasi pieni di magnifiche melogranate, grossissime, dolcissime e senza il granello interno, cotogni profumatissimi e poponi pesanti trenta o quaranta libbre, acquosi, dolci, e colla polpa rossa, bianca, gialla o verdognola.
Servito il caff, il capo fece portare quattro bellissime pipe, per met ripiene d'acqua profumata con essenza di rosa e la ciotola carica di quel fortissimo tabacco chiamato tumbak, che  cos pregiato da tutti i popoli turanici.
Ora ti ascolto, disse Sagadska, quando le pipe cominciarono a funzionare, rivolgendosi a Hossein che aveva appena toccato cibo. Leggo nei tuoi occhi una profonda tristezza, che sarebbe incompatibile colla tua et.
Quale disgrazia pu aver colpito i nipoti del mio vecchio amico Giah Agh?
Mi hanno rapito ieri la fidanzata, nel momento in cui stavo per impalmarla.
Chi? grid il vecchio.
Le Aquile della steppa, aggiunse Tabriz, e siamo venuti a chiederti se i tuoi uomini le hanno vedute.
Il vecchio batt le mani chiamando ad alta voce:
Mursa Rabat!
Un giovane pastore, che indossava una corta zimarra di panno grossolano con i bordi gialli e maniche larghissime e alti stivali di pelle rossa, era subito entrato.
Narra ai miei ospiti chi hai incontrato stamane.
Un grosso numero di cavalieri che mi parvero ghirghisi e usbeki, rispose il giovane. E alla loro testa vi era un uomo di forme tarchiate che teneva fra le braccia una fanciulla...
Talm! esclam Hossein.
Il giovane guard il nipote del beg come per chiedergli di chi volesse parlare, poi, ad un cenno del suo capo, prosegu:
La fanciulla indossava un costume da sposa ed aveva sul capo la tiara di metallo.
Era lei! gridarono ad una voce Tabriz e Hossein, mentre Abei si mordeva le labbra.
La tua fidanzata? chiese l'Emiro degli Illiati.
S, la mia Talm, rispose Hossein, facendo un gesto disperato.
Calmati signore, disse Tabriz, e ascoltiamo quest'uomo. Dove si dirigevano quei cavalieri?
Verso levante, rispose Mursa Rabat.
Verso il fiume dunque?
S, mio signore.
Si dibatteva la fanciulla?
Non mi parve.
Viva lo era per.
S, la vidi alzare un braccio, come per minacciare il cavaliere che la portava.
A che ora li hai veduti?
Verso mezzod.
Galoppavano forte?
No, filavano a piccolo trotto e mi parve che le loro cavalcature fossero molto stanche, perch alcune rimanevano sovente indietro.
Ed erano molti? chiese Hossein.
Un centocinquanta per lo meno, rispose il giovine illiato.
Come possono essere diventati cos numerosi? Quelli che mi hanno rapito Talm non erano pi d'una dozzina.
La cosa  facile a spiegarsi, disse Tabriz. Si saranno riuniti a quelli che hanno fatto una dimostrazione armata contro il villaggio.
Non sar il numero che ci tratterr dall'inseguirli, Tabriz, disse il nipote del beg, con accento feroce.
Sai dove vanno? chiese Sagadska.
A Kitab, rispose Hossein.
Che cosa vanno a fare col? Ignorano dunque che i russi hanno lasciato Samarcanda in buon numero, con cannoni e falconetti, per calmare le idee bellicose di Djura e del bey di Schar?
 dunque vero? chiesero ad una voce Hossein ed Abei.
S, miei cari ospiti; una forte colonna di moscoviti, comandata dal colonello Miklalosvky, con molta fanteria ed alcune sotnie di cosacchi, muove verso le due citt, coll'ordine di prenderle d'assalto e di restituirle, domate, all'Emiro di Bukara. Tutti ne parlano nella steppa orientale e le informazioni che ho ricevute devono essere esatte.
Allora noi non abbiamo tempo da perdere, signor Hossein, disse Tabriz.
S, se volete entrare in citt prima che i russi la cingano d'assedio, disse l'illiato. Sono stanchi i vostri cavalli?
Galoppano da stamane.
Ne ho trecento intorno al campo, prosegu il capo. Scegliete i migliori e partite senza indugio o giungerete troppo tardi.
Per conto di chi  stata rapita la fanciulla?
Del Beg Djura, sospettiamo, disse Hossein.
Sagadska scosse il capo.
Uhm! fece poi. Lui ed il bey di Schar hanno troppe faccende che pesano sulle loro spalle per ora. No, sar per qualche altro, tuttavia non vi sar difficile ritrovare la ragazza. Kitab  poco popolosa e Schar lo  meno ancora.
Volete un consiglio da amico?
Parla, disse Hossein.
Rivolgetevi direttamente a Beg Djura, ditegli che sono io che vi mando e che se le sue cose andranno male, trover sempre un rifugio fra le trib degli Illiati.
Partite, amici e varcate al pi presto l'Amu-Darja al guado d'Ispas, l dove i miei uomini raccolgono le rose.
Pu darsi che da loro abbiate qualche notizia dei rapitori.
Venite a scegliere i cavalli: sono di buona razza e correranno meglio di quelli delle Aquile.
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CAPITOLO 12.
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Il Traditore.
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Era mezzanotte quando la truppa, montata su cavalli freschi, quasi tutti di razza persiana, lasciavano l'accampamento avviandosi verso l'Amu-Darja.
La notizia ormai pienamente confermata che un corpo russo scendeva da Samarcanda per cinger d'assedio Kitab, li spingeva ad affrettarsi, non avendo alcun desiderio di venire di buona o di cattiva voglia coinvolti in quella campagna, quantunque tutti, da veri turchestani, nutrissero un odio profondo contro quegli insaziabili conquistatori, che allungavano le loro poderose zampe d'orsi su tutta l'Asia centrale.
Sapevano per pratica come finivano sempre quelle guerriglie ed a quali orrori si esponevano i disgraziati insorti contro lo strapotente e barbaro nemico.
Non fu che allo spuntare del giorno, dopo una corsa furiosa, velocissima, che la truppa giunse senza aver fatto cattivi incontri sulla via dell'Amu-Darja, nei pressi del guado conosciuto sotto il nome di Ispas.
L'Amu, che i turchestani chiamano anche Djicon,  il pi grosso dei tre fiumi che solcano l'immensa steppa e che vanno ad ingrossare le acque del mar d'Aral.
Nasce da una delle pi alte vette del Bolor, nel Pamir e scorre dapprima sotto il nome di Pani, svolgendosi attraverso regioni fertilissime, percorre tutta la steppa turanica, non ricevendo che pochi fiumiciattoli e, come abbiamo detto, va a scaricarsi nell'Aral dove forma un vastissimo estuario.
In quasi tutto il suo percorso le alte piante, che nella steppa non possono svilupparsi per la siccit che regna durante i mesi caldi, coprono le sue rive, producendo uno strano contrasto colle eterne erbe che per centinaia e centinaia di chilometri si susseguono ininterrottamente, con una monotonia desolante.
Platani di dimensioni colossali, querce, cedri, ginepri e micgasia, che lanciano il loro bellissimo stelo a cinque o sei metri, crescono a profusione, ma le piante che soprattutto interessano gli abitanti delle rive sono i rosai, i quali coprono in certi punti delle estensioni vastissime, raggiungendo sovente un'altezza di quindici piedi.
Come si sa, tutti i popoli orientali fanno un consumo enorme di acqua di rose. Si profumano le vesti e le barbe, bagnano, anzi inzuppano addirittura i fazzoletti delle persone che vanno a visitarli, ne mettono nell'acqua delle loro pipe e perfino nei loro pasticci dolci, sicch dove quegli splendidi e profumati fiori allignano, vi  una ricchezza non indifferente da raccogliere.
Il luogo ove i cavalieri erano giunti, era una di quelli dove appunto i gentili fiori crescevano a profusione.
Sotto i faggi, le betulle ed i platani, che coprivano la riva del fiume, enormi rosai si ergevano, tutti coperti di fiori bianchi, carnicini, gialli, rossi, scarlatti, i quali esalavano profumi inebbrianti che i cavalieri aspiravano avidamente, essendo quello per modo di dire, il loro profumo nazionale.
Se qui ci sono tante rose, troveremo ben presto anche i raccoglitori del capo degli Illiati, disse Tabriz, fermando il suo cavallo.
Aspettiamo che le tenebre si diradino ed intanto andiamo a vedere se il guado si trova veramente qui.
Mentre la scorta scendeva di sella, per concedere ai cavalli un po' di libert ed un po' di riposo, ben meritato d'altronde dopo quella lunga galoppata, Tabriz, Hossein ed Abei si spinsero verso il fiume, passando sotto giganteschi platani che spandevano al di sotto delle loro fitte fronde, costantemente inumidite dalle acque, una deliziosa frescura.
L'Amu-Darja scorreva dolcemente, gorgogliando fra gli ammassi di giunchi che avevano ormai ingombrato buona parte del suo letto, formando qua e l minuscoli isolotti, sopra i quali volteggiavano numerose coppie di uccelli acquatici.
In quel luogo il fiume non era pi largo di cento cinquanta metri e le sue acque, assai trasparenti, non avevano che qualche metro e mezzo di profondit, almeno fino ad un certo tratto dalla riva.
S,  questo il guado, disse Tabriz.
L'hai indovinato, signore, rispose in quel momento una voce che usciva da una grande macchia di rosai, accavallati confusamente gli uni sopra gli altri in modo da formare un colossale e meraviglioso cespuglio.
Tabriz si era subito voltato.
Un uomo, piuttosto vecchio, era sgusciato fra quell'ammasso di rose, tenendo in mano un cesto di vimini, di forma allungata, pieno gi di fiori.
Sei un illiato di Sagadska? gli chiese il gigante.
S, signore.
Ci manda qui il tuo capo, che ci diede ospitalit ieri sera, per chiederti se hai visto passare dei cavalieri.
Io ho dormito come un orso questa notte, rispose il raccoglitore di rose, ma te lo potranno dire i distillatori che non hanno spenti i fuochi ieri sera.
Vuoi seguirmi? Non sono che a pochi passi, dietro a quel macchione di platani: guarda, si scorge il fumo trapelare attraverso le foglie.
Guidaci e avrai una manata di pouls.
Nota: I pouls sono monete di rame che valgono un po' pi di cinque centesimi. Fine nota.
Vieni, signore, rispose l'illiato, tutto lieto di ricevere una mancia.
Attraverso le fronde di quei giganteschi alberi, i tre cavalieri cominciavano infatti a scorgere colonne di fumo e bagliori prodotti da grandi fuochi brucianti sotto i lambicchi.
Ben presto giunsero in mezzo ad una spianata, dove una dozzina d'uomini, semi-nudi, anneriti dal fumo, madidi di sudore, con lunghe barbe ispide, s'affaccendavano intorno a sette od otto fal, sopra i quali bollivano immense caldaie di rame, piene di rose.
I distillatori turchestani e persiani, lavorano sul luogo ove le rose vengono raccolte, onde i fiori conservino tutto il loro profumo. Usano lambicchi affatto primitivi e caldaie della capacit di cento a centoventi litri.
I fiori, appena portati dai raccoglitori, vengono messi nell'apparecchio distillatore, nella quantit di nove a dieci chilogrammi, ai quali aggiungono in media cinque o sei volte il loro peso d'acqua.
Con questo sistema distillano non gi l'essenza, bens l'acqua di rose, la quale poi, per riuscire perfetta, ha bisogno di una nuova operazione o meglio d'una seconda distillazione.
Dopo la seconda bollitura, si vedono apparire piccoli globuli oleosi d'una tinta giallo-pallida. Il liquido rimasto si pone entro bottiglie dal collo lunghissimo, i globuli i quali costituiscono l'essenza e che si radunano alla superficie del recipiente, vengono raccolti mediante speciali cucchiai perforati.
Uno spazio di quaranta are, coperto di rosai, pu dare durante le stagioni favorevoli, da mille ottocento a duemila chilogrammi di fiori, e di quegli spazi ve ne sono di pi ampii sulle rive dell'Amu-Darja, dai quali i distillatori possono trarre e con poca fatica da seicento a settecento cinquanta grammi di essenza.
Considerato che ogni grammo si paga, sia nel Turchestan che in Persia, circa una lira, si pu facilmente comprendere quanto quell'industria sia produttiva, specialmente per uomini che assai di rado trovano il modo di guadagnare denaro nelle loro steppe.
Il capo dei distillatori vedendo apparire i tre cavalieri, guidati dal raccoglitore di rose, lasci le caldaie, mosse loro incontro e li salut cortesemente con un:
Allah vi sia propizio!
Informato su ci che desideravano, l'illiato rispose subito:
Dei cavalieri!... Dei banditi volete dire?... Quelli che sono passati ieri sera, dopo il tramonto, non erano persone oneste.
Dopo il tramonto, hai detto? chiese Hossein.
S, hanno guadato il fiume alla luce delle stelle.
Quanti erano?
Un centinaio e mezzo per lo meno.
Vi era una fanciulla con loro?
S, cavalcava una giumenta ed era avvolta in un velo bianco.
Non era fra le braccia di un uomo grosso e tarchiato?
No!...
Per ho veduto anche quello e teneva la giumenta per le briglie.
Piangeva la fanciulla?
Non ho avuto tempo di osservarla. I cavalieri hanno attraversato frettolosamente l'Amu-Darja, scomparendo sotto gli alberi dell'opposta riva.
Si sono accampati col? chiese Tabriz.
Non te lo potrei dire, mio signore.
Erano stanchi i loro cavalli?
Mi parvero sfiniti.
Padrone, disse Tabriz, volgendosi verso Hossein, partiamo senza indugio e guadiamo il fiume. Se i nostri animali non cadono, giungeremo a Kitab contemporaneamente alle Aquile.
Vorrei raggiungerle prima e sterminarle tutte, soggiunse il giovane, con impeto.
Tu dimentichi, cugino, che essi sono in centocinquanta e tutti certamente coraggiosi, osserv Abei, che tormentava nervosamente i suoi piccoli baffi, irsuti. Ti hanno dato una prova lampante nell'assalto alla casa di Talm.
Fossero anche trecento, nessuno mi tratterrebbe di assalirli.
Ben detto, signore, disse Tabriz. Piomberemo addosso a quei predoni, come la notte che i lupi ci scortavano.
I cinquanta uomini in un baleno furono in arcione, scesero la riva, preceduti da Tabriz ed entrarono nel fiume le cui acque, come abbiamo detto, in quel luogo erano piuttosto basse.
La traversata dell'Amu-Darja fu compiuta senza incidenti, non essendovi nei corsi d'acqua del Turchestan n coccodrilli, n gaviali, come in quelli della non lontana India.
La truppa si trovava sul territorio del Khan di Bukara, lo stato pi vasto della Tartaria Indipendente. Indipendente di parola, non di fatto, perch anche su quella immensa regione che comprende varii Kanati, l'avida zampa dell'orso moscovita vi si  appoggiata.
Gli antichi scrittori arabi hanno chiamato quel territorio un paradiso terrestre e lo sarebbe forse, essendo fertilizzato dall'Amu-Darja e dai suoi affluenti, se non fosse abitato da un popolo nomade, dato al ladroneccio pi sfacciato, stanziato solo nell'inverno nelle citt e nei villaggi ed errante colle sue gregge nelle vaste pianure, durante le altre stagioni.
Samarkanda, che  la citt pi importante, ha avuto un passato splendido, essendo stata scelta come capitale dal famoso conquistatore asiatico Timur-Lent, meglio conosciuto sotto il nome di Tamerlano. Aveva allora una popolazione numerosissima ed era cos potente da poter mettere in campo da sola ben sessantamila cavalieri ed i suoi trafficanti si spingevano fino alla Grande Tartaria Chinese, nel cuore del grande continente asiatico.
Oggid, quantunque estenda ancora i suoi sobborghi nella meravigliosa valle del Sogd, quantunque abbia la sua accademia di scienze, traffichi ancora animatamente e abbia molte fabbriche, ove si tesse la seta pi stimata dell'Asia, ha molto perduto del suo antico splendore al pari di Bukara, ove risiede per la maggior parte dell'anno il potentissimo e anche barbarissimo Khan, e che fu centro di uomini dotti e celebri non solo per l'Oriente, ma anche per l'Europa: vi fu il famoso Ebu-Sino, da noi chiamato Avicenna.
Era il momento, per la banda condotta dai due nipoti del beg e da Tabriz, di stare molto in guardia, perch tutto il kanato, specialmente verso il fiume,  percorso incessantemente da orde di Usbechi e da Ghirghisi.
Tabriz, appena messo piede sulla riva opposta dell'Amu-Darja, fece fare alla truppa una seconda fermata, poi accompagnato dal solo Hossein, fece una galoppata sotto le altissime e frequenti piante, risalendo verso il settentrione.
Che cosa cerchi, Tabriz? chiese Hossein, vedendolo guardare attentamente la terra.
Le tracce dei banditi, rispose il gigante. Per di qua devono ben essere passati e sarei ben lieto di trovarle.
Continuarono ad avanzarsi sotto i platani e le betulle, che coprivano la riva, finch un grido di trionfo sfuggi a Tabriz.
Eccole!...
Sul suolo, che era umidissimo in quel luogo, si scorgevano nettamente numerose impronte lasciate dagli zoccoli d'un grosso numero di cavalli.
Tabriz balz a terra per meglio osservarle, quando Hossein lo vide rialzarsi prontamente e staccare il lungo archibugio che pendeva dalla sella del suo cavallo.
Cos'hai, Tabriz? chiese il giovine.
Il gigante invece di rispondere, gli fece segno colla mano di star zitto, poi arm il fucile appoggiando il calcio alla spalla e puntandolo verso un folto cespuglio che circondava la base d'un enorme platano. Hossein, temendo giustamente un improvviso attacco, trovandosi, come abbiamo detto, in un territorio frequentato dai banditi delle steppe, si era affrettato ad imitarlo.
Che cos'hai veduto o udito dunque? chiese il giovane impazientito, non vedendo comparire nessuno.
Un gemito che usc dal mezzo del cespuglio fu la risposta.
Vi  qualche ferito l dentro, disse finalmente Tabriz. Hai udito, signore?
S.
Tabriz s'avvicin cautamente al platano e colla canna dell'archibugio mosse le fronde dei cespugli, dicendo:
Mostra il tuo viso, amico noi non siamo briganti.
I rami subito si mossero ed un uomo piuttosto attempato, quasi interamente nudo, non avendo indosso che una camicia brandellata, comparve.
Risparmiate la vita ai un povero uomo, disse. Allah ha proibito di uccidersi fra correligionari.
Chi sei? Chiese il gigante, abbassando il fucile.
Un usbeko di Kitab.
Che cosa fai cost cos nudo?
Sono stato assalito da una banda di briganti, derubato dei miei montoni che aveva qui condotti a pascolare, bastonato e per sopra mercato anche spogliato delle mie vesti.
Quando?
Ieri sera.
Erano Aquile della steppa?
Pu darsi.
Avevano una fanciulla con loro?
Non l'ho veduta.
Quanti erano quei briganti?
Una ventina.
Non ve n'erano altri nel bosco?
S, mi pare d'aver udito dei cavalli a nitrire al di l degli alberi. Signore non lasciarmi qui solo, cos nudo e senz'armi. Vi sono dei lupi e delle pantere fra queste macchie.
Tabriz interrog Hossein collo sguardo.
Potr servirci da guida, rispose il giovane.
Sali dietro di me, disse il gigante all'usbeko. Vedremo di darti qualche cosa per coprirti.
Io sar il tuo schiavo, rispose il disgraziato, con voce gemente. Oramai ho tutto perduto.
Ti vendicheremo, disse Tabriz. Stiamo cercando appunto le Aquile.
Sal in sella e dietro di lui mont l'usbeko, profondendosi in lunghi ringraziamenti.
Quando tornarono verso il guado, i Sarti ed i Shagrissiabs erano ancora in sella, pronti a riprendere la corsa.
Tabriz priv qualcuno della giacca, un altro d'una coperta, onde coprire l'usbeko, e mentre Hossein informava Abei dell'accaduto, si rimisero in cammino al piccolo trotto, dietro le tracce lasciate dalle Aquile.
Attraversata la zona che aveva un'estensione di poche centinaia di metri, la truppa ritrov la steppa.
Quantunque il Khanato di Bukara sia infinitamente pi fertile del Turchestan occidentale, non  privo di steppe, le quali si stendono per centinaia di miglia. Anche l si manifesta quel singolare fenomeno che si osserva nei territori dei Cosacchi e dei Curdi del mar Caspio.
Alla base delle montagne, le foreste cessano bruscamente per non ritrovarle che lungo le rive dei fiumi ed il suolo calcareo scompare per cedere il posto alla terra nerastra della steppa, sulla quale spuntano e crescono benissimo erbe e cereali, quando un po' d'acqua li favorisce.
Tutti coloro che hanno percorso quelle pianure immense, si sono chiesti la soluzione di quello strano problema: perch la steppa col suo manto di terra fertile, tanto pi ricca, inquantoch non  mai stata coltivata, quindi ancora vergine, non produce alcuna pianta da fusto? I venti ardenti e troppo gelati che soffiano impetuosissimi su quelle sconfinate pianure, s'oppongono forse alla vegetazione arborescente?
Forse la spiegazione dello strano fenomeno lo si deve al fatto, pi probabilmente, che lo strato di terra fertile non  pi profondo di trenta o quaranta centimetri e che si basa su un fondo d'argilla compatta, impenetrabile alle radici delle piante.
Di passo in passo che la truppa s'allontanava dall'Amu-Darja, cominciavano ad apparire, specialmente inoltrandosi sempre pi nel territorio bukarino, accampamenti intorno agli stagni.
Gruppi di tende nere, di forma conica, si mostravano di quando in quando, poi lunghe carovane di cammelli e torme immense di montoni, dalla coda grossissima, scortati da cavalieri armati e dall'aspetto poco rassicurante.
Erano per lo pi usbechi e turchi, padri questi degli Osmani che hanno conquistata l'Asia Minore, l'Arabia e la Turchia europea, uomini fieri e bellicosi, che sono sempre in armi contro i ghirghisi ed i bukari.
Tutte quelle carovane si dirigevano verso la frontiera occidentale, con una certa fretta che colp Tabriz.
Si direbbe che fuggano dinanzi a qualche pericolo, disse il brav'uomo a Hossein. Vediamo di che cosa si tratta.
Spinse il cavallo verso un gruppo di turchi che scortavano un centinaio di cammelli e che guardavano sospettosamente la truppa d'Hossein, chiedendo spiegazioni.
I russi, gli fu risposto.
Sono gi intorno a Kitab?
Non ancora, ma fra poco.
Bisogna affrettarsi, mormor il gigante, tornando verso i suoi compagni. Corriamo il pericolo di rimanere tagliati fuori dalla citt.
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CAPITOLO 13.
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Kitab.
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Non ostante gli sforzi prodigiosi compiuti dai cavalli e la fretta dei cavalieri, la notte li sorprese a una quarantina di chilometri da Kitab, nei dintorni del minuscolo e ormai deserto villaggio di Iskander.
Animali e uomini erano cos sfiniti da quella marcia, che durava da quasi quarantotto ore, da rendere impossibile una maggiore avanzata.
Hossein e Tabriz, che non volevano rovinare completamente le loro cavalcature, dalle quali attendevano preziosissimi servigi nell'attacco ai briganti della steppa, si videro quindi costretti a dare il segnale della fermata.
D'altronde non pareva che i russi avessero gi investita Kitab perch, anche poco prima del tramonto, avevano incontrate immense greggi di montoni e lunghe file di cammelli che fuggivano verso occidente, senza per troppo affrettarsi, mentre invece non avevano ancora scorto nessun gruppo di cosacchi dell'avanguardia.
Essendo state le dieci o dodici capannucce di fango secco, che costituivano il minuscolo villaggio, abbandonate dagli abitanti, la scorta senz'altro le occup, legando i cavalli intorno ai pali che erano piantati dinanzi alle porte.
Ripartiremo dopo la mezzanotte, disse Hossein a Tabriz e ad Abei. Cinque o sei ore di riposo saranno bastanti per i nostri uomini e per i nostri cavalli.
Cenarono alla lesta, colle provviste che erano rinchiuse nei sacchetti di pelle appesi alle selle, poi tutti si stesero al suolo, divisi in gruppi e non tardarono ad addormentarsi, essendo affranti.
Due uomini soli non avevano chiusi gli occhi: Abei e l'usbeko che Hossein e Tabriz avevano raccolto quasi nudo nella piccola foresta dell'Amu-Darja.
Durante la corsa, quei due uomini si erano gi scambiate parecchie occhiate e qualche rapido cenno, come se gi da tempo si conoscessero e attendessero l'occasione propizia d'incontrarsi.
Il nipote del beg, che doveva essere impaziente di trovarsi solo coll'usbeko, quando si fu ben assicurato che suo cugino e Tabriz dormivano profondamente, usc silenziosamente dalla capanna e strisci verso il primo gruppo di cavalli, dove si scorgeva vagamente, coricata fra le erbe, una forma umana.
Dormono, disse Abei sotto voce. Che cosa significa la tua presenza qui, Hadgi.
Il luogotenente del disgraziato mestvires si era prontamente alzato, girando all'intorno uno sguardo sospettoso.
Ti aspettavo, signore, disse poi, per ricevere da te nuovi ordini. Noi non avevamo previsto l'invasione dei russi. Sai che stanno per assalire Kitab?
L'ho appreso lungo il viaggio, rispose Abei.
Quella gente pu guastare i tuoi affari, signore, ed  per questo che io ti ho aspettato sulle rive del fiume. Ero certo che Hossein ci avrebbe inseguiti e che sarebbe passato per quel guado, che d'altronde  l'unico che esista su cinquanta miglia di fiume.
Hai giuocato una carta pericolosa.
Perch, signore? Hossein e Tabriz non mi conoscono ed ingannarli era cosa facilissima.
Non ho fatto altro che spogliarmi e nascondere le mie vesti e le mie armi in mezzo ad un folto cespuglio. Come hai veduto, hanno creduto a quanto io ho loro narrato e non hanno avuto il menomo sospetto.
Sei un birbante intelligente, disse Abei.
Si fa quello che si pu, signore, rispose il bandito, sorridendo.
Ditemi ora dove devo condurre Talm. Questi russi che s'avanzano rapidamente m'inquietano non poco.
Non hai tu qualche rifugio fra le montagne di Kasret-Sultan?
Vi sono lass delle caverne meravigliose, signore, quantunque trasudino petrolio da tutte le parti.
Tu entrerai in Kitab, attraverserai la citt, mettendo bene in vista Talm, e alla sera te ne andrai fra le montagne. Non vi sar alcun pericolo.
Se anche la fanciulla grider di essere stata rapita e che voi siete Aquile, nessuno se ne preoccuper. Dirai che  una pazza che riconduci alla sua famiglia e poi hanno ben altro da fare quegli abitanti in questi momenti.
Non comprendo per lo scopo di questa gita attraverso a Kitab.
Non  necessario che tu per ora abbia maggiori spiegazioni. Quasi tutti i tuoi uomini mi conoscono,  vero?
La sera che tu ti sei presentato al nostro accampamento, per proporci il tuo affare, signore, vi erano tutti e nessuno ha scordato il tuo viso.
Lascerai dunque a Kitab un paio dei tuoi banditi, onde mi guidino pi tardi al tuo rifugio.
Bada, signore, che i russi calano rapidissimi e che se t'indugi, correrai il pericolo di farti assediare in Kitab.
 quello che desidero, rispose Abei.
Non ti capisco.
Non importa: a te deve solamente importare di guadagnarti la somma che t'ho promessa e che ti appartiene, ora che il mestvire  morto.
L'ho saputo, disse Hadgi. Tuo zio  stato troppo crudele, per devo essergli riconoscente, perch da luogotenente sono diventato il capo delle Aquile.
Non ti lagnare dunque.
Oh no, signore, disse il bandito.
Ora vattene. Che siano gi giunti a Kitab i tuoi uomini?
Aspetteranno che li raggiunga, prima di entrare nella citt.
Allora spicciati.
Addio, signore: conta sulla mia fedelt.
E tu sui miei tomani, rispose ironicamente Abei.
Hadgi stacc un cavallo, gli avvolse la testa onde non nitrisse, balz in sella e si slanci attraverso la steppa, dileguandosi ben presto fra le tenebre.
I russi giungono in buon punto, mormor Abei, quando il bandito fu scomparso. Baba beg, non si sar scordato di essere stato un giorno salvato da mio padre e mi aiuter.
Ah!.... Tu volevi tutto per te, cugino: la bellezza e la felicit, il coraggio e l'ammirazione di tutte le donne della steppa!... Ed a me, che sono pure figlio d'un beg, nulla? Almeno Talm l'avr, dovessi ucciderti!... Senza quella fanciulla che io ho amata segretamente prima di te, che cosa sarebbe la mia vita? Voi due non conoscete ancora Abei!
Strisci verso la capanna ed entr senza far rumore, coricandosi sulla gualdrappa che gli serviva da tappeto.
Hossein e Tabriz dormivano sempre profondamente e di nulla si erano accorti.
Era appena passata la mezzanotte, quando i Sarti ed i Shagrissiabs si svegliarono; chiamandosi reciprocamente.
Hossein e Tabriz, destati da quel voco e dai nitriti dei cavalli, si alzarono prontamente uscendo all'aperto.
In sella, comand il giovane. All'alba entreremo in Kitab.
Signore, disse un Sarto, avvicinandoglisi, manca il mio cavallo.
E anche l'usbeko che hai raccolto, disse un altro.
Che vada a farsi appiccare dove vuole, disse Tabriz. Non inquietiamoci per la fuga di quel birbante. Montate e partiamo.
Quello a cui manca il cavallo salga dietro a qualche compagno.
Lesti od i russi giungeranno prima di noi.
In meno di un minuto i cavalli furono insellati ed imbrigliati e la truppa riprese le mosse, sempre guidata da Tabriz.
La steppa, a poco a poco scompariva. Numerosi villaggi si mostravano, specialmente verso il sud, dove le terre erano solcate da affluenti dell'Amu-Darja; e giardini ricchi d'alberi, di prugni, d'albicocchi, di melogranati e anche di viti, cominciavano ad estendersi in tutte le direzioni.
Qua e l, in mezzo alle erbe, platani, betulle, pioppi, ulivi, querce, cedri e anche pini, formavano gruppi pittoreschi, specialmente intorno agli stagni, sorgendo fra colossali cespi di rose di China, coperti di fiori bianchi e rossi.
La banda s'affrettava. I cavalli ai quali quel breve riposo era bastato per rimetterli in gambe, galoppavano splendidamente, senza aver bisogno di venire aizzati.
Ai primi albori, Tabriz indic a Hossein il profilo della catena dei Kasret-Sultan-Geb, che s'innalza dietro a Kitab e poco dopo una selva di esili minareti dalle cupolette scintillanti.
Ci siamo, signore, disse.
Hossein prov come una scossa e si port una mano sul cuore.
Che fra poco la riveda? si chiese con angoscia.
Se non ci hanno ingannati e se si trova veramente laggi, noi la riprenderemo alle Aquile, signore.
Il nome che porta tuo zio  troppo noto nella steppa, perch il nuovo Emiro di Kitab non lo abbia gi udito risuonare ai suoi orecchi ed egli non si rifiuter di aiutarci nelle nostre ricerche, specialmente se la nostra domanda sar appoggiata da qualche migliaio di tomani, somma che apprezzer assai in questi momenti.
Lo conosci tu Djura-Bey?
L'ho veduto pi d'una volta, rispose Tabriz.
Che uomo ?
Un ambizioso, che gi pi volte ha tentato di ribellarsi al suo padrone, l'Emiro di Bukara. Egli vorrebbe, a quanto sembra, imitare Yakub, l'antico luogotenente dell'Emiro, che dopo essersi fatto dichiarare dal popolo Atalek gazi, ossia difensore della fede, si  formato un bel regno a spese del suo signore, e dei chinesi della Duzungaria.
Disgraziatamente avr da fare i conti coi russi e la finir male.
Noi non ci intrigheremo nei suoi affari.
Ehi... Chiss, cugino, disse Abei, che cavalcava al suo fianco. Djura-Bey potrebbe domandare il nostro appoggio. Cinquanta uomini, montati come lo sono i nostri, potrebbero essergli di grande utilit in questo momento.
Rifiuteremo, disse Hossein.
E lui ti dir che te la cerchi tu, Talm.
 certo che vorr approfittare dell'occasione per rinforzare il suo piccolo esercito, disse Tabriz. D'altronde non mi spiacerebbe menare le mani sui russi.
Vedremo, concluse Hossein.
Kitab era ormai in vista e si spiegava dinanzi agli occhi dei cavalieri, trovandosi quella citt su un'altura, al pari di Schaar, la sua vicina, pure ribellatasi all'autorit dell'Emiro di Bukara.
Si vedevano distintamente le sue moschee dipinte in bianco, colle cupole dorate, i suoi ridotti, le sue mura merlate ed i suoi splendidi giardini, divisi in vasti quadrati e cinti da terrapieni altissimi per rinforzare le difese della citt.
Tabriz e Hossein stavano per dar l'ordine di sferzare i cavalli, quando in lontananza si udirono alcune scariche di moschetteria e alcuni colpi di cannone.
I russi! esclamarono entrambi.
Affrettiamoci o giungeremo troppo tardi, disse Abei, spronando impetuosamente il cavallo. Vedo delle nubi di polvere verso il settentrione: l vi  qualche corpo di cavalleria.
Allentate le briglie: ventre a terra! grid Tabriz.
I cinquanta cavalli, eccitati dalle grida e dai colpi di piede dei cavalieri, partirono a corsa sfrenata, facendo rimbombare il suolo che non era pi coperto d'erbe. Pareva che un vero uragano passasse.
I colpi di fucile si seguivano regolari, segno evidente che quelli che facevano fuoco erano soldati perfettamente disciplinati, che non sparavano a casaccio e di quando in quando vi facevano eco delle detonazioni secche, poderose, che sembravano prodotte da racchette o da falconetti, piuttosto che da veri pezzi d'artiglieria.
Al di l della lunga distesa di giardini, s'alzavano di tratto in tratto nuvoloni di polvere, che in certi momenti offuscavano perfino la luce del sole.  gi noto che tutto il Turchestan orientale e settentrionale  polverosissimo, e che basta un soffio d'aria od il galoppo di qualche squadrone di cavalleria per sollevare cortine immense d'una specie di sabbia quasi impalpabile, che ricade molto lentamente e che attraversa intere regioni prima di depositarsi.
Certamente un vivo combattimento doveva essersi impegnato, fra i cavalieri del Bek di Kitab e di quelli dello Schaar ed i cosacchi che il colonnello russo Miklalowsky, incaricato dal governatore generale del Turchestan di domare i ribelli, conduceva da Samarcanda.
Gi le truppe di Hossein non distavano che poche centinaia di metri dalla torre sovrastante la porta di Ravatak, quando scorsero una nuvola di cavalieri scendere a galoppo sfrenato le alture, mentre sopra le loro teste scoppiavano delle granate.
I Shagrissiabs! grid Tabriz. Pare che abbiano avuto il loro conto se scappano in quel modo!...
Un sorriso comparve sulle labbra di Abei.
Allah mi protegge, mormor fra i denti. Era quello che aspettavo. Chi rifiuter il nostro soccorso?
I cavalieri del Bek di Kitab e quelli del Bek di Schaar giungevano a briglia sciolta, urlando ferocemente e volgendosi di quando in quando, per fare delle scariche, che non dovevano fare troppo danno ai russi, nascosti in mezzo al polverone.
Lesti, amici! grid Hossein. Giungeremo prima di loro!
Con un ultimo slancio i cavalli superarono le ultime centinaia di metri e, varcato il ponte levatoio, irruppero sotto la porta di Ravatak, mentre sui ridotti della cittadella tuonavano le racchette ed i falconetti del Beg Djura bey.
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CAPITOLO 14.
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I fanatici del Turchestan.
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Kitab, senza avere l'importanza di Bukara, di Kiva e di Samarcanda, le tre citt pi popolose e pi famose del Turchestan, e ritenute le tre regine della steppa, come le chiamano i turani, era nel 1875 una citt ragguardevole, se non pei suoi commerci, per la sua popolazione e per le sue fortificazioni che, collegate con quelle di Schaar, la rendevano molto temuta.
Non era veramente una rcca, assolutamente inespugnabile per truppe specialmente europee, tuttavia i barbari la ritenevano talmente salda, da non osare assalirla, n sfidare i suoi venti pezzi d'artiglieria che guarnivano, insieme ad un certo numero di falconetti, i ridotti della cittadella.
Come tutte le citt turchestane, aveva un gran numero di moschee con altissimi minareti, spaziosi bazar, una salda cittadella, bellissimi giardini; ma le sue case basse, ad un solo piano, coi loro muri di terra battuta, dello spessore d'un metro, coi tetti sorretti da travicelli e di canne impastate di creta, le davano un aspetto piuttosto miserabile. Solo il palazzo del bey a pi piani, con vaste gallerie e terrazze di stile mezzo Chinese e mezzo mussulmano, risaltava colla sua mole maestosa, in mezzo a quel caos di casupole che le piogge di quando in quando sgretolavano e scioglievano.
Nel momento in cui i cinquanta cavalieri irrompevano sotto la porta di Ravatak, slanciandosi a gran galoppo attraverso le vie con Hossein, Abei e Tabriz alla testa, una viva emozione regnava nella citt.
Uomini a cavallo ed a piedi s'incrociavano in tutte le direzioni, urlando ferocemente e agitando forsennatamente fucili, scimitarre, jatagan e kangiarri, mentre schiere di donne e fanciulli fuggivano pei giardini, spingendosi innanzi, a legnate, bande di cammelli e greggi innumerevoli di montoni.
In tutte le case echeggiavano grida e bestemmie e sulle terrazze rimbombavano colpi di fucile, sparati a casaccio contro un nemico invisibile, poich nessun russo fino allora si era mostrato, nemmeno dietro alla cavalleria di Djura-bey, che si rifugiava in pieno disordine verso la citt, fra un tumulto spaventevole.
Al bazar! grid Tabriz ai suoi uomini. Andiamo a prendere possesso del caravanserraglio.
La truppa attravers, sempre al galoppo, la parte meridionale della citt, non senza aver travolto pi d'un fuggiasco e si ferm su una vasta piazza, in parte coperta da immense tende ed ingombra di banchi completamente vuoti, poich tutti i rivenditori erano scappati, portandosi via le loro preziose merci.
Tabriz dopo d'aver dato uno sguardo all'intorno, s'avvi verso un massiccio fabbricato, che si ergeva in un angolo della piazza e che aveva parecchie porte.
Occupiamo il caravanserraglio, innanzi tutto, disse a Hossein che lo interrogava collo sguardo. Aspettiamo che si ristabilisca un po' di calma, prima di andare a far visita a Djura-Bey.
I russi non saranno cos sciocchi di assalire la citt, senza aver prima aperte delle brecce.
Credi che non approffittino della fuga dei cavalieri del beg per dare subito l'assalto? chiese il giovane.
Kitab  bene fortificata, signore, ed i russi non devono ignorarlo.
Pel momento non vi  alcun pericolo.
Cugino, disse Abei, se non ti spiace m'incarico io di andar a trovare il beg di Schaar, che  l'alleato di Djura. A me non potr rifiutare il suo appoggio, avendo un debito di riconoscenza da saldare con mio padre.
Me ne hai parlato una volta, rispose Hossein. Mi pare che tuo padre gli abbia un giorno salvata la vita.
S, cugino.
Se ne ricorder ancora il beg?
Glielo rammenter io quel prezioso favore, e vedremo se oser dimenticarsi di mio padre.
Che sia tornato?
Se la sua cavalleria  rientrata, suppongo che non sar rimasto fuori dalle mura ad aspettare le palle dei falconetti russi, disse Tabriz.
Sapr io scovarlo fuori, rispose Abei. O nel palazzo di Djura o nella cittadella lo trover.
Se tardo non inquietarti, cugino.
Mentre i cavalieri entravano nel caravanserraglio, che non era altro che un immenso stanzone destinato a servire di ricovero alle carovane provenienti dalla steppa, Abei, dopo aver rifiutato una scorta sal lentamente verso il centro della citt, dove su una piccola altura sorgeva la cittadella, formata da quattro ridotti e da terrapieni cintati e merlati.
 pi probabile che lo trovi lass, fra i suoi cannoni, si era detto il nipote del beg con un perfido sorriso. Mio caro cugino, ti giuocher un tiro che dar Talm in mia mano..
I miei tomani voglio spenderli bene.
Quantunque al di l dei giardini non tuonassero pi le racchette ed i falconetti dei russi e nessun pericolo pel momento minacciasse la citt, la popolazione non si era ancora calmata.
Torme di armati continuavano a percorrere le vie, come se fossero impazziti o come se i russi fossero gi sotto le mura della citt, e sulle terrazze si sparava sempre. Anche i cannoni della cittadella tuonavano, con un crescendo spaventevole, sprecando inutilmente le munizioni, mentre sulla cima degli esili minareti si udivano le voci strillanti dei muezzin a gridare a squarciagola:
All'armi, figli d'Allah e credenti d'Ali e d'Hussein!... Ecco gl'infedeli!
Abei continuava a salire le vie tortuose che conducevano alla cittadella, senza preoccuparsi di tutto quel baccano. Girava invece continuamente gli sguardi intorno a s, colla speranza di incontrare qualcuno dei banditi che Hadgi doveva aver lasciato in Kitab.
Era ansioso di sapere se le Aquile avevano avuto il tempo di uscire e di condurre, sulle montagne, Talm.
 impossibile che non si siano accorti del nostro arrivo, mormorava. Cinquanta uomini e per di pi a cavallo si notano subito.
Chiss che non mi aspettino nei dintorni del caravanserraglio.
Erano le nove del mattino, quando giunse dinanzi alla cittadella, che era guernita di quattro ridotti in forma di mezzaluna.
Su uno di quelli scorse subito un uomo piuttosto attempato, vestito come un principe, con grandi ricami d'oro sulla lunga casacca bianca ed il capo riparato da un immenso turbante di mussola verde, il colore che possono portare solo coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, e che d a quelle persone una specie di titolo di santit.
S'avvicin ad una delle porte del ridotto; ma dovette subito fermarsi perch la sentinella che vegliava, un shagrissiabs, di statura gigantesca ed immensamente barbuto, l'aveva subito preso di mira con una specie di trombone, minacciando di crivellarlo con una tempesta di pallottoloni mescolati a chiodi.
Metti da parte la tua racchetta, gli disse Abei, con accento ironico. Va' invece ad avvertire Baba beg che il nipote di beg Giah Agh e figlio di Abei Hakub, desidera vederlo. Sar tanto di guadagnato per la vostra causa.
Il shagrissiabs, impressionato dal tono altero del giovane e anche dalla sua calma, chiam alcuni compagni e trasmise loro la domanda.
Un momento dopo la porta si spalancava a due battenti ed Abei entrava nella cittadella, scortato da quattro artiglieri, passando fra due altissime muraglie di mattoni, che oscillavano pericolosamente ogni volta che i cannoni dei ridotti tuonavano sulla cima delle scarpate.
All'estremit dello stretto sentiero, che girava intorno ai bastioni, su una piccola spianata dove si trovavano collocate, su dei cavalletti, alcune racchette, lo aspettava il beg di Schaar, appoggiato sulla sua lunga e molto arcuata scimitarra.
 vero che tu sei il figlio di Abei Hakub? chiese l'ex luogotenente dell'Emiro di Bukara, mentre il giovane scendeva da cavallo.
Forse che non somiglio a mio padre, beg? chiese il giovane. Mi hanno detto che sono il suo ritratto.
Infatti, disse il beg, tu mi ricordi l'uomo a cui io devo la vita. Che vuoi da me?
Hai saldato verso mio padre il tuo debito di riconoscenza? chiese Abei.
Il beg lo guard un po' inquieto, mentre faceva cenno agli artiglieri di allontanarsi.
Tu giungi in un brutto momento, giovanotto, gli disse poi. Abbiamo i russi alle porte della citt.
Od invece in un buon momento? disse Abei. Io non sono qui venuto solo, anzi ti ho condotto cinquanta cavalieri, che forse valgono come duecento dei tuoi shagrissiabs.
Il beg lo guard con un certo stupore, poi un sorriso illumin il suo volto.
Come? esclam, tu vieni a chiedermi di pagarti il debito di riconoscenza che io devo a tuo padre e nel tempo stesso mi porti degli aiuti?
S, ma ad una condizione, beg, disse Abei.
Quale?
Che tu mandi i miei uomini ed i loro capi dove sar pi intenso il fuoco dei russi.
Io non ti comprendo, giovinotto, disse Baba, il cui stupore aumentava.
Tu devi riconoscenza a mio padre?
 vero: egli mi ha salvato la vita nella steppa, un giorno in cui una torma di ghirghisi nella piccola orda, mi aveva assalito e stava per opprimermi.
Rispondi prima ad una domanda che ti rivolge il figlio del tuo salvatore.
Parla.
Ieri dei cavalieri che giungevano dalla steppa sono entrati qui,  vero?
S, me l'hanno detto.
Avevano una fanciulla con loro?
Anche questo  vero. Pare che si trattasse di qualche matrimonio perch la fanciulla indossava le vesti nuziali ed aveva sul capo una tiara ricchissima.
Dove si trovano ora?
Non lo so. Hanno attraversata la citt a corsa sfrenata, uscendo dalla parte opposta.
Non si sono fermati? chiese Abei, con uno slancio di gioia.
No.
Il tuo debito di riconoscenza  pagato, beg.
In qual modo?
La truppa che io ti ho condotto  guidata da mio cugino, pur lui nipote del beg Giah Agh: Metti i suoi uomini in prima linea, esponili al fuoco dei russi pi che potrai e non curarti d'altro.
Al resto penser io: tu mi hai pagato.
Ecco una cosa a buon mercato, disse il beg, sorridendo. Io non indagher il mistero che ti spinge a sacrificare quegli uomini.
Ho bisogno di valorosi e mi varr di loro.
Quando credi che i russi daranno l'assalto?
Non prima di domani.
Hai qualche speranza di tenere testa a loro?
S, se riuscir a fanatizzare i miei cavalieri e la popolazione. Questa sera lancer i muezzin attraverso le vie della citt e far loro invocare la protezione di Al e di Hussein, portando in giro la veste verde dell'uno e la spada dell'altro e le colombe bianche, simbolo del loro martirio.
Ho la tua parola, beg?
L'hai, rispose Baba, cos se morr nella pugna anche questo debito l'avr pagato.
Ci rivedremo al fuoco.
Abei risal sul suo cavallo, salut con un gesto della mano il beg e usc dalla cittadella, scendendo a piccolo trotto, verso la piazza del bazar.
Dieci minuti dopo, ilare e sorridente, rientrava nel caravanserraglio. Tabriz e Hossein, che stavano preparandosi il pranzo, avendo acquistato alcuni montoni per loro e per la scorta, vedendolo, si affrettarono a muovergli incontro.
Dunque, cugino? chiese il giovane, che era diventato pallido.
La tua Talm  qui, rispose Abei.
Dove? grid Hossein.
Ecco quello che Baba beg non sa ancora, tuttavia ha un sospetto e mi ha giurato sul Corano che ci aiuter a ritrovarla.
Ah!...
Adagio, cugino, disse Abei. Quello che temevo si  avverato.
Che cosa dici? Chiese Hossein diventando livido.
Egli esige, come compenso, che noi lo aiutiamo a prestargli man forte contro i russi.
Se non  che per questo, noi sciaboleremo per bene quei maledetti moscoviti, disse Tabriz che nutriva vecchi rancori contro gli occidentali. Purch trovi Talm e ce la restituisca, noi faremo dei veri miracoli d'eroismo,  vero, signore?
E le Aquile? chiese Hossein.
Sono fuggite dopo d'aver lasciato qui Talm.
Ma a chi l'hanno lasciata? Te lo ha detto, Abei?
Non lo sa ancora.
Signore, disse Tabriz. Se Baba beg ha giurato sul Corano, da buon mussulmano, manterr la sua promessa.
Per ora aiutiamolo a respingere quei dannati moscoviti. Sarebbe stato meglio non imbarazzarci in questa ribellione, tuttavia giacch siamo coinvolti anche noi, meneremo le mani meglio che potremo. Sar sangue straniero che scorrer e non gi turchestano.
Pranziamo, disse Abei. Fra poco comincer la processione degli sfregi in onore di Ali e di Hussein, che Djura bey ha ordinata per fanatizzare le sue truppe, e noi, come difensori della fede, dobbiamo prendervi parte.
E Talm? chiese Hossein, come se uscisse da un sogno.
Non temere, cugino. La ritroveremo e forse pi presto che tu non creda. Da Kitab non  uscita, il beg me lo ha assicurato e colui che ha pagato le Aquile per rapirtela, pagher colla vita la sua bricconata.  vero Tabriz?
M'incarico io di strozzarlo, rispose il gigante, mostrando le sue mani vellose come quelle d'un orso. Una stretta sola e crac!... Il collo mi rimarr fra le dita.
Il pranzo fu tuttavia molto silenzioso; Hossein, Tabriz e anche Abei parevano profondamente preoccupati, specialmente quest'ultimo il quale non riusciva a staccare gli sguardi dalle mani, poderose e terribili, del gigante della steppa, che pareva lo minacciassero.
Al rimbombo delle cannonate e alle urla dei Shagrissiabs, era subentrato a poco a poco un profondo silenzio. Gli abitanti ormai rassicurati che i russi, almeno per quel giorno, non avevano alcuna intenzione di assalire la citt, si erano ritirati nelle case, per prepararsi alla processione della sera, che alcuni araldi di Djura bey ed i muezzin, dall'alto dei minareti, avevano ormai annunciata, per invocare sui difensori della fede la protezione di Hussein e di Hussan, i due santoni venerati dai turchestani e dai persiani, discendenti da Maometto.
Il sole era appena tramontato, quando su tutti i minareti della citt echeggiarono, nell'aria tranquilla, le voci squillanti dei muezzin.
Ecco la luna dell'Islam che sorge!.... Alla gloria d'Hussein e di Al!... Mostrate, fedeli, ai nostri santi, la vostra fede!
Tabriz ed i cavalieri della scorta si erano prontamente messi a cavallo.
Mostriamo che anche noi siamo credenti, disse Hussein. E poi chiss che non incontri Talm nella processione.
Quando uscirono, tutta la citt era coperta di lumi. I bastioni della cittadella, i merli delle muraglie, le scarpate, i muri dei giardini, le terrazze, scintillavano di punti bianchi, rossi, gialli, verdi, azzurri, con un effetto fantastico ed insieme splendido, e attraverso le tortuose vie della citt alta, si vedevano scendere delle vere fiumane di torce, che si lasciavano dietro delle nuvole di fumo e di scintille.
Pareva che Kitab fosse in festa e che pi nessun pericolo la minacciasse.
Masse di gente s'accalcavano nella gran piazza, dove sorgeva la moschea dedicata ai due santoni, salmodiando con voce rauca e nasale i versetti del Corano, in attesa di organizzare la processione e di cominciare la festa del sangue.
I turchestani sono i pi fanatici dei turchi e, fino ad un certo punto, rassomigliano in ci agli indiani. Non si gettano come questi sotto i carri di pietra per farsi schiacciare a centinaia e centinaia, tuttavia celebrano tutte le loro feste religiose con grande effusione di sangue.
Un certo numero di fanatici, scelti fra i molti concorrenti, si mettono a capo delle processioni, armati di sciabole, di jatagan, di pugnali, di coltellacci e cinti di pesanti catene che trascinano fragorosamente per le vie e si tagliuzzano con una volutt feroce e ributtante il viso, le braccia, il petto, invocando a squarciagola i loro santi protettori.
Il loro orgasmo  tale che i parenti e gli amici che li accompagnano sono sovente costretti a strappare loro di mano le armi od a calmarli, onde non finiscano per scannarsi. Malgrado tale sorveglianza, dopo ogni processione, si contano sempre parecchi morti e quelli sono gli invidiati, perch tutti sono convinti che saliranno senz'altro nel paradiso del profeta.
Quando Abei, Hossein ed i loro cavalieri giunsero sulla vasta piazza, che era decorata con bandiere verdi e con tende nere su cui si leggevano, trapunti in oro, alcuni versetti del Corano, la processione si era ormai organizzata.
Tre o quattrocento fanatici, coperti d'una zimarra lunghissima di tela bianca, onde le macchie ed i rivi di sangue spiccassero maggiormente, tutti armati di scimitarre affilatissime ed i fianchi cinti di grosse catene, che trascinavano con un fragore infernale sui ciottoli della via, aprivano il corteo, fiancheggiati da parenti e da amici, che reggevano lunghe torce fiammeggianti.
Seguivano parecchi muezzin, i quali conducevano per le briglie tre cavalli bianchi, di razza araba, splendidamente bardati, con lunghe gualdrappe di seta trapunte in oro ed in argento e alti pennacchi sulla testa.
Uno portava sulla sella due scimitarre a doppio taglio, con due mele infilzate nella punta, il frutto prediletto di Al, l'amico e nipote di Maometto, trucidato dai settari di Omar, che aspiravano in sua vece al califfato; il secondo un bellissimo cavallo vestito di seta verde con ricami magnifici, che voleva raffigurare quello che indossava Al il giorno del suo assassinio; il terzo invece una cesta di vimini con entrovi due colombe e che volevano rappresentare la strage di Hussein e di tutti i suoi fedeli sterminati nelle pianure di Kirbdeil, mentre stavano per muovere alla conquista del califfato.
Venivano poi soldati, cavalieri, cittadini, muniti tutti di torce, pigiandosi, urtandosi, fra un frastuono spaventevole prodotto da migliaia e migliaia di voci che urlavano a squarciagola:
Al, Hussein! Proteggeteci dagli infedeli! Sterminateli, fulminateli! Allah! Allah!
In mezzo a quella folla, stretta da tutte le parti, come impacchettati, si scorgevano i due Beks di Kitab e di Schaar, coi loro immensi turbanti verdi, montati su bianchi cavalli e seguiti da un brillante stato maggiore.
La processione si era messa in moto a passo accelerato, poich i fanatici che marciavano alla testa, per meglio esaltarsi e anche per raddoppiare il fracasso delle pesanti catene, si erano messi a correre, mandando delle urla che pi nulla avevano d'umano.
Le loro armi taglientissime scintillavano sinistramente alla luce sanguigna proiettata da quelle centinaia e centinaia di torce.
D'un tratto un grido formidabile si sprigiona da quei tre o quattrocento petti: sembra un immenso e spaventevole ruggito:
Al! Hussein!
Quei furibondi cominciavano a tagliuzzarsi la fronte, le labbra, il naso, le spalle, le braccia, che erano nude, con una volutt feroce! Il sangue zampillava copioso, macchiando e scorrendo sulle bianche zimarre e colando sui ciottoli.
Lo spettacolo  orribile, ributtante, ma non impressiona nessuno: anzi tutti invidiano quei disgraziati, che si mutilano atrocemente, convinti di guadagnarsi, con tutto quel sangue che perdono, il sospirato paradiso del Profeta.
Di quando in quando uomini mezzi dissanguati, stramazzano al suolo colla schiuma alla bocca, gli occhi schizzanti dalle orbite; subito gli amici od i parenti li raccolgono e li portano nelle case vicine, dove le donne si affrettano a lavarli, fasciarli e rinvigorirli con tazze di kumis o con acquavite di segala.
Quella corsa, poich era diventata una vera corsa attraverso alle vie pi spaziose della citt, durava da una mezz'ora, fra un baccano sempre pi spaventevole, quando Abei, che al pari degli altri aveva dovuto scendere da cavallo per non calpestare la folla, che lo stringeva d'ogni parte, si sent tirare per una manica, assai vigorosamente.
Tabriz e Hossein, divisi dalla scorta, erano gi molto innanzi in quel momento.
Signore, sussurr una voce nell'orecchio del giovane.
Abei si era voltato. Un uomo molto barbuto, che aveva il viso in parte nascosto da un ampio turbante, gli stava dietro, tenendolo sempre per la manica.
Che cosa vuoi? gli chiese.
Lasciate passare questi imbecilli, disse quell'uomo. Appoggiatevi contro il muro e tenete ben saldo il vostro cavallo.
Poi aggiunse, spingendolo ruvidamente contro la porta d'una casa:
Hadgi...
Aspetta, rispose Abei, mentre un lampo di gioia gli brillava negli occhi.
La turba pass, seguendo i fanatici che non cessavano di sfregiarsi i corpi; poi, quando gli ultimi uomini scomparvero verso la parte bassa della citt, dove giganteggiava un'altra moschea e si trovarono soli, l'uomo barbuto aiut Abei a salire in sella, dicendogli:
Non abbiamo tempo da perdere. I russi s'avvicinano.
Sei uno degli uomini che Hadgi ha lasciato qui perch mi guidino?
S, signore.
Sei solo?
Ho quattro compagni che mi aspettano presso la porta di Ravatak e tutti ben montati.
Dov' la fanciulla?
Al sicuro, fra le montagne di Kasret Sultan Geb.
Affrettiamoci o resteremo anche noi assediati.
Andiamo, disse Abei. Domani i russi assaliranno Kitab, succeder certo un massacro, Tabriz e Hossein difficilmente sfuggiranno alla morte... e Talm sar mia.
Aveva messo il cavallo al trotto ed il bandito lo seguiva a piedi, correndo come un'antilope.
In quindici minuti Abei ed il bandito raggiunsero i gradini che si estendevano dietro l'alta muraglia, poi piegarono a dritta per arrivare alla porta che supponevano fosse ancora aperta.
Gi la intravedevano, quando quattro cavalieri mossero loro incontro.
Che cosa c'? chiese il bandito che si era fermato.
Troppo tardi! rispose uno dei cavalieri. La porta  stata chiusa.
Quasi nel medesimo istante si udirono le sentinelle di guardia della scarpata e dei bastioni esterni a gridare:
All'armi!... I russi!
Poi un colpo di cannone rimbomb fra le tenebre, ripercuotendosi fra i ridotti della cittadella.
Le colonne del maggior generale Abramow marciavano all'attacco della citt ribelle.
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CAPITOLO 15.
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L'assalto di Kitab.
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Le popolazioni dell'Asia centrale e specialmente quelle che occupano quell'immensa regione, che si estende dalle rive orientali del mar Caspio ai confini meridionali della Duzungaria Chinese e che  conosciuta col nome di Tartaria Indipendente, sono di una irrequietezza incredibile.
 raro che passi un anno senza che forti insurrezioni scoppino in questo od in quel Kanato, scatenate per lo pi dalla sfrenata ambizione dei luogotenenti degli Emiri, assetati, come i loro padroni, di potere.
Le pene tremende che spettano ai ribelli vinti, non spaventano quegli spiriti irrequieti e giuocano la loro vita, senza darsi pensiero di quello che toccher loro pi tardi.
Dopo che Yakub, un luogotenente dell'Emiro di Bukara, ribellatosi al suo signore, si  formato un piccolo regno nella Duzungaria, un po' a spese dei tartari ed un po' alle spalle dei chinesi, diventando oggid uno dei pi prosperi dell'Asia centrale e anche dei pi civili, molti hanno cercato d'imitarlo, quantunque sempre con pessima fortuna.
I bey di Kitab e di Schaar, alleatisi, forti dell'appoggio loro promesso dalla trib dei Shagrissiabs e della robustezza delle loro citt, si erano a loro volta ribellati all'autorit dell'Emiro di Bukara, colla speranza di rendersi prima indipendenti e poi di emulare le gesta fortunate di Yakub.
Probabilmente vi sarebbero riusciti, se la diplomazia russa, sempre vigilante su tutto ci che succede nell'Asia Centrale, che ritiene come un futuro suo boccone, non ci avesse messo lo zampino.
Quella ribellione aveva turbato i sonni tranquilli del governatore del Turchestan, e siccome il suo protetto, l'Emiro di Bukara, non si trovava in grado di calmare gli spiriti belligeri dei due beg, si era affrettato a offrirgli il suo aiuto.
Subito un corpo di spedizione era stato formato colle truppe di guarnigione a Samarcanda, composto di nove compagnie di fanteria, di due sotnie di cosacchi del Don, di dodici cannoni e otto racchette, il tutto sotto gli ordini del maggior generale Abramow.
Quelle truppe non erano certamente molte, ma potevano dar da fare agli indisciplinati Shagrissiabs, buoni soldati nelle imboscate e pessimi in una vera battaglia, malgrado l'impetuosit dei loro attacchi e le loro urla ferocissime.
Il corpo di spedizione, divisosi in due colonne, si era messo in marcia senza indugio.
Quella di destra era stata messa sotto gli ordini del colonnello Miklalowskye, quella di sinistra era stata affidata al tenente colonnello Schovnine e doveva spingersi verso Kitab per la via pi breve, mentre l'altro aveva avuto l'ordine di far sosta a Diam.
Trattandosi di una guerra che non poteva durare che qualche settimana, le truppe non avevano ricevuto che viveri per soli dieci giorni e le munizioni invece al completo. A Diam per, gi occupato da due compagnie del sesto battaglione di linea del Turchestan e che doveva formare la riserva, il maggior generale Abramow aveva fatto ammassare una certa quantit di provvigioni, nel caso che la guerra dovesse prolungarsi oltre le previsioni.
L'11 Agosto del 1875, la colonna di destra occupava, dopo una lunga e rapidissima marcia, il villaggio di Makrt, nel piano dei Shagrissiabs, senza aver sparato un colpo di fucile.
Gli abitanti erano cos lontani dal pensare ad una invasione russa, che erano stati sorpresi mentre coltivavano i loro giardini ed i loro campi, sicch non avevano avuto il tempo di organizzare la menoma resistenza.
L'indomani per la colonna si trovava alle prese con numerose bande di cavalieri, le quali, dopo averla lasciata passare senza attaccarla, fecero fuoco sui carri dei bagagli e sulla retroguardia, uccidendo e ferendo non pochi uomini.
Due colpi di racchetta e poche fucilate erano state sufficenti a disperdere quegli uomini, pi banditi che buoni soldati.
Il 13, alle cinque pomeridiane, la colonna di Miklalowsky giungeva, senza combattimenti, ai giardini di Urens-Reshlak, la cinta esterna dei Shagrissiabs.
La medesima sera faceva la sua congiunzione colla colonna guidata dal tenente colonnello Schovnine, la quale fino allora non aveva avuto l'occasione di consumare una sola cartuccia.
Il 14, di buon mattino, alcune masse nemiche, comparivano improvvisamente sul fianco dell'accampamento e, giunte a tiro di fucile, aprivano un fuoco piuttosto violento quantunque male diretto, poi si squagliavano subito dinanzi ad alcune scariche dei cacciatori del Turchestan.
Respinti i cavalieri di Bek-Djura bey e del beg di Schaar, il generale Abramow, seguito dal suo stato maggiore, da una compagnia di linea e da venti cosacchi e appoggiato da due cavalletti di racchette, eseguiva una rapida ricognizione sotto le mura di Kitab, non ostante il fuoco del nemico, onde scegliere il punto per aprire una breccia d'assalto e alla sera iniziava il bombardamento della citt, dopo d'aver disposti i suoi uomini su due colonne.
...
Abei, udendo tuonare il cannone e vedendo i soldati di Djura bey e del beg di Schaar, accorrere in massa verso le mura, per respingere l'imminente attacco dei russi, non aveva potuto trattenere una bestemmia.
Ormai si trovava chiuso nella citt assediata, esposto agli orrori d'un assalto, con forse poche probabilit di salvare la pelle e di poter pi tardi raggiungere i banditi ed impadronirsi di Talm.
Siano maledetti Djura bey e quel furfante di beg di Schaar! esclam coi denti stretti. Vadano all'inferno Hussein, Al e Maometto insieme!
I banditi lo avevan circondato, aspettando i suoi ordini e chiedendosi il motivo di quell'improvviso scatto di rabbia.
E voi, stupidi, non potevate mostrarvi prima? grid finalmente Abei, minacciandoli col pugno.
Vi abbiamo cercato dappertutto, signore, disse colui che lo aveva guidato. Saremmo stati anche noi pi contenti di andarcene, prima che i russi ci chiudessero il passo.
Siete dei cretini!
Stette un momento come pensieroso, poi, alzando le spalle e dando una strappata alle briglie, mormor:
Bah! Forse sar meglio. Cerchiamo di spingere gli altri e di non esporre la mia pelle.
Vedremo se torneranno vivi nella steppa!
Volse il cavallo e si diresse a piccolo trotto verso la piazza del bazar, mentre i cannoni della cittadella rombavano furiosamente, rispondendo alle artiglierie russe che battevano in breccia la porta di Ravatak e la torre sovrastante.
Quando giunse al caravanserraglio, trov Hossein e Tabriz in sella, pronti a prendere parte alla difesa della citt coi loro cinquanta uomini.
Un messo di Baba-beg li aveva gi avvertiti che l'assalto stava per cominciare e che la loro presenza sulle mura era necessaria.
Ti credevamo gi morto, disse Hossein, vedendolo. Le palle russe cominciano a piovere nelle vie.
Mi ero solamente smarrito, cugino, rispose Abei, e devo ringraziare gli uomini che m'accompagnano se mi hanno messo nella buona via, Kitab non la conosco.
Giungi in buon punto. I russi si preparano ad espugnare la citt.
 alla porta di Ravatak che tenteranno l'attacco, disse Tabriz.
Vieni, cugino, disse Hossein, che pareva avesse dimenticato per un istante Talm. Mostriamo ai moscoviti, come sanno battersi i nomadi della steppa turchestana.
Ad un suo cenno i cinquanta uomini, rinforzati dai banditi di Hadgi, avevano lanciato i cavalli al galoppo, avviandosi verso la porta di Ravatak.
I russi avevano cominciato l'attacco con molto vigore, sicuri di trionfare facilmente di quelle muraglie che non potevano offrire una lunga resistenza, malgrado il loro aspetto imponente, essendo costruite solamente con mattoni seccati al sole.
Il generale Abramow aveva preso le sue misure con grande attenzione; approfittando dell'oscurit, aveva fatto scavare una profonda trincea di fronte alla porta, onde battere vigorosamente le torri della muraglia esteriore, armandola con cannoni e con racchette ed aveva fatto nascondere i suoi cacciatori dietro un piccolo burrone situato a sinistra, un po' avanti della batteria.
I Shagrissiabs, quantunque non avessero alcun dubbio sull'esito finale della battaglia, erano accorsi in massa sulle muraglie merlate, sparando furiosamente, intanto che dalla cittadella tuonavano i pezzi ed i falconetti sotto la direzione del beg di Schaar, tentando di contrabbattere le batterie russe di destra.
Le palle cadevano in gran numero sulla citt, sfondando facilmente le deboli terrazze e facendo fuggire le donne fra clamori spaventevoli, e provocando qua e l incendii che nessuno si curava di spegnere.
Quando Hossein ed Abei giunsero alla porta di Ravatak, il cannoneggiamento era divenuto intensissimo.
Centinaia e centinaia di Shagrissiabs, nascosti dietro le mura dei giardini o ammassati sulle creste delle muraglie, mantenevano un fuoco vivissimo quantunque poco efficace, trovandosi i cacciatori del Turchestan ben nascosti entro il burrone ed i pezzi al coperto dietro la trincea.
I cinquanta uomini d'Hossein, scesi da cavallo, si erano subito dispersi, appiattandosi dietro i merli della muraglia ed aprendo anch'essi il fuoco.
Hossein e Tabriz avevano preso il comando d'una batteria di falconetti, bocche da fuoco che conoscevano perfettamente e che sapevano maneggiare anche con molta abilit.
Una immensa colonna di fumo s'alzava al di sopra delle altissime muraglie e delle torri, abbattendosi sui giardini sottostanti, rendendo incerto anche il tiro dei russi e un'altra giganteggiava sopra la cittadella dove i ventinove pezzi del beg di Schaar non cessavano di tuonare.
Disgraziatamente i Shagrissiabs, quantunque fossero tre o quattro volte pi numerosi degli assalitori, non erano n ben guidati, n ben disciplinati, combattendo ciascuno per proprio conto, e le loro artiglierie, composte tutti di vecchi pezzi, non potevano recare gran danno.
Per di pi le loro muraglie non offrivano che una ben magra resistenza agli obici russi, sicch, verso le sette del mattino, i pezzi istallati sulla torre di Ravatak erano ridotti al silenzio e una grande breccia era gi stata aperta nella muraglia.
I cacciatori del Turchestan cominciavano a uscire dal burrone, marciando all'assalto su due colonne.
Tabriz, disse Hossein che non aveva cessato di far giuocare contro il nemico i falconetti, credo che tutto stia per finire.
I Shagrissiabs, non resisteranno dieci minuti all'ultimo attacco.
Tale  anche la mia opinione, signore, rispose il gigante, la cui fronte si era rannuvolata. Questi uomini non valgono quelli della steppa. Hanno troppa paura delle baionette dei moscoviti.
Come finir quest'avventura?
Male di certo se non filiamo pi che in fretta, cugino, tanto pi che non abbiamo pi nulla da fare qui, disse una voce dietro di lui.
Che cosa vuoi tu dire, Abei? chiese Hossein, voltandosi verso il cugino.
Che ho saputo or ora e per bocca di Baba-beg, che Talm non si trova pi qui, rispose il nipote del beg.
Hai detto? grid Hossein.
Che i banditi l'hanno portata, prima che i russi giungessero, fra le montagne di Kasret-Sultan.
E quel furfante non ce lo ha detto prima?
Pare che non lo sapesse.
Invece  stato zitto per valersi dei nostri cinquanta cavalieri! disse Tabriz.
Pu darsi, rispose Abei.
Che cosa fare, Tabriz? chiese Hossein.
Mi pare che non ci rimanga che una cosa sola, signore, rispose il gigante.
Di andarcene prima che i russi diano l'assalto?
S, mio signore. I Moscoviti non hanno, a quanto sembra, forze sufficenti per circondare tutta la citt e penso che noi potremmo uscire senza troppe molestie dalla porta di Rachid.
Da quella parte non odo a tuonare il cannone, ci indica che il nemico non si  ancora mostrato.
 una defezione la nostra, disse Hossein.
 buona guerra, signore, rispose Tabriz. Giacch il beg ci ha giuocati, ora facciamola a lui.
Se la cavi come meglio potr. Andiamo, signore, lasciamo qui i suoi falconetti e finch abbiamo tempo, sgombriamo.
Noi non abbiamo niente a che fare coll'Emiro di Bukara, tanto meno coi suoi protettori.
Poi, alzando la voce verso i suoi uomini, grid, dominando colla sua voce stentorea il rombo delle artiglierie ed il crepito della moschetteria:
A cavallo, amici!... Andiamo a caricare i russi!
La confusione che regnava in quel momento sui bastioni e sulle muraglie di Ravatak era tale, che nessuno si poteva occupare della defezione dei cinquanta cavalieri.
I russi spingevano l'attacco con grande vigore. I cavalieri del Turchestan ed i cosacchi correvano all'assalto, mandando fragorosi urrah e portando seco un gran numero di scale per superare le altissime muraglie.
Le migliaia di fucili che tuonavano dietro le merlature e dietro le mura dei giardini, non arrestavano affatto l'assalto dei moscoviti, i quali muovevano addosso alle mura a passo di carica, preceduti dai loro trombettieri e protetti dal fuoco intensissimo dei pezzi nascosti dietro la trincea.
Hossein e Tabriz, prevedendo l'imminente resa della citt e non amando essere coinvolti in quella ribellione che non li interessava affatto, avevano lanciato i cavalli a galoppo sfrenato per raggiungere la muraglia opposta, prima che i russi potessero completare l'aggiramento.
Tutte le vie erano ingombre di fuggiaschi. Donne e fanciulli, correvano all'impazzata, urlando spaventosamente, carichi degli oggetti pi preziosi, mentre le palle delle artiglierie russe cadevano dovunque, provocando nuovi incendi.
Sulle case della citt alta, una immensa nuvolaglia nera s'alzava, carica di scintille, volteggiando turbinosamente e calando verso i giardini.
Gli scoppi coprivano le urla dei fuggiaschi. Erano le polveriere della cittadella che saltavano, facendo diroccare le scarpate e sventrando i ridotti sui quali ancora tuonavano, ma con poca fortuna, i ventinove pezzi ed i falconetti del beg di Schaar.
Hossein e Tabriz, seguiti da Abei, dai cinquanta cavalieri e dai banditi di Hadgi, attraversarono la citt, travolgendo sotto le zampe dei cavalli non pochi fuggiaschi e raggiunsero la porta di Rachid, che era guardata solamente da pochi cavalieri Shagrissiabs, non essendosi mostrata, in quella direzione, alcuna compagnia di russi.
Aprite! grid Tabriz, sfoderando il kangiarro. Ordine di Djura-bey.
Che cosa vuoi fare? chiese il comandante del drappello.
Caricare i russi alle spalle, rispose il gigante. Sbrigati o prenderanno d'assalto la torre di Ravatak.
La porta, laminata con lastre di bronzo, che non era stata barricata, fu spalancata ed i cavalieri passarono come un uragano sul ponte levatoio gettato attraverso il profondo fossato.
Preparate gli archibugi! grid Hossein. Questa calma non mi assicura.
Vedi nulla? chiese poi a Tabriz, che spingeva i suoi sguardi attraverso i folti cespugli che coprivano i margini dei burroni.
No, signore, rispose il gigante. Tuttavia non sono completamente tranquillo.
Questo silenzio mi ha l'aspetto di un agguato.
Carichiamo a fondo.
Sono pronto, signore!
E passeremo come siamo passati attraverso le linee delle Aquile?
Non ne dubito.
Il kangiarro fra i denti! Al galoppo!
Il primo burrone non era che a mille metri dall'ultimo giardino. I cavalieri vi giunsero sopra a corsa sfrenata, ma nel momento di scendere il declivio videro sorgere una selva di baionette.
Era troppo tardi per arrestare i cavalli. La colonna pass di volata, atterrando quanti russi si trovavano sul suo passaggio, facendo fuoco colle pistole e maneggiando tremendamente gli affilatissimi kangiarri; trecento passi pi innanzi si trovava un secondo burrone e fu da quello che part una scarica cos intensa e cos micidiale da rovesciare pi di met dei cavalli.
A terra! grid Hossein. Tutti dietro i cavalli!... Fuoco nel burrone!... Da due parti!
I Sarti ed i Shagrissiabs della scorta, quantunque in gran parte scavalcati, si erano gettati dietro gli animali, rispondendo con una scarica terribile.
Abei, approfittando della confusione, aveva fatto un cenno imperioso ai banditi di Hadgi.
Qui, presso di me... non esponetevi... un colpo supremo... o non vi dar un tomano.
Il volto del miserabile era diventato, in quel momento, lividissimo; per i suoi occhi mandavano lampi cupi.
Si era lasciato cadere dietro al suo cavallo, armando le sue due lunghe pistole. Non guardava i russi che si erano schierati sul margine dei due burroni e che si preparavano a fucilare i cinquanta cavalieri, bens Hossein e Tabriz che stavano sdraiati dinanzi a lui, a pochi passi di distanza, riparati dietro i loro cavalli che avevano fatto coricare.
Amici! grid Hossein. Aspettate che si mostrino!... Finch a Kitab tuona il cannone non avremo da temere. Eccoli!... Fuoco!
Una cinquantina e pi di cosacchi erano sorti sull'orlo del burrone, avanzandosi con precauzione in mezzo alle erbe, coi moschetti puntati.
La scorta non indugi a far fuoco, con un accordo splendido, mirando molto in basso.
Quindici o venti moscoviti, colpiti alle gambe ed al basso ventre rotolarono nel burrone che stava dietro a loro, insieme a numerosi cavalli che si erano alzati fra i cespugli.
Quella scarica disorganizz per un momento gli assalitori, ma subito una mezza sotnia di cosacchi sorse come per incanto fra le erbe, aprendo un fuoco violentissimo, appoggiato da due falconetti mascherati dietro un piccolo rialzo.
Una dozzina di Sarti, quantunque protetti dai cavalli, stramazzarono al suolo, fulminati da una bordata di mitraglia.
Ah!... Tabriz! esclam Hossein. Siamo presi!...
Non ci rimane che di caricare, signore, rispose il gigante.
A fondo?
Di volata.
Da' il comando, prima che i russi ci ammazzino o ci storpino tutti i cavalli.
Il gigante stava per alzarsi, quando due nuove scariche rimbombarono dinanzi e dietro la scorta. I moscoviti avevano fatto fuoco dai due burroni e quella scarica fu disastrosissima per la scorta.
I cavalieri erano stramazzati, pi di met, per non pi rialzarsi.
A cavallo! url Hossein, balzando in piedi.
In quel momento un colpo di pistola rimbomb dietro di lui... e cadde sul proprio cavallo.
Tabriz si volt, col kangiarro in pugno, digrignando i denti e urlando:
Tradimento!... Tradi...
Non pot finire. Un secondo sparo echeggi a tre passi di distanza, confondendosi colle scariche dei russi e anche il gigante colpito al dorso, cadde a fianco del suo signore, mandando un vero ruggito di furore.
Aveva veduto la mano che gli aveva cacciato in corpo quel proiettile foderato di rame, come usano gli uomini della steppa.
Quasi nel medesimo istante una voce squillante aveva gridato:
A cavallo!... Caricate!
Abei, che stringeva ancora fra le mani le pistole fumanti, con un salto da tigre si era gettato sul suo farsistano, che alla voce del padrone erasi prontamente levato.
Caricate! ripet il nipote del beg. Gi col kangiarro!
Quindici uomini, fra i quali i banditi di Hadgi, sfuggiti miracolosamente alle scariche dei russi, avevano risposto all'appello.
Un urlo terribile, feroce, si sprigion dai loro petti.
Uran!... Uran!...
Poi quel drappello di demoni, senza curarsi di coloro che giacevano al suolo, contorcendosi fra gli ultimi spasimi dell'agonia, era partito con un impeto irrefrenabile, piombando coi kangiarri alzati fra i cosacchi, che occupavano il margine del burrone.
Quell'attacco fu cos fulmineo, che i russi, per non venire travolti, si gettarono alla rinfusa a destra ed a sinistra, senza nemmeno tentare di farvi fronte.
Il drappello, preceduto da Abei, pass come un uragano, discese il burrone, poi lo risal in volata e scomparve fra le alte erbe della steppa, salutato da un'ultima, ma troppo tardiva scarica.
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CAPITOLO 16.
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Il rifugio dei banditi.
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Mentre Abei, colla sua piccola scorta, galoppava verso la catena dei Kasret-Sultan-Geb, per raggiungere la caverna, dove si trovavano rifugiate le Aquile della steppa, Kitab assalita sempre vigorosamente dalle due colonne d'assalto del colonnello Miklalovsky a poco a poco cadeva.
Una larga breccia era gi stata aperta a fianco della porta di Ravatak ed i cannoni della torre, tutti smontati, non potevano pi far nulla.
Era dunque quello il buon momento per dare il colpo supremo alle orde dei Shagrissiabs.
Questi che si erano ammassati sulle terrazze e sulle mura, non avevano indugiato ad aprire un fuoco vivissimo coi loro moschettoni, non potendo contare che sull'appoggio di pochi falconetti e di qualche racchetta, ancora piazzati sui ridotti della cittadella.
Malgrado quella pioggia di palle, i russi piantarono le loro scale, alcune sulla breccia, altre sulla muraglia e sui parapetti, montando lestamente all'assalto.
I Shagrissiabs, che si erano radunati in buon numero sulla cresta della cinta, gi sgomentati per la perdita della loro artiglieria, al primo apparire delle baionette russe, si erano dati alla fuga attraverso i giardini urlando a squarciagola:
Il nemico!... Il nemico!... Si salvi chi pu!
Secondo le istruzioni ricevute, le due colonne d'assalto, appena superata la cinta, si erano subito messe in marcia verso la cittadella sui cui ridotti i falconetti sparavano ancora.
Una frazione per aveva dato la scalata alla torre di Ravatak ed aveva rovesciato nel fossato i due cannoni che la difendevano.
Le due colonne, dato fuoco ad alcune capanne per illuminare la via, avevano continuata la loro marcia, rinforzate dalla riserva che l'avevano in quel frattempo raggiunta.
I Shagrissiabs nascosti nelle strette vie che dividevano i giardini racchiusi fra le due cinte, pur fuggendo, non cessavano di far fuoco. Anche i ridotti non erano diventati ancora muti.
Il generale Abramow, frettoloso di finirla, lanci allora all'assalto una terza colonna, coll'ordine d'impadronirsi della seconda cinta e di entrare nelle vie della citt.
Un quarto d'ora dopo i russi superavano anche quella muraglia senza aver incontrato molta resistenza, quantunque Djura bey e Baba, il beg di Schaar, disponessero ancora di circa ottomila uomini fra fanti e cavalieri.
Le colonne, compiuta la loro riunione, s'avanzarono allora senza por tempo in mezzo, verso la terza cinta.
Le vie strette dei giardini erano piene di Shagrissiabs fuggiaschi, coi quali i russi dovettero impegnare delle accanite lotte a corpo a corpo, e giunta la colonna ad un crocivio, fecero alto, incendiando varii mucchi di fieno.
Appena sorto il sole, le truppe moscovite, con pochi colpi di granata, sfondavano le ultime difese.
I Shagrissiabs s'erano riuniti nella torre vicina all'ultima breccia, aprendo nuovamente un fuoco intensissimo e micidiale, ci che obblig il generale Abramow a farla prender d'assalto, con non poca fatica, poich gli assediati non volevano cedere.
La cittadella nel frattempo era stata abbandonata dai due beg e dai loro artiglieri. Vistisi ormai perduti, avventarono sui russi la loro cavalleria e anche quel supremo sforzo non ebbe che un esito infelice.
Alle otto del mattino tutta Kitab era nelle mani dei russi ed i Shagrissiabs facevano atto di sottomissione, esempio che fu subito seguito anche dalla guarnigione di Schaar.
L'assalto era costato ai Shagrissiabs pi di seicento morti, ma non si pot sapere il numero dei feriti; ai russi diciannove soli morti, fra cui un ufficiale e cento e due feriti, fra i quali un generale, quattro ufficiali superiori e tre inferiori.
Furono trofei della vittoria quattro stendardi, ventinove cannoni ed un gran numero di falconetti e d'armi da taglio.
...
Abei intanto continuava la sua corsa, non essendo stato pi inquietato dai russi nascosti nei burroni e che d'altronde, non possedendo ottimi cavalli, non avrebbero potuto dargli la caccia.
I banditi di Hadgi, praticissimi della regione, si erano messi alla testa del drappello, il quale si componeva quasi esclusivamente di Sarti, ossia di amici fedelissimi di Talm, pronti a qualunque sbaraglio pur di liberare la loro signora.
La frontiera della Tartaria chinese, o meglio della Duzungaria, non era lontana.
I cavalli, da due giorni ben riposati, divoravano d'altronde le miglia, col medesimo slancio impetuoso, senza dar segno di stanchezza.
A mezzod il drappello saliva gi i primi contrafforti, che erano coperti da folte foreste, per la maggior parte da macchie immense di querce, di cedri selvatici, di pini e di ginepri sopra i quali si vedevano volteggiare in gran numero aquile d'Astrakan, falconi, merops e sparvieri.
Giunto ad una certa altezza, dove si cominciava a scorgere un sentiero serpeggiante attraverso ad un burrone, i banditi si erano fermati, guardando Abei.
Questi aveva subito compreso che non dovevano trovarsi lontano dal rifugio delle Aquile e che era giunto il momento di prendere delle precauzioni, onde i Sarti non potessero accorgersi della sua intesa coi rapitori di Talm.
Amici, disse, alzando la voce e volgendosi verso i Sarti che stavano caricando i loro moschettoni, fingendosi in preda ad una profonda commozione, mio cugino  caduto sotto il piombo dei russi, ma io ho giurato al beg, mio zio, di condurre a buon fine l'impresa che ci ha spinti lontani dalla steppa.
La mia vita appartiene a Talm, la vostra signora, ed io non torner al di l dell'Amu-Darja, senza quella povera fanciulla.
Siete sempre decisi ad aiutarmi?
Siamo pronti a morire, risposero i Sarti ad una voce.
Questi uomini, che ci hanno guidato fino qui, riprese Abei, sanno ove si sono rifugiate le Aquile e dove Talm  stata condotta. Accomodatevi qui e aspettate il mio ritorno.
Signore, disse un vecchio Sarto dalla lunga barba grigia, dove vai tu? Non esporre la tua vita senza che noi ti scortiamo.
Il beg tuo zio ti ha affidato a noi e dobbiamo proteggerti.
Non far che una ricognizione, che giudico necessaria, rispose Abei. Siamo in numero troppo esiguo ormai per tentare un assalto diretto contro quei banditi e dovremo ricorrere ad una sorpresa, se vorremo liberare Talm.
Non inquietatevi quindi per me e aspettate senza ansie il mio ritorno.
I Sarti, completamente rassicurati dalle parole del nipote del beg, discesero da cavallo, accampandosi in mezzo ad una folta macchia di colossali platani.
Allent le briglie e riprese la salita, scortato dai banditi.
Oltrepassato il burrone che si estendeva per qualche miglio, fiancheggiato da altissime querce, i cavalieri si trovarono improvvisamente dinanzi ad un gruppo di uomini barbuti, con immensi turbanti sul capo e armati di fucili, di pistole e di kangiarri, che diedero l'alt con voce minacciosa.
Gi le armi, disse uno dei banditi della scorta, facendo un segno. Annunciate il capo Abei Dullah, nipote del beg Giah Agh.
Gli archibugi, che erano gi stati puntati, furono subito abbassati, gli uomini s'inchinarono profondamente ed i cavalieri continuarono a salire il sentiero fermandosi dinanzi ad un'alta parete rocciosa che mostrava alla sua base un largo crepaccio.
Altri banditi erano comparsi, sorgendo fra i cespugli che coprivano la base della muraglia, puntando anche essi i fucili: poi scorgendo i loro camerati che scortavano Abei, si erano subito messi in posizione d'attenti.
Andate a chiamare il capo, disse uno della scorta, mentre Abei scendeva da cavallo e si gettava dietro una macchia d'astrogolli, per timore di venire scorto da Talm.
Pochi momenti dopo Hadgi usciva dalla caverna e raggiungeva Abei, che si era seduto su un masso.
Cominciavo ad inquietarmi del tuo ritardo, signore, disse il bandito, facendo un goffo inchino. Ho udito tutta la notte a rombare il cannone a Kitab.
L'hanno presa?
Credo che ormai tutto sia finito per Djura bey, rispose Abei. E Talm?
 nella caverna, strettamente sorvegliata. Comincia ad annoiarsi quella fanciulla; non fa che piangere.
M'incarico io di consolarla.
E tuo cugino, signore? Dove l'hai lasciato?
I russi l'hanno ucciso insieme a Tabriz.
Ne sei bene sicuro? Io ho pi paura di quei due uomini, che di tutti i Shagrissiabs di Djura bey.
Io non ho potuto bene accertarmi se Hossein sia proprio morto, perch i russi non me ne hanno lasciato il tempo. L'ho visto cadere, assieme a Tabriz, colpiti entrambi alle spalle...
Alle spalle! esclam Hadgi, guardando maliziosamente Abei. Da palle di piombo o da palle rivestite di rame?
Non occuparti di ci, disse Abei, seccato.
E se fossero stati solamente feriti?
I russi non ischerzano colle spie: le deportano nelle steppe del Don o le fucilano.
Non ti comprendo, signore.
Ho fatto scivolare ieri sera, nella fascia di mio cugino, delle lettere compromettenti. Non sono uno sciocco io.
Anzi, un uomo meraviglioso, disse il bandito, con sincera ammirazione.
Basta, lasciamo i morti e occupiamoci dei vivi. Hai preparato il tuo piano? Ricordati che io devo comparire come un salvatore, o tutto l'edificio che ho innalzato con tanta pazienza e tanta abilit, andr a catafascio, insieme ai tomani che devo sborsarti.
Tu hai una scorta, rispose il bandito, dopo qualche istante di riflessione,  vero?
Una quindicina d'uomini.
Io far credere a Talm che devo assentarmi colla maggior parte dei miei banditi per accorrere in aiuto di Kitab e non lascer che una diecina d'uomini a guardia della caverna.
Questa sera tu darai l'attacco, i miei, alle prime fucilate, scapperanno come lepri, per un passaggio che  noto solo a noi e ti prenderai la fanciulla.
Che cosa vuoi di pi semplice?
Sei furbo.
I tomani, ora, signore, perch noi non ci rivedremo forse mai pi.
Ritorno nella steppa della fame e non ripasser, per parecchi anni di certo la frontiera di Bukara...
Abei si tolse dall'ampia fascia due carte e le consegn al bandito.
Una per te, una per la famiglia del mestvire. Presentati a Jurtschi Omar, banchiere a Samarcanda e ti verr subito versata la somma. Egli  gi stato avvertito da parecchie settimane.
Grazie, mio signore.
Sii leale colla famiglia del povero mestvire.
Giuro sul Corano che non mancher di versarle fino all'ultimo tomano. Addio, signore, questa sera io sar ben lontano.
Abei lo conged con un gesto, raggiunse il cavallo e ridiscese verso il campo, sempre seguito dai banditi che l'avevano fino allora scortato.
I Sarti lo aspettavano, in preda ad una vivissima ansiet, colle armi in mano, temendo qualche improvviso attacco da parte delle Aquile.
Accampatevi pure, amici, disse loro Abei, smontando. Sono riuscito a scoprire il rifugio dei banditi e quello che maggiormente ci interessa, ho anche saputo da un pastore che quasi tutte le Aquile hanno lasciato queste montagne per accorrere in aiuto dei Shagrissiabs di Schaar e che solo un piccolissimo drappello veglia su Talm.
Signore, disse un vecchio Sarto, che pareva esercitasse una certa influenza sui suoi compagni, se  vero quello che ti hanno raccontato, partiamo subito, invadiamo la caverna e facciamo a pezzi quei miserabili.
No, rispose Abei, con voce ferma, aspetteremo questa sera per sorprenderli.
Tuo zio, il beg, non avrebbe esitato un solo istante.
Abei aggrott la fronte.
Sono s o no il capo io? rispose poi. Sono io che comando ora e non gi il beg mio zio.
Accampatevi e lasciatemi riposare. So bene quello che faccio.
Lev al proprio cavallo le briglie e la sella, onde potesse pascolare liberamente; stritol una galletta di granoturco che uno dei banditi gli aveva offerto e and a sdraiarsi all'ombra d'un platano, mentre i superstiti della scorta, vedendolo cos tranquillo s'affrettavano ad imitarlo, in attesa di menar poderosamente le mani contro le Aquile.
Nessun avvenimento turb il loro riposo. Quando il sole fu prossimo al tramonto, Abei, che aveva sempre dormito o forse aveva voluto farlo credere, si alz e dopo d'aver insellato il cavallo disse:
Avanti, amici: il momento  giunto di riprenderci una buona rivincita. Pensate che la liberazione di Talm, la vostra signora, dipende dal vostro valore.
Siamo pronti, signore, a dare la vita per la padrona, rispose ad una voce la scorta.
Seguitemi dunque:  il nipote di Giah Agh che vi guida, grid Abei sfoderando il kangiarro.
Sono cariche le vostre armi?
S, signore!...
Avanti, cavalieri della steppa!
Si misero a salire la montagna, seguendo un sentieruzzo che era fiancheggiato da folte piante, le quali nascondevano completamente uomini e cavalli. D'altronde l'oscurit era diventata profondissima, essendosi steso al di sopra delle montagne un denso velo nebbioso.
Il drappello, giunto a tre o quattrocento passi dall'entrata della caverna, si arrest e gli uomini saltarono a terra onde poter avvicinarsi inosservati e sorprendere i banditi, che forse, ritenendosi perfettamente sicuri fra quelle aspre montagne, non vegliavano.
Signore, disse un Sarto, rivolgendosi ad Abei. Attaccheremo a fondo o assedieremo i banditi?
 necessario prendere la caverna d'assalto, rispose il nipote del beg. I banditi che si sono recati a Schaar potrebbero ritornare e sorprendere invece noi.
Seguitemi e appena saremo dinanzi al rifugio fate fuoco, e poi avanti coi kangiarri.
Si spinsero innanzi, tenendosi nascosti fra le piante e procedendo curvi.
Abei ed i banditi che lo avevano scortato, camminavano in testa a tutti, non desiderando questi ultimi separarsi dai loro camerati.
Erano giunti ad una trentina di metri dalla caverna, quando si ud una voce a gridare:
All'armi!...
Sotto, amici! comand Abei, slanciandosi innanzi.
I Sarti, in pochi salti, superarono la distanza, fecero fuoco attraverso la fenditura, poi s'avventarono risolutamente innanzi coi Kangiarri e le pistole.
Nella caverna si udirono alcuni spari, poi delle grida che pareva si allontanassero rapidamente.
Abei stava per guidare i suoi uomini entro il rifugio, quando una voce che gli fece battere il cuore lo arrest:
Non fate fuoco, amici!...
Talm! esclam Abei.
S... sono io... cognato! rispose la fanciulla, correndogli incontro.
I banditi?
Fuggiti tutti!...
Viva la nostra signora! gridarono i Sarti, circondandola.
E Hossein? chiese con angoscia Talm. Perch non  qui?
 presso il beg, rispose Abei. Una ferita lo ha costretto a ritornare con Tabriz.
Lui ferito!...
 nulla, sorellina. Un semplice colpo di baionetta ad un braccio, datogli da un russo durante l'assalto di Kitab.
Quando giungeremo nella tua steppa sar guarito. A cavallo Talm. Fra due giorni saremo alla tua casa.
Tornarono frettolosamente l dove avevano lasciati i cavalli, e pochi momenti dopo il drappello scendeva frettolosamente la montagna.
...
Verso il tramonto del secondo giorno Abei, che aveva preceduto la scorta di qualche miglio, lasciando Talm sotto la protezione dei Sarti, entrava nella tenda del beg, che era stata alzata di fronte alla casa della signora della steppa.
Padre, disse al vecchio, fingendo di asciugare due lagrime, ti riconduco Talm, che io ho strappata ai banditi; ma devo annunciarti che tu ormai non hai pi che un figlio solo che rallegri, se lo potr, la tua vecchiaia.
Giah Agh, udendo quelle parole, si fece pallidissimo e si slanci verso il nipote, afferrandolo per le braccia:
Hossein! grid, con un singhiozzo.
 morto assieme a Tabriz sotto le mura di Kitab. Il piombo maledetto dei moscoviti ha ucciso entrambi.
Il vecchio beg si era tenuto per alcuni istanti ritto, cogli occhi sbarrati, il viso sconvolto da un dolore intenso, poi si era lasciato cadere su uno dei divani che circondavano la tenda, scoppiando in singhiozzi.
Padre, disse Abei, tu hai perduto un figlio, ma potrai ancora avere una figlia perch Talm  viva e salva.
Se tu lo vorrai, surrogher mio cugino e avrai una famiglia.
S, mormor il beg.
...
.
...
PARTE SECONDA.
...
.
...
CAPITOLO 1.
...
.
... 
I prigionieri.
...
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... 
Avanti!...
Eccoci, sergente.
Vi sar forse qualcuno da raccogliere laggi, fra i due burroni.
Caricavano bene quei Shagrissiabs, bench non fossero molti. Se Djura bey avesse avuto due migliaia di cavalieri cos ardimentosi, non so se Kitab sarebbe in nostra mano.
E troveremo anche molti dei nostri,  vero, sergente?
Ne sono caduti non pochi.
Bada, Olaff, che la lanterna non si spenga. La notte si fa troppo oscura.
No, sergente.
Avanti dunque e guardate ove posate i piedi.
Quattro fantaccini di linea turchestana, guidati da un sergente cosacco, di forme vigorose, con una selva di capelli rossi che gli sfuggivano al di sotto del villoso cappello in forma di torre, s'avanzavano con precauzione fra i due burroni, dove la scorta di Hossein era stata quasi interamente sterminata dai russi.
Il sergente ed i quattro soldati, uno dei quali portava la lanterna, superato il primo burrone, avevano rallentata la marcia e armati i fucili, potendo darsi che vi fosse qualche ferito nascosto e che li salutasse con qualche colpo di fuoco prima di spirare.
Non dobbiamo essere lontani, disse il sergente. Se le Aquile rapaci sono qui, i morti non mancheranno.
Aprite gli occhi, ragazzi!...
Fa oscuro come in fondo alla bocca d'un cannone, borbott colui che teneva la lanterna.
Manda una benedizione alla luna perch si mostri, tu che sei figlio d'un pope.
Preferirei di dar fuoco a tutte queste erbe.
E arrostire anche noi poco allegramente,  vero Olaff?
Tu non sei un cosacco e non conosci perci la steppa; quando brucia, fa paura mio caro, ed i pozzi di petrolio di Baku, farebbero una ben meschina figura insieme coi loro serbatoi!
Ah!... Ci siamo! Uomini e cavalli! Vi  un bel gruppo di morti qui.
A cinquanta metri dal secondo burrone vi era una massa di cadaveri. Uomini e cavalli erano caduti confusamente insieme, sotto le scariche dei cacciatori del Turchestan, formando come una immensa catasta.
Vediamo se vi  qui in mezzo qualcuno dei nostri, disse il sergente, prendendo la lanterna e proiettando la luce dinanzi a s. Di questi bricconi di Shagrissiabs non ci cureremo gran che e non li disputeremo ai falchi ed alle aquile, ma daremo sepoltura almeno ai camerati.
E poi vi pu essere qualche ferito da soccorrere, disse Olaff.
Il cosacco ed i suoi compagni si cacciarono, non senza un po' di ripugnanza, fra quei cadaveri, tirando a forza gli uomini che si trovavano sotto i cavalli.
I Sarti ed i loro camerati presentavano, anche nella morte, un aspetto fierissimo.
Tutti stringevano ancora fra le mani, rattrappite dalle ultime convulsioni dell'agonia, kangiarri, jatagan e pistole, ed avevano i lineamenti alterati dalla rabbia della lotta.
Sono ben brutti, diceva il sergente, chinandosi su ciascuno. Sembrano veri briganti.
Ma non questo, sergente! esclam ad un tratto un soldato che si era precipitosamente curvato su uno dei combattenti. Farebbe una splendida figura anche fra le guardie nobili del Padre bianco (lo Tzar).
Vediamo un po' Mikalow.
Il sergente spinse innanzi la lanterna ed un grido gli sfugg:
Oh!... Il bel giovane!...
Sembra un principe, disse Olaff.
E tale da innamorare qualunque fanciulla, aggiunse un altro.
Che splendide armi! esclam il sergente. Questo deve essere il figlio di qualche Emiro o di qualche beg.
Peccato che l'abbiano ucciso e cos giovane!...
Vediamo sergente, se  veramente morto, disse Olaff.
Alzatelo.
Due soldati trassero il giovane di sotto ad un cavallo che in parte lo copriva e lo esaminarono attentamente.
Nessuna ferita dinanzi, disse il sergente. Voltatelo... Ah!... Eccolo qui un foro nel dorso, sotto la scapola sinistra... una palla di certo...
To'!.. Vediamo... mi sembra impossibile che questa ferita abbia potuto causare la morte a questo giovane...
Per tutti gli etmani della Kabardia!. Un fremito!... Oh ragazzi, non  ancora spirato! Me ne intendo io di ferite!
I quattro soldati, che avevano provata una subitanea simpatia per quel bel giovane, quantunque dovesse essere stato un loro nemico, lo avevano deposto frettolosamente sul cadavere d'un cavallo, probabilmente il suo a giudicarlo dalla ricchezza della gualdrappa che era ricamata in oro e dalla bellissima sella tutta a borchie d'argento.
Il sergente gli tolse il kangiarro che teneva ancora in mano, pul la lama con un lembo della sua grossa casacca e gliela mise dinanzi alle labbra che erano semi-aperte, mormorando:
L'aria  fredda questa notte; vedremo se l'acciaio si appanner.
Attese un mezzo minuto, poi fece un gesto di gioia.
Sull'acciaio si era distesa lentamente come una leggerissima ombra, la quale aveva offuscato lo scintillo del metallo.
Respira! esclam il cosacco.
Sia pure nostro nemico, eppure sarei ben lieto che questo giovane si potesse salvare e...
Si era bruscamente interrotto, retrocedendo vivamente. Anche i quattro soldati lo avevano imitato, armando rapidamente i loro fucili.
Un'ombra gigantesca era sorta a pochi passi da loro, chiedendo con voce rauca:
Che cosa fate voi, canaglie? Siete i corvi della steppa? Gi quel giovane, o Tabriz vi uccider!...
Noi siamo russi e non gi ladri, disse il sergente, snudando la sciabola.
Il gigante era rimasto un momento silenzioso, fissando i suoi occhi ora sulla lanterna ed ora sul giovane, poi un grido lacer il suo petto.
Il mio signore!... Morto!...
Morto!... Dannazione d'Allah e del miserabile che l'ha ucciso!..
Chi, Ercole? chiese il sergente, e se tu invece t'ingannassi?
 il mio padrone! rugg Tabriz.
Un principe?
Il nipote di un beg... di Giah Agh!...
Me l'ero immaginato che doveva essere un pezzo grosso, ma rassicurati. Ercole mio, non  ancora spento e forse non se ne andr nel paradiso di Al, Hussein, Maometto e compagni.
Vive?...
Sembra.
Tabriz fece un salto innanzi, poi cadde subito sullo stesso cavallo su cui trovavasi Hossein.
Maledetta palla che quel traditore mi ha cacciato nel dorso, disse, digrignando ferocemente i denti.
Anche tu ferito?
Per me non mi preoccupo, disse Tabriz. Ci vuol ben altro che una palla.
Infatti sei pi robusto d'un orso.
Sergente, disse Olaff, noi perdiamo tempo in chiacchiere inutili, mentre questo giovane ha bisogno di cure.
Hai ragione, sono uno stupido. Slacciate una coperta e portiamolo al campo. Penseranno i nostri medici a salvarlo.
Lesti, ragazzi!... Torneremo pi tardi. Tu, Ercole, puoi seguirci? Ci vorrebbe un elefante per portare te.
Salvate lui, il mio padrone, disse Tabriz, con voce singhiozzante.
Io vi seguir egualmente.
 lui che voglio che viva.
Uhm! grugn il cosacco. Purch non lo fucilino pi tardi, o l'Emiro di Bukara non lo faccia acciecare.
Non  troppo tenero quel selvaggio principe coi ribelli che turbano i suoi sonni.
Un soldato aveva spiegata rapidamente la coperta di lana, che portava a tracolla ed i suoi camerati vi avevano adagiato sopra Hossein con infinite precauzioni.
Il cosacco, prima di dare il comando di mettersi in marcia, lev al ferito la ricca giubba persiana, tagli la camicia di seta, diede uno sguardo alla ferita prodotta, a quanto pareva, da una palla di pistola e vi cacci dentro un pizzico di filaccia di lino fasciandola poi lestamente, quantunque il sangue si fosse oramai raggrumato impedendo l'uscita a quello che rimaneva nel corpo.
L, disse, facendo schioccare contemporaneamente la lingua e le dita. Credo che un medico dell'esercito non avrebbe potuto fare di meglio. Oh!.... M'intendo io di ferite!
Poi, volgendosi verso Tabriz che si manteneva ritto per un vero miracolo di suprema energia, gli chiese:
E per te, Ercole, che cosa posso fare? Vuoi che visiti anche la tua ferita?
Farai quello che vorrai, moscovita, ma pi tardi, quando saremo al campo.
Ecco un magnifico orso, borbott il sergente, con vera ammirazione; che pelle dura hanno questi Shagrissiabs!
Poi alzando la voce:
Lesti, all'accampamento, camerati!
I quattro soldati afferrarono i quattro lembi della coperta e guidati dal sergente che teneva alta la lanterna, si misero in marcia a passo affrettato, seguiti da Tabriz il quale pareva che fosse improvvisamente guarito della sua ferita.
In venti minuti raggiunsero il primo burrone, poi in altri dieci si trovarono dinanzi ai giardini di Kitab, dove ardevano giganteschi fal, i quali facevano vivamente scintillare un gran numero di fasci d'armi.
Molte tende, per lo pi piccole, si rizzavano qua e l e molti soldati russi fumavano placidamente le loro immense pipe di porcellana, commentando a bassa voce gli avvenimenti della giornata e narrandosi le prodezze compiute durante l'assalto della torre di Ravatak, il solo luogo si pu dire, ove i Shagrissiabs di Djura bey e di Baba-beg avevano opposta un'accanita resistenza.
Il sergente ed i suoi soldati, dopo d'aver risposto alla parola d'ordine delle sentinelle, attraversarono l'accampamento ed entrarono sotto una vasta tenda sulla cui cima ardeva un grosso fanale, accanto ad una bandiera rossa, attraversata da una grande croce bianca.
Nell'interno vi era una ventina di materassi, sui quali giacevano degli uomini che avevano la testa fasciata di bende pi o meno insanguinate: russi feriti dai kangiarri, dagli jatagan e dalle scimitarre dei Shagrissiabs, nell'attacco dei giardini di Kitab.
Nel mezzo, sotto una lanterna, un capitano medico, molto barbuto, con un grosso sigaro in bocca, stava seduto su un tamburo leggendo qualche vecchio giornale.
Vedendo entrare il sergente alz il capo, senza smettere di fumare.
Che cosa mi porti, Alikoff? chiese. Non  ancora finita la raccolta dunque?
No, capitano, per quello che vi conduco non  uno dei nostri.
Il capitano aggrott la fronte e fece un gesto come di stizza.
Un ribelle?
S, capitano.
Portatelo a Djura bey od al suo socio, Baba beg.
Non potrebbe giungere vivo fino a loro.  un pezzo grosso che vi reco capitano, il figlio d'un beg, sembra.
Bah!.... Vediamo!
Gett via il sigaro e s'accost ai quattro soldati che reggevano la coperta su cui si trovava Hossein.
Per S. Piero e S. Paolo! esclam. Che bel giovane! Dove l'hai pescato, Alikoff?
In mezzo ad un cumulo di cadaveri.
Non  morto?
Non ancora, capitano.
Dov' ferito?
Al dorso.
Ferita non gloriosa se vogliamo. Fallo deporre su quel letto vuoto e fammi portare i ferri.
Ve n' un altro, capitano, disse il sergente, indicando Tabriz, che in quel momento entrava.
Il medico squadr il gigante con un certo stupore, poi disse, un po' sorridendo:
A quello baster una buona zuppa per rimetterlo in gambe.
No, capitano, ha una palla in corpo anche lui e non delle nostre, rispose il sergente.
Ed  venuto qui senza aiuto?
Da solo.
Avrebbe l'anima attaccata al corpo con chiavarde di acciaio? esclam il capitano.
Sembra, signore.
Allora pu aspettare. Pensiamo prima a questo giovane che  pi interessante di quel bufalo della steppa.
Se non  morto finora non morr nemmeno pi tardi. Fallo passare in un altro letto.
Si avvicin ad Hossein che era stato gi deposto su un materasso e si curv su di lui, aprendogli la camicia di seta bianca e appoggiando un orecchio sul cuore.
Batte, disse dopo qualche istante. Ferita grave senza dubbio; forse non  mortale.
Cerchiamo di estrargli la palla, innanzi a tutto.
Gli tolse la ricchissima e lunghissima fascia di seta che gli stringeva i fianchi ed in quell'atto vide cadere a terra un piccolo plico.
Lo raccolse lestamente e se lo mise in tasca, non cos presto che Tabriz non l'avesse veduto. Il turchestano per non credette opportuno di fare qualche rimarco, temendo di ritardare l'estrazione del proiettile.
Il sergente intanto aveva portato la cassetta dei ferri chirurgici, mentre due infermieri preparavano fasce e filamenti di lino.
Il capitano dopo d'aver fatto bene accomodare il giovane sul ventre, si mise subito all'opera, scandagliando prima la ferita e poi allargandola.
Agiva rapidamente, con mano sicura, da uomo pratico in fatto di ferite.
Trascorse qualche minuto, lungo quanto un secolo pel povero Tabriz che non aveva voluto ancora coricarsi, poi il capitano ritir dolcemente una specie di pinza, mostrando al sergente ed agli infermieri una palla rotonda, tutta coperta di sangue.
Fortunatamente la scapola l'ha fermata, disse. Se avesse continuato il suo cammino, avrebbe attraversato il polmone.
Non  una palla russa,  vero, signore? chiese Tabriz i cui occhi avvampavano d'una collera terribile.
Il capitano la lasci cadere in un bacino di rame per pulirla dal sangue, poi la ritir.
 rivestita di rame, disse poi.  una palla turchestana.
Vi uccidevate fra voi, dunque?
No, signore.  stato commesso un infame delitto ed il fatto risulta limpidamente dalla ferita ricevuta dietro le spalle, mentre questo valoroso giovane non ha mai mostrato i talloni al nemico.
Bah!... Avete sempre questioni voi o...
Un sospiro che sfugg a Hossein gl'interruppe la frase.
Buon segno, disse il capitano.
Poi, voltandosi verso Tabriz:
Ora a te, gl'infermieri s'occuperanno del giovane.
Tabriz and a sdraiarsi su un materasso vuoto, che si trovava prossimo a quello del nipote del beg e si spogli, senza aver bisogno dell'aiuto del sergente.
Una ferita quasi identica e anche questa alla scapola, ma a sinistra invece che a destra, disse il capitano medico.
L'uomo che vi ha sorpresi alle spalle, ha fatto un doppio colpo. La faccenda sar pi facile dell'altra.
Per sfondare un simile dorso ci vuole ben altro che la palla d'una pistola.
Quella d'una racchetta, capitano, aggiunse il sergente.
E forse non bastava ancora, rispose il medico, sorridendo.
L'operazione non dur pi di due minuti e riusc completamente. Tabriz non mand nessun lamento, anzi nemmeno un sospiro.
Turchestana,  vero? chiese il gigante, quando ud la palla cadere nel bacino.
Precisa dell'altra, rispose il capitano.
Il miserabile! rugg Tabriz.
Conosci l'assassino!
S capitano.
Un turchestano come te.
S.
Un cattivo camerata.
Che un giorno ritrover, signore e che uccider come fosse una belva feroce, quantunque nipote di un beg e parente del mio signore.
Taci e pensa a guarire ora. Gli ammalati non devono parlare.
Permettimi una parola, signore.
Parla.
Rispondi della vita del mio signore? Credi che sopravviver?
Ora che gli ho estratta la palla non corre pi alcun pericolo. Fra un paio di giorni potr parlare, ma bada, per ora di lasciarlo tranquillo.
Resisti alla febbre che fra poco ti coglier e non seccarmi altro.
Ci detto lasci la tenda-ospedale e pass in una pi piccola, che s'alzava a breve distanza e che era del pari illuminata.
Non conteneva che un piccolo letto da campo, un tavolino sgangherato ed una sedia in non migliore stato.
Accese un nuovo sigaro, si sedette e poi estrasse il plico che era caduto mentre svolgeva la fascia di Hossein.
Pu contenere dei documenti importanti pel generale, mormor, stracciando la busta di carta-pecora.
Il plico non conteneva che due foglietti, ma ci che vi era scritto sopra doveva essere ben grave, poich il dottore aveva fatto un soprassalto e la sua fronte si era aggrottata.
Un complotto contro il maggior generale Abramow, e contro l'Emiro! esclam ad un tratto. Djura bey ha fatto bene a scappare, perch se fosse stato preso non so chi lo salverebbe.
E quei due eran gl'incaricati di commettere l'assassinio! Non valeva la pena di estrarvi due palle per farvene cacciare in corpo pi tardi una dozzina.
Vedremo per come la intender il khan di Bukara.
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CAPITOLO 2.
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Il tradimento d'Abei.
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Non fu che dopo tre giorni di febbre intensissima, accompagnata da frequenti accessi di delirio, durante i quali non faceva che invocare, con voce straziante, Talm, che Hossein pot finalmente riconoscere il suo fedele turchestano.
Lo stupore del povero giovane fu tale, nel vedersi quasi accanto, ancora per sdraiato, il gigante, che credette dapprima di essere ancora in preda al delirio.
Tabriz, vedendo che lo guardava cogli occhi sbarrati, senza parlare, aveva indovinato subito ci che passava attraverso il cervello di Hossein.
Non t'inganni, mio signore, sono proprio io, il tuo fedele servo, disse il gigante. Come stai? Meglio di ieri di certo, a quanto mi sembra.
Possiamo dire di essere scampati alla morte per un pelo di cammello.
Tabriz!.... Tu! esclam Hossein.
Parla sottovoce, mio signore od il capitano medico ti proibir di aprire la bocca.
Sei ancora troppo debole.
Che cosa  successo? Che cosa fai tu, l? Dove siamo noi? V' nel mio cervello una confusione inestricabile.
Sono accadute certe cose, mio signore, che  meglio che tu le ignori per ora, rispose Tabriz con voce sorda. Tu vuoi sapere dove siamo? In un ospedale da campo dei moscoviti, sotto le mura di Kitab.
E allora?....
Taci, mio signore, non nominarla. Tu non devi pensare alla fanciulla per ora; ti basti sapere che oramai conosco la persona che assold le Aquile della steppa.
Le nostre due ferite mi hanno aperto gli occhi.
Che cosa vuoi dire Tabriz?
Che noi non siamo caduti sotto il piombo dei moscoviti.
Un miserabile ci ha colpiti a tradimento alle spalle e quel miserabile era un turchestano al pari di noi.
Chi! Tu conosci il suo nome?
S, padrone, ma non te lo dir fino a che non sarai perfettamente guarito.
Poi abbassando la voce, in modo da non poter essere udito dai feriti che occupavano gli altri letti e che erano tutti russi gli chiese:
Padrone, avevi dei documenti tu, nella tua fascia?
Io! Nessuno, Tabriz.
Il gigante si era fatto smorto.
Qualche altro tradimento? si chiese poscia, aggrottando a pi riprese la fronte e tirandosi rabbiosamente la barba.
Il dottore li guard in un certo modo che sembrava dire: vi terr d'occhio.
E dunque, Tabriz? Chiese Hossein vedendo che il gigante rimaneva muto.
Quando il capitano medico ti ha levata la fascia ti sono cadute delle carte, signore.
Non  possibile: io non ne avevo in dosso. Vado alla guerra col kangiarro io e non munito di pezzi di carta.
Sar come tu dici, mio signore, disse Tabriz, vedendolo inquietarsi. Mi sar ingannato.
Silenzio, signore: ecco il capitano.
Il capitano era entrato seguito da alcuni infermieri e vedendo Hossein col capo curvo dalla parte di Tabriz, gli aveva subito piantato addosso gli occhi assumendo un'aria poco benigna.
Come state, giovanotto? gli chiese poscia, con accento ruvido.
Lo dicevo che non sareste morto.
Merc le vostre cure per e la vostra abilit, rispose cortesemente Hossein. Mio zio, il beg Giah Agh, vi sar riconoscente, signore.
Chi lo sa! disse il capitano, con un certo imbarazzo. Badate che voi ed il vostro compagno siete in istato d'arresto.
Come prigionieri di guerra?
Ah!... Questo non lo so. Silenzio, non parlate troppo.
La vostra febbre non  cessata. Occorre riposo assoluto a bocca chiusa.
Poi, volgendosi verso Tabriz, aggiunse:
Tu fra un paio di giorni potrai alzarti. Hai una fibra meravigliosa, mio caro.
Poi, senza attendere la risposta del gigante, pass oltre, visitando rapidamente gli altri ammalati.
Era appena uscito quando due cosacchi, armati di fucile, andarono a collocarsi presso i due letti occupati da Hossein e da Tabriz.
Ecco le nostre guardie, disse il gigante, che era ridiventato inquietissimo.
Silenzio, disse uno dei due soldati con un tono da non ammettere replica. Abbiamo l'ordine d'impedirvi di parlare.
Di parlare! ripet l'altro come un'eco fedele.
Tabriz rispose con una specie di grugnito e si cacci sotto le coperte mentre Hossein faceva altrettanto.
Sei giorni trascorsero, durante i quali i due cosacchi vigilarono costantemente per turno sui due feriti. Tabriz era gi guarito, ma non aveva potuto avere il permesso di mettere i piedi fuori dalla tenda-ospedale, n di poter scambiare una parola col suo giovane padrone.
La sorveglianza era diventata cos stretta attorno al gigante da non poter fare un passo.
Capitano, disse il sesto giorno Hossein, vedendo entrare il russo, mi pare che sia tempo di lasciare il letto.
La ferita si rimargina rapidamente ed il riposo non  fatto per gli uomini della steppa.
Fate pure, rispose il russo, voltandogli le spalle.
Tabriz era accorso per aiutare il suo padrone a vestirsi, ma il cosacco, che lo seguiva come la sua ombra, fu lesto a fermarlo, dicendogli:
Siete prigioniero.
Il gigante inarc le braccia e strinse le pugna, pronto a fulminare il panduro del Don. Uno sguardo imperioso di Hossein lo arrest, prima che quei possenti muscoli si stendessero.
Un momento di ritardo e tu eri morto, disse, digrignando i denti. Che cosa si vuole da me?
Un drappello di soldati era nel frattempo entrato. Tutti avevano le baionette inastate e parevano pronti a farne uso, in caso di resistenza.
Signore, disse il gigante, che pareva furibondo. Devo buttar gi questi imbecilli?
Non muovere un dito, rispose Hossein, che aveva finito di vestirsi coll'aiuto di un infermiere. Vediamo di che cosa ci accusano questi moscoviti.
Un prigioniero di guerra non  un bandito della steppa.
Il sergente, che li aveva raccolti sul campo di battaglia, aveva assunto il comando del drappello, dicendo ai due turchestani:
Dovete seguirci: vi consiglio di rimanere tranquilli perch ho l'ordine di farvi fuoco addosso, in caso di ribellione.
Spero che tutto finir bene per voi, miei poveri ragazzi!
E di che cosa ci si accusa? disse Hossein. Di aver cercato di lasciare Kitab prima che venisse presa, non desiderando noi immischiarci negli affari di Diura-bey e di Baba-bey?
Ah!.... Io non lo so, signor mio. Andiamo: al maggiore non piacciono i ritardi.
I cosacchi presero in mezzo Tabriz e Hossein e lasciarono la tenda-ospedale, conducendoli in un'altra pi piccola, che si trovava in mezzo ad un giardino, all'ombra di un platano gigantesco e dinanzi alla quale vegliava un soldato del 6 battaglione di linea del Turchestan.
Nell'interno non vi erano che due persone sedute dinanzi a un tavolo.
Uno era un maggiore russo, piuttosto attempato, con una barba rossiccia e gi brizzolata ed il petto coperto di decorazioni.
L'altro invece era un bukarino, qualche pezzo grosso dell'Emiro, a giudicarlo dall'ampio turbante verde che gli copriva il capo, dai ricami d'oro che ornavano la sua casacca e dalla ricchezza del suo kangiarro e della sua scimitarra.
Il maggiore, che stava fumando un grosso sigaro, vedendo entrare i due prigionieri, fiss i suoi occhi grigiastri e ancora vivissimi su Hossein.
Tu sei? gli chiese, dopo alcuni istanti di silenzio.
Il nipote del beg Giah Agh, rispose il giovane.
Lo conoscete? chiese il maggiore volgendosi verso il rappresentante dell'Emiro di Bukara.
S, Giah Agh  uno dei pi noti e de' pi ricchi beg della steppa occidentale, rispose il buccaro. Ha dato anzi molto filo da torcere al mio signore, alcuni anni sono.
Un pericoloso allora.
Lo credo.
Suo nipote non lo sar meno dunque.
Certo.
Correte, a quanto pare, nel giudicare, disse Hossein ironicamente.
Nega di aver combattuto contro di noi, se l'osi, disse il maggiore. Sei caduto dinanzi al battaglione che io comandava.
Non dico il contrario, rispose Hossein, ma mi preme dirvi, maggiore, che io non volevo misurarmi coi moscoviti, non essendomi mai interessato n degli affari di Djura-Beg, n di quelli dell'Emiro.
Io fuggiva colla mia scorta onde dare battaglia ad una banda di Aquile, che mi avevano rapita la fidanzata.
L!.... L! fece il maggiore, con un sorriso beffardo.
Non sono un ragazzo io per bere simili istorie.
Una vampa d'ira sal in viso al fiero nipote del beg, mentre Tabriz faceva come una mossa per slanciarsi sui due uomini e fulminarli con due tremendi pugni.
Io non ho mai mentito, maggiore, grid Hossein. Non sono un bandito, n un predone della steppa io!.... Mio padre era un principe!
Io dico che tu sei venuto qui con un'altra missione e ne ho le prove, disse il russo.
Quale missione?
Di attentare alla vita dell'Emiro di Bukara e anche a quella del maggiore generale Abramow, comandante in capo della spedizione.
Coloro che vi hanno detto codeste cose, hanno mentito! grid Hossein con indignazione.
E le lettere che ti abbiamo trovate indosso?
Quali lettere?
Ah l'infame! rugg Tabriz. L'avevo sospettato!....
Ah!.... Vedi! esclam il maggiore, sogghignando. Il tuo servo si  tradito e ti ha involontariamente perduto.
Che cosa volete dire, maggiore? chiese Hossein smarrito.
Che quando il capitano medico ti fece spogliare, trov nascoste nella tua fascia due lettere, le quali ti davano le istruzioni necessarie per compiere il doppio colpo.
 impossibile.
Non credi?
No,  impossibile.
Ebbene, guarda, disse il maggiore aprendosi la giubba e levandosi da una tasca interna due fogli. Riconosci questa calligrafia?
Hossein vi gett sopra uno sguardo, poi indietreggi vivamente, pallido come un cencio lavato, cogli occhi dilatati, mentre un grido straziante gli sfuggiva dalle labbra.
La calligrafia di mio cugino!.... Ah!.... Il miserabile!.... l'infame!...  lui che mi ha colpito alle spalle per rubarmi Talm....
S, mio signore, disse Tabriz, con accento irato. Io l'ho veduto a far fuoco su di noi ed ora te lo dico.
 tuo cugino che ha tramato tutto.
Infame!.... Infame! url Hossein.
Il maggiore ed il rappresentante dell'Emiro non sembravano affatto commossi, n per l'esplosione di dolore del disgraziato Hossein, n dello scoppio d'ira di Tabriz.
Anzi il primo sussurr agli orecchi del secondo:
Come sono abili commedianti questi selvaggi della steppa!
Poi, volgendosi verso Hossein, che si era lasciato cadere su una sedia, nascondendosi il viso tra le mani, gli chiese ruvidamente:
Dunque l'hai conosciuta questa calligrafia.
S,  di mio cugino Abei, rispose il giovane.
Dov' codesto tuo cugino?
 fuggito.
Dove?
Che ne so io?
Sar colle Aquile, mio signore, disse Tabriz. E stato lui ad assoldarle, non ho pi alcun dubbio.
Dove si sono rifugiati quei banditi? chiese il maggiore.
Sulle montagne, probabilmente, rispose Tabriz.
Ed il cugino  con loro?
Lo suppongo.
Quello  stato pi furbo di voi, disse il maggiore ironicamente. Penser l'Emiro ad andarlo a trovare, se ne avr tempo.
Stette un momento silenzioso, poi batt le mani.
Il sergente ed i suoi cosacchi che si erano fermati dinanzi alla tenda, entrarono.
Conducete questi uomini nella cittadella, disse loro, doppia sorveglianza, aggiunse poi.
Signore, che cosa volete fare di noi? chiese Hossein, balzando in piedi.
Decider il rappresentante del Khan, rispose il russo. D'altronde la vostra sorte mi pare che sia oramai decisa.
Voi siete due pericolosi che meritereste, per mio conto, un po' di Siberia, in fondo a qualche miniera.
Dunque voi non credete a quanto vi abbiamo detto?
Bah!....
Ci trattate come banditi....
No, come ribelli dell'Emiro di Bukara.
Non abbiamo preso parte alla ribellione noi!.... ve lo giuro!....
Avete fatto fuoco contro di noi e basta.
Perch i vostri c'impedivano di andarcene. Siete miserabili che abusate della vostra forza.
Ehi, giovinotto, non siamo nella steppa qui, ricordatelo e pensa a quello che tu devi dire. Vi  del piombo nei nostri fucili.
E del buon acciaio, nei nostri kangiarri, rispose fieramente Hossein.
E dei pugni che accoppano, nelle nostre braccia, aggiunse Tabriz.
Conduceteli via, disse il maggiore, volgendosi verso il sergente. Ne ho abbastanza di costoro.
Andiamo, disse il cosacco, spingendo fuori Hossein e Tabriz.
Rimasti soli, il maggiore riaccese il sigaro che aveva lasciato spegnere, poi guardando il rappresentante dell'Emiro, che conservava un'impassibilit strabigliante, gli chiese:
Credete a quanto hanno narrato quei due prigionieri?
No, rispose asciuttamente il buccaro.
Non credete neppure che quel giovane sia un personaggio distinto? Veramente mi ha l'aria di un pezzo grosso della steppa.
Pu darsi che sia un nipote del beg Giah Agh.
Un uomo forte quel beg?
Che gode d'una grande autorit nella steppa occidentale, per aver purgato il suo paese dai banditi che lo infestavano e per aver sventato, sia coll'astuzia, sia colle armi, le mire, sia pure ambiziose, del mio signore, che desiderava estendere i suoi domini al di l dell'Amu-Darja.
Credete che quel giovane volesse proprio attentare alla vita dell'Emiro?
Non ho alcun dubbio; anzi aggiunger che io sospetto appartenga alla setta dei babi.
...
Nota: Questa setta che pretendeva di armonizzare la religione mussulmana con le idee moderne, era stato fondata da Mullah Al che fu uno dei seguaci che uccise, nell'aprile del 1904, lo sciah di Persia Nasser-el-Din, con un colpo di pistola. Fine nota.
...
Dei Babi? Chi sono costoro?
Fanatici che vorrebbero rovesciare tutti gli Emiri e anche lo sciah di Persia, e che hanno gi dato molto da fare a quest'ultimo.
Quei furfanti, malgrado abbiano gi ricevuto delle tremende lezioni in Persia, a Zindjan specialmente, dove tutti i loro compagni furono passati a fil di spada dalle truppe di Nasser-el Din, si sono infiltrati anche nel nostro kanato.
Sicch, cosa volete concludere?
Che quei due prigionieri devono essere condotti a Bukara, insieme coi ribelli catturati. Tale  l'ordine del mio signore.
E se non fossero due affiliati alla setta dei Babi?
Decider l'Emiro, rispose il buccaro, con voce ferma.
Ricordatevi per che dopo l'interrogatorio, voi dovete riconsegnare a noi tutti i ribelli, e vivi.... ricordatevelo bene, vivi. L'Europa tiene gli occhi su di noi.
Noi non uccideremo nessun ribelle, ve lo prometto a nome dell'Emiro. Noi rispetteremo i trattati.
Anche quei due sono vostri, ma, Babi o no, ce li ritornerete. Abbiamo troppe terre disabitate intorno al Caspio, e quella gente non si trover male laggi e taglieremo nello stesso tempo le ali ai pretendenti come Djura-Bey e Baba Bey.
Noi gi non lavoriamo sempre per i begli occhi del vostro signore.
Domani adunque i ribelli di Kitab saranno a vostra disposizione e avrete il permesso di trattenerli in Bukara per una settimana, non di pi, m'intendete? Io parlo a nome del maggior generale Abramow e del governo del Turchestan.
Ora potete andare.
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CAPITOLO 3.
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Le spie di Abei.
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Nulla?
No Karawal.
Tu vuoi guadagnare i tomani del nipote del beg bevendo caff e passeggiando per Kitab?
 impossibile sapere qualche cosa. Seppelliscono alla rinfusa i cadaveri senza badare se siano stati poveri o ricchi.
Sei uno stupido.
Allora tu sei stato pi fortunato, Karawal.
Cio pi furbo e pi lesto di te, Dinar.
Morti,  vero?
Vivi, vivissimi come me e te. I sospetti del nipote del beg erano ben fondati.
Non era dunque proprio sicuro di averli uccisi?
Non si sa mai dove va a finire una palla, sentenzi gravemente Karawal. Talvolta fulmina e tal'altra invece risparmia.
Fidati ora delle palle! Abei doveva colpirli col kangiarro, mio caro: l'acciaio non sbaglia come il piombo.
E concludi?
Che Hossein e Tabriz sono vivi come lo siamo noi.
Ti hanno ingannato.
Sei uno stupido, Dinar. Li ho veduti io, con questi miei due occhi uscire da una tenda-ospedale, in mezzo ad un gruppo di cosacchi.
Sicch sono in mano dei russi!....
Adagio, mio caro. Ho saputo d'altro.
Che cosa?
Che domani verranno condotti a Bukara insieme coi ribelli fatti prigionieri a Kitab.
E noi?
Li seguiremo.
La nostra missione dovrebbe essere finita a questo punto.
Gi, il nipote del beg ci avrebbe promessi cinquecento tomani per fargli solamente sapere se suo cugino e Tabriz erano veramente morti. Se non volevi altro impiccio dovevi seguire Hadgi nella sua ritirata ed accontentarti dei dieci o dodici tomani che ti avrebbe dato per tanto lavoro, come si sono appagati quei due imbecilli che erano in nostra compagnia.
Karawal sa fare i propri affari.
Gi, io sono uno stupido, disse Dinar.
Un cretino, anzi.
Come vuoi, non me ne offendo. Io non ho la veste d'un uomo che un giorno diverr il capo d'una banda di Aquile.
 il mio sogno e, dovessi rinnegare Maometto, lo diverr, disse Karawal.
Dunque dicevi?
Che noi li seguiremo e che se l'Emiro li risparmia, i nostri kangiarri ripareranno l'errore.
Con quel demonio di Tabriz!....
Un buon colpo a tradimento e anche lui cadr.
Sei spiccio, tu.
Mi premono i tomani di Abei.
E non verremo sospettati, noi?
Chi potr avere dei sospetti su due poveri loutis, ammaestratori di scimmie, che cercano di guadagnare qualche cosa? Eppoi siamo abbastanza trasformati perch Tabriz e Hossein possano riconoscerci. Non hanno di certo mai fatto attenzione a noi; erano troppo occupati durante il matrimonio e anche durante il banchetto.
Padrone! Un'altra tazza. Abbiamo fatto una buona giornata ieri.
Questa conversazione aveva luogo in uno dei tanti kabne-kahn di Kitab, ossia in un piccolo caff, dove ordinariamente si radunavano gli sfaccendati per sorseggiare una tazza di eccellente caff, giuocare agli scacchi e alla dama, ed ascoltare le storielle dei mestvires ed a fumare del buon tumvak, profumato dall'acqua di rose contenuta nei nargul....
Eran due tipi di veri bricconi, quei due uomini che si facevano credere due mostratori di scimmie, per nascondere il loro vero essere.
Uno aveva poco pi di vent'anni, l'altro invece quasi il doppio, con un brutto ceffo quasi interamente coperto da una barba rossiccia e ispida, che gli nascondeva per male una terribile cicatrice, la quale gli attraversava tutto il volto, passandogli fra il naso e le labbra.
Entrambi indossavano lunghe zimarre mezze sdruscite, portavano sul capo alti cappelli villosi, rassomiglianti a quelli che usano i persiani, e tenevano in mano fruste dal manico corto.
Vuotata la seconda tazza di caff, che era stata loro portata, Karawal, lo sfregiato, aveva subito ripreso a voce bassa, urtando col piede Dinar:
Hai capito quale  il mio piano?
S e no.
Come hai l'intelligenza corta, Dinar! Tu non riuscirai mai a nulla, figliuol mio.
Sono ancora giovane, Karawal.
Io alla tua et ero un briccone emerito, e rubavo, quasi sotto il naso dei pastori illiati, cammelli e cavalli, senza contare i montoni.
Spero di poter un giorno diventare anch'io cos abile.
Te lo auguro di cuore. Dunque il mio piano  d'informare Abei che il suo colpo  andato fallito, cos affretter le nozze con Talm.
Accetter la fanciulla?
Le donne fanno presto a rassegnarsi e anche a dimenticare. E poi forse che il signor Abei non  anche lui un nipote del beg?
E poi?
Poi seguiremo i due prigionieri e non li lasceremo, se riescono a sfuggire alle granfie dell'Emiro di Bukara, finch non li avremo soppressi. Le buone occasioni non mancheranno ed  necessario che non tornino pi mai nella steppa o non prenderemo un solo tomano.
Mi hai compreso Dinar?
Perfettamente, rispose il giovane.
Oh!.... Ecco che la tua intelligenza comincia a schiudersi; sotto di me farai della strada, figliuol mio.
Ors riprendiamo le nostre scimmie e andiamo a fare i nostri preparativi di partenza.
Ci permetteranno di seguire i prigionieri?
Non dubitare: i loutis sono ben veduti da tutti.
Pagarono e uscirono, girando intorno al piccolo caff che nella forma sembrava un grosso dado di pietra. Dietro, sotto una piccola tettoia, stavano incatenati due scimmie, quadrumani che si trovano sulle montagne del Chachemir e sulle pendici dell'Himalaya, alte pi di mezzo metro, con una coda di venticinque centimetri, di corporatura massiccia, e ricca di pelo di color verdastro e la faccia invece di tinte ramigno chiare, del pi singolare effetto.
Sono, si pu dire, le sole scimmie che sopportano benissimo il freddo, trovandole perfino a tremila metri d'altezza, l dove le nevi abbondano; sono per anche cattivissime e difficili a domarsi, non temendo di assalire perfino i cacciatori coi loro robustissimi denti.
I due finti loutis, dopo d'averle in parte liberate, presero le catene e le trassero attraverso le vie della citt, camminando velocemente, malgrado le proteste ringhiose dei quadrumani.
La popolazione di Khitab non aveva ancora riprese le sue abitudini. Spaventata dalla presenza dei russi, i quali bivaccavano ancora sulla piazza e sulle vie principali, attorno ai falconetti, alle racchette ed ai fasci d'armi, si teneva ancora ben tappata nelle case, per timore di passare un altro brutto quarto d'ora, sicch tutte le strade erano ancora deserte, quantunque il maggior generale moscovita avesse imposto a tutti di non disturbare alcuno.
In meno di mezz'ora Karawal e Dinar attraversarono la citt e si trovarono in mezzo ai giardini della porta d'oriente, dove i russi avevano radunati, sotto ampie tende, guardate da un doppio cordone di sentinelle, i prigionieri che dovevano essere inviati all'Emiro di Bukara.
Scavalcarono un muro ed entrarono in un orto che era stato abbandonato dai suoi proprietari, accampandosi sotto un superbo melagrano.
Qui  come fossimo in casa nostra e nessuno verr a disturbarci, finch i russi non torneranno a Samarcanda, disse Karawal al compagno. E di qua noi sorveglieremo i prigionieri.
Trassero dalle loro bisacce di pelle, delle gallette di maiz e un po' di montone arrostito e si misero a mangiare; poi terminato il frugale pasto e date alle scimmie alcune melegranate, si coricarono fra le erbe, che crescevano sotto la pianta, accendendo i loro cibuc.
La notte li sorprese che stavano ancora fumando.
Karawal, arrampicatosi sulla muraglia, diede un lungo sguardo al piccolo campo russo, che si distingueva benissimo alla luce dei fal accesi fra tenda e tenda, cominciando le notti a essere fredde, poi rassicurato dalla calma che regnava, raggiunse il compagno.
Si gett accanto a Dinar che cominciava gi a russare, coprendosi la testa con un lembo della sua lunga zimarra.
Uno squillo di tromba li svegli poco dopo i primi albori.
Karawal, che gi dormiva cogli orecchi ben aperti, per modo di dire, fu pronto a svegliare il compagno e le due scimmie.
In marcia, disse. Andiamo a vedere che cosa succede a Bukara.
Presero le scimmie, scavalcarono il muro e s'avviarono verso l'accampamento.
Da una tenda vastissima, da quella che aveva una doppia fila di sentinelle, uscivano gruppi di Shagrissiabs, legati a venti a venti per mezzo d'una lunga catena, che passava attraverso alle loro larghe e solide cinture di pelle, fiancheggiati da cavalieri usbeki e bukari, che montavano piccoli cavalli villosi, dalle zampe robustissime.
Erano i prigionieri di Kitab, i pi compromessi nell'insurrezione, che il governatore del Turchestan aveva promessi all'Emiro, colla condizione di restituirglieli vivi, dopo averli interrogati per sapere le responsabilit che spettavano agli abitanti delle due citt ribellatesi e colpirli di ammende indubbiamente rovinose.
Fu nel quarto gruppo che Karawal e Dinar scoprirono Tabriz e Hossein, legati l'uno presso l'altro con una doppia catena.
Il gigante pareva addirittura inferocito e lanciava sguardi terribili sugli usbeki e sui bukari dell'Emiro; Hossein invece sembrava completamente annichilito da quel nuovo colpo, che gli faceva forse perdere per sempre la fanciulla, cos intensamente amata.
Uhm!... fece Karawal, tirandosi la barba. Non so come se la caveranno coll'Emiro.
Comincio a sperare che non sar necessario che noi si faccia uso dei nostri kangiarri.
Non vorrei trovarmi al loro posto.
L'Emiro li uccider?
Forse non l'oser perch i moscoviti gli terranno gli occhi addosso; tuttavia ti ripeto che non vorrei trovarmi l in mezzo.
Ha dei cavatori d'occhi famosi quel caro principe.
Lo so, disse Dinar. L'anno scorso ho veduto acciecare una cinquantina di vecchi, perch avevano assalita una carovana che gli apparteneva. Ti giuro che ho riportata una impressione profonda.
Ti credo. Ecco gli ultimi: mettiamoci in coda.
La carovana si era messa in moto. Si componeva di oltre trecento prigionieri e di duecento cavalieri bukari e usbeki, sotto la condotta del rappresentante dell'Emiro, quello stesso che aveva assistito, nella tenda del maggiore russo, all'interrogatorio di Hossein e di Tabriz.
I due finti mostratori di scimmie, si erano messi dietro a tutti, senza che alcuno facesse loro attenzione.
La colonna, girata la parte occidentale di Khitab, prese definitivamente la via di ponente, rasentando le ultime pendici dei Sarset-Sultan, onde guadagnare la cos detta steppa di Karnak-Tschul, che divide Khitab da Bukara.
Tabriz e Hossein, frammisti coi prigionieri del quarto gruppo, oppressi da quel colpo di fulmine che non si aspettavano, camminavano l'uno a fianco all'altro, sorvegliati attentamente da un manipolo di usbeki, che pareva avesse ricevuto l'ordine di esercitare, particolarmente su di loro, una speciale vigilanza.
Certo, il rappresentante dell'Emiro aveva dato degli ordini a parte, per quei due pericolosi, come li aveva chiamati il maggiore, e dovevano infatti essere tali coi documenti trovati indosso a Hossein.
Il gigante, che stentava a rassegnarsi, di quando in quando alzava gli occhi verso i cavalieri, guardandoli ferocemente e chiedendosi quanti pugni sarebbero stati necessarii per demolirli tutti.
Se non ci fossero gli altri, borbottava, non so come la passereste con me, canaglie! Io non avrei paura ad impegnare la lotta anche se sono senz'armi.
La colonna era entrata nella steppa, nell'eterna steppa che doveva accompagnarla fin quasi alle porte di Bukara, ma non era quella verdeggiante e rigogliosa dei Sarti, piena di erbe e di fiori come le praterie del Far-West americano.
Era una landa sconfinata, senza boschi e senza campi, impregnata fortemente di sale, con pochissime graminacee e cos dure da essere appena tollerate dai cammelli e senza accampamenti, perch quei terreni erano incapaci di nutrire le numerose mandrie degli usbeki.
Quantunque l'aria fosse tranquilla, immense cortine di polvere sfilavano all'orizzonte: quelle cortine che al tramontare del sole prendono la strana tinta d'un azzuro cupo, s da dar l'illusione che all'orizzonte si estenda un mare sconfinato.
Sotto i piedi dei cavalli, altra polvere s'alzava, avvolgendo l'intera colonna come in una leggerissima nube di fumo, ricadendo addosso ai prigionieri, penetrando nelle loro gole, per quanto tenessero le labbra strette, e nei loro occhi.
Ecco il paese dannato o meglio maledetto, disse Tabriz, guardando a Hossein. Hai mai veduto, mio signore, una steppa pi arida di questa? Quale differenza col nostro mare di verzura! Se soffiasse la burana passeremmo indubbiamente un brutto quarto d'ora.
Che cos' codesta burana? chiese Hossein, quasi distrattamente.
Un terribile uragano di polvere, che qualche volta riesce fatale alle carovane.
Venga pure: quasi lo desidero. Almeno tutto sarebbe finito, Tabriz! rispose il povero giovane con voce sorda.
Ah!.... Signore, tu non devi scoraggiarti; tu devi vivere per la vendetta.
Ormai non spero pi in nulla.
Hai torto, signore.
Noi non usciremo vivi dalle mani dell'Emiro.
Io credo il contrario.
Chi ci difender dalla terribile accusa, ora che non possiamo contare pi su nessuno? Mio zio ormai mi creder morto e non interverr per aiutarci.
Pur troppo questo  vero, signore, disse Tabriz, con un sospiro. Il tuo miserabile cugino gli avr dato ad intendere che noi siamo stati uccisi dai russi.
Ha voluto Talm e la mia vita! esclam Hossein, che ebbe uno scatto di furore. La mia Talm!.... Anche quella avr creduto alla mia morte!
Ah!... L'infame!... S, Tabriz, tu hai ragione; bisogna vivere per la vendetta.
Guai a lui il giorno che torner nella steppa dei Sarti!
La punizione sar tremenda!....
Cos ti voglio vedere, signore, disse il gigante.
Purch l'Emiro creda alla nostra lealt e ci risparmi.
Eh signore! Non sono ancora ben certo che l'Emiro abbia il piacere di vederci e di far la nostra conoscenza.
Non siamo ancora a Bukara ed in una settimana possono succedere di gran cose, disse Tabriz, abbassando la voce.
Che cosa vuoi dire?
Le catene per un caso qualunque possono spezzarsi, i prigionieri trovarsi liberi, piombare sulla scorta e farla a pezzi.
Mediti un'evasione tu?
Mi basterebbe un po' di burana, signore. Eh! Chiss!... Quelle cortine che filano laggi indicano che se qui regna la calma pi assoluta, laggi invece qualche po' di vento soffia.
Non disperiamo, signore, te lo ripeto.
Non so quali aiuti speri da un uragano di polvere.
Tu non hai mai veduto gli uragani di polvere, perch nella tua steppa non succedono. Me ne saprai dire qualche cosa se avremo la fortuna di vederne uno.
Silenzio, signore. Mi pare che i nostri guardiani aguzzino gli orecchi, per sorprendere i nostri discorsi.
In lontananza, mescolate a grossi cristalli di sale, che mandavano bagliori acciecanti, si stendevano a perdita d'occhio, grandi dune di sabbia, interrotte solo da qualche magro cespuglio, che qualunque animale, per quanto affamato, avrebbe sdegnato.
Nessuna tenda appariva in alcuna direzione. Era ben la steppa della fame quella, senz'acqua dolce per dissetarsi e senza gazzelle che potessero fornire un arrosto al povero viaggiatore.
Il Sahara africano, tanto temuto dalle carovane, non deve esser peggiore.
A mezzod la colonna fece un primo alt presso una minuscola oasi, formata da un gruppetto di quercioli intristiti e da un paio di palme selvatiche.
I prigionieri, non abituati a marciare a piedi, essendo i turchestani tutti cavalieri, non si reggevano pi e avevano le gole arse da quella continua pioggia di polvere finissima, e le palpebre rosse e gonfie.
Perfino Tabriz, abituato a vivere quasi sempre a cavallo, non ne poteva pi degli altri.
I soldati dell'Emiro fecero una magrissima dispensa di viveri, non avendo condotto con loro che una dozzina di cammelli carichi di provviste, poi rizzarono le loro tende da campo, lasciando i prigionieri ad arrostire sotto il sole ed esposti alle cortine di sabbia che lentamente s'avanzavano, spinte forse da una impercettibile brezza di tramontana.
Tabriz, che aveva trascorsa una parte della sua giovent in quella steppa maledetta e che sapeva qualche cosa sui movimenti di quelle sabbie, non si stancava di osservarle con profonda attenzione, nonch di bagnarsi il dito pollice e di alzarlo pi che poteva, come fanno i marinai per conoscere la direzione del vento.
Purch non cambi, disse ad un certo momento a Hossein, che si era sdraiato al suo fianco, immerso nelle sue tristezze.
Chi? domand il giovane.
La brezza, rispose il gigante.  la tramontana che provoca la burana.
Deboli speranze.
Eh no!... Signore!... Guarda lass, guarda bene!...  il cielo che si oscura.
Una nube che passa.
No, signore, sono le cortine di sabbia che diventano pi fitte. Soffia vento forte verso la frontiera settentrionale, Iskand e Karakie devono aver ormai le vie coperte di polvere e nella steppa di Karnak Tschul, se vi sono delle carovane, non devono trovarsi bene.
Anche i soldati dell'Emiro se ne sono accorti: li vedi?
Infatti una certa agitazione si era improvvisamente manifestata fra i bukari e gli usbeki.
Erano usciti tutti dalle loro tende ed interrogavano ansiosamente, cogli occhi dilatati, l'orizzonte che a poco a poco andava oscurandosi, quantunque il cielo fosse sgombro da qualsiasi nube.
Burana!... Burana!... si udivano a mormorare con inquietudine.
Levarono prestamente le tende e diedero il segnale della partenza.
Perch non vi fermate qui, stupidi? chiese Tabriz ad uno degli usbeki che gli passava accanto. Qui siamo al riparo degli alberi.
Pi avanti saremo al riparo delle colline, rispose il cavaliere.
Presto, camminate pi rapidamente che potete, se volete salvare la vita, non avendo noi tende bastanti per ripararvi tutti.
La colonna si era messa nuovamente in marcia, quasi correndo. I bukari e gli usbeki, che cavalcavano sui fianchi, incitavano i prigionieri a raddoppiare il passo, sagrando e facendo scoppiettare, le loro fruste con gesti minacciosi.
Avanti!... Avanti!... gridavano tutti.
Cammelli e cavalli cominciavano a dar segni d'inquietudine. I primi nitrivano sordamente e tremavano; i secondi allungavano pi che potevano il collo e dondolavano nervosamente la testa.
La burana s'avvicinava. Il cielo cominciava ad oscurarsi e folate di vento, vere raffiche, cariche di polvere, giungevano una dietro l'altra, rendendo difficilissima la respirazione, sia agli uomini che agli animali.
Qua e l immense trombe di sabbia si formavano come per incanto, s'alzavano a prodigiosa altezza e si slanciavano a corsa furiosa turbinando su s stesse con mille stridori.
Qualcuna, incontrando sul suo passaggio la carovana, si spezzava bruscamente, rovesciando addosso ai disgraziati prigionieri una tale massa di sabbia da seppellirli fino alle nche.
Quella corsa, che era diventata sfrenata, dur un quarto d'ora, poi il rappresentante dell'Emiro, che cavalcava in testa a tutti, fece suonare l'alt.
Le colline non erano ancora visibili e la burana stava per spazzarli via.
Salvatevi come potete! lo si ud a gridare fra i ruggiti del vento. Tutti a terra dietro ai cavalli.
Non dubitare che ci salveremo, disse Tabriz. Padrone, sta' pronto a tutto.
Fra poco saremo avvolti tra le sabbie e pi nessuno vedr il suo vicino.
Non preoccuparti della catena. Al momento opportuno sapr spezzarla.
Non morremo soffocati, Tabriz? chiese il giovane, che guardava con un certo timore le colonne di sabbia.
Confidiamo in Allah, rispose il gigante. Stammi ben vicino, e aspettiamo.
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CAPITOLO 4.
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La burana.
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La burana che soffia nelle steppe turchestane si pu paragonare al simun che sconvolge le sabbie dell'immenso deserto di Sahara, e forse  pi pericolosa ancora, perch sovente la burana  cos ardente da soffocare le persone, che vengono sorprese senza il riparo di una tenda.
Ordinariamente quegli uragani si scatenano dopo le prime piogge, vere piogge fangose, perch il menomo soffio di vento, solleva sempre, come abbiamo detto, delle immense cortine di sabbia, sicch l'acqua si mescola a tutto quel polverone e lo trascina alla superficie della terra formando dovunque una fanghiglia alta parecchi centimetri.
Il cielo si copre di nuvole gialle, il vento si scatena e tutta la steppa si copre di colonne di sabbia roteanti e di cortine, oscurando ogni cosa.
La violenza di quei venti  tale da trasportare le sabbie perfino nell'India, dove la burana viene invece chiamata hot-winds ed il suo calore  tale da far appassire in pochi istanti le piante e da spogliare gli alberi del loro fogliame.
Il turchestano e anche il persiano o l'indiano possono resistere; l'europeo invece cade asfissiato, se non si trova ben ricoverato.
Gli abitanti delle citt sono anche essi costretti a prendere delle precauzioni, non bastando le muraglie delle loro case a difenderli dai soffi asfissianti del simun asiatico.
Tutte le aperture che servono da finestre vengono turate con pagliericci, formati da stuoie strettamente intrecciate e abbondantemente bagnate, sicch il vento passando in mezzo a quell'umidit, perde una parte del suo calore, permettendo cos gli abitanti di respirare.
Nella steppa vi  anche la burana fredda che soffia d'inverno, e anche quella non  meno pericolosa. Invece di sabbia  la neve che turbina e copre sovente le carovane, assiderando uomini ed animali.
Come abbiamo detto, al grido del rappresentante dell'Emiro, la colonna si era subito fermata alzando rapidamente le tende e disponendo cavalli e cammelli su una doppia linea, dalla parte ove soffiava il vento, onde potessero servire come da trincea e scavando la sabbia in modo da formare, dietro le tele spiegate, delle profonde buche.
Quelle precauzioni indispensabili erano state appena ultimate, quando la burana che marciava con velocit straordinaria, piomb sull'accampamento con un frastuono indiavolato.
L'aria si era ottenebrata come se il sole fosse improvvisamente tramontato, ed in alto ed in basso si udivano ruggiti, urla e fischi stridenti, come se tutti i demoni dell'inferno fossero stati vomitati sulla steppa, e si abbandonassero ad una gazzarra strepitosa.
Cortine e cortine di sabbia s'abbattevano senza posa sull'accampamento con un strano strido, accumulandosi qua e l e coprendo volta a volta i cavalli, i quali nitrivano dolorosamente, mentre i cammelli gridavano in modo lugubre, dimenando disperatamente le teste.
Tabriz, tenendo per mano Hossein, si era gettato entro una buca di difesa, dalla parte dove il vento soffiava, da una piccola tenda che s'appoggiava addosso a due cammelli.
Due usbeki che vi si trovavano dentro, avevano cercato dapprima di respingerli, gridando che i prigionieri dovevano pensare per loro conto a salvarsi, ma vedendo quel gigante coi pugni alzati e libero della catena che senza troppi sforzi aveva strappata, si erano affrettati a fare a loro un po' di posto.
Era quello il momento in cui la burana si rovesciava, spingendo innanzi a s centinaia e centinaia di trombe di sabbia, che giravano vertiginosamente salendo verso il cielo.
Tabriz accost le labbra ad un orecchio di Hossein, sussurrandogli.
Ecco il momento: approfittiamo.
Poi, senza aggiungere altro, si alz come per meglio accomodarsi entro la buca che era piuttosto stretta anche per soli quattro uomini, e, colla rapidit del lampo, fulmin i due soldati dell'Emiro con due pugni terribili, due veri colpi di mazza piombati in mezzo ai loro crani pelati.
I disgraziati non ebbero nemmeno il tempo di mandare un grido ed erano piombati in fondo alla buca, raggomitolandosi su loro stessi.
Le armi, signore! grid il gigante, cercando di dominare colla sua possente voce i ruggiti della burana.
Hossein si era gettato sull'usbeko pi vicino, strappandogli dalla cintura le sue due lunghe pistole, a doppia canna ed il kangiarro; Tabriz aveva fatto altrettanto coll'altro.
Seguimi, signore, disse il gigante, prendendo per una mano il nipote del beg. Copriti la testa, chiudi bene la bocca e possibilmente anche gli occhi.
Meglio morire sepolti fra le sabbie che fra i tormenti!
Si passarono le armi nelle cinture, strapparono la tela che poteva ancora servire loro, e lasciarono la buca, scomparendo fra le ondate di sabbia che il vento scaraventava sopra l'accampamento ed in tale copia da non permettere alle guardie di scorgere nulla a due passi di distanza.
Il rischio a cui si esponevano i due turchestani era gravissimo, poich da un istante all'altro una tromba roteante poteva investirli, atterrarli e seppellirli o anche assorbirli e trascinarli in alto: tuttavia si erano messi coraggiosamente in marcia, carponi, tentando di tenersi la bocca ed il naso coperti colla tenda, che il ventaccio cercava di strappare loro di mano.
Dove si dirigevano? Non potevano saperlo, essendo diventata l'oscurit profondissima e continuando le cortine di sabbia a passare sopra di loro.
Tabriz teneva sempre stretto per una mano Hossein, pel timore che il giovane si smarrisse fra le dune, che cambiavano ad ogni istante aspetto.
Coraggio, signore! gridava di quando in quando, allorch la raffica furiosa era passata.
Tura la bocca e chiudi gli occhi.
Ansanti, semi-soffocati, continuamente acciecati, ed incessantemente sbattuti al suolo, vagavano or qua ed or l, senza direzione alcuna, spinti da un solo desiderio: quello di allontanarsi dall'accampamento.
Di quando in quando una tromba li investiva, coprendoli quasi interamente di sabbia o rotolandoli e sbattendoli attraverso le dune, ma il gigante, che possedeva una forza incalcolabile, non tardava a rialzarsi ed a sbarazzare Hossein, che da solo non avrebbe certamente potuto uscire da quelle tombe, pronte a rinserrarsi su di lui e per sempre.
Per dieci o quindici minuti i due turchestani lottarono disperatamente contro le raffiche, procedendo a casaccio, finch una tromba di sabbia li invest.
Tabriz, che l'aveva scorta a tempo, aveva afferrato strettamente fra le possenti braccia il nipote del beg e si era gettato col viso contro terra, colla speranza di sfuggire all'assorbimento e anche all'asfissia.
Disgraziatamente la tromba era una delle pi colossali e s'avanzava con tale impeto da sciogliere in un momento le dune che incontrava nella sua corsa vertiginosa.
I due uomini, quantunque strettamente avvinti, formassero un peso notevole, si sentirono come sradicare dal suolo, poi trarre in alto in un moto circolare velocissimo.
Quanto dur quella spaventevole corsa? Non lo seppero mai.
...
Quando Tabriz apr gli occhi, la burana era cessata. Solo poche cortine di sabbia filavano all'orizzonte, ondeggiando lentamente, ora allargandosi ed ora stringendosi ed il cielo era tornato limpido.
Tutt'intorno a lui regnava un caos: dune di sabbia sventrate, monticelli mozzati, sterpi ammonticchiati alla rinfusa, strappati chi sa mai dove, mucchi di pietruzze, stracci provenienti forse da tende strappate a chiss quante diecine di miglia di distanza.
Tabriz guard il sole che era rosso come un disco di metallo incandescente e che era prossimo al tramonto, si tast le costole tutte ammaccate, poi gir all'intorno gli occhi, ripetendo con voce angosciata:
E Hossein?.... E Hossein?
Quantunque provasse un vivo dolore ad una gamba, si era messo a correre affannosamente attraverso le dune che la grande tromba di sabbia aveva formate nello spezzarsi.
Padrone!.... Padrone! gridava come un pazzo, mentre si soffregava gli occhi infiammati dalla sabbia.
Un grido rauco gli rispose ad un tratto. Era partito da un monticello di sterpi e di pietruzze.
Signore! esclam Tabriz, scavalcandolo precipitosamente.
Al di l, steso al suolo, col viso contro terra, stava un uomo con met del corpo, dalla cintura ai piedi, sepolto sotto altissimo strato di sabbia che gl'impediva di muoversi.
Grande Allah! url il gigante. Salvo!.... Salvo!....
Ma imprigionato e tutto pesto, rispose il giovane con voce appena intelligibile.
Un momento, signore.
Presto.... Tabriz.... soffoco....
Il gigante, servendosi delle mani e dei piedi, rovesci il monticello, o meglio lo disperse, poi, afferrando per le braccia il giovane lo trasse a s, mettendolo a sedere e sbarazzandolo dalla polvere che gli copriva il viso.
Tabriz... una goccia d'acqua... una sola... chiese Hossein che stentava a parlare. Brucio!...
Ah signore!.... Dove trovarne qui?....
Ho le fiamme.... in gola.... mi sembra di.... morire....
Dell'acqua!... Dell'acqua! esclam Tabriz, girando intorno gli occhi. Il mio signore muore!... Dell'acqua!....
Sperare di trovarne fra quelle sabbie, che tutto avevano coperto e specialmente in quella terribile steppa della fame e della sete, sarebbe stata una follia. Anche se, per un caso raro, qualche rivoletto si fosse trovato in quel luogo, la gran tromba di sabbia l'avrebbe completamente coperto nello sfasciarsi.
Acqua! ripet Hossein. Dammi da bere, Tabriz.
Ma s!.... grid il gigante, estraendo rapidamente il kangiarro che aveva ancora alla cintura, fra le due pistole. Un po' di sangue pu per un momento egualmente dissetare.
Si rimbocc una manica, mettendo a nudo il braccio sinistro, un braccio grosso quanto un ramo d'albero, gonfio di muscoli, e colla punta dell'arma si punse una vena.
Bevi, mio signore, disse mentre il sangue zampillava.
Hossein aveva gettato la testa indietro facendo un gesto di ribrezzo e mormorando:
No.... Tabriz!....
Bevi, mio signore, rispose il gigante freddamente, accostandogli il braccio alle labbra. Ti salvo!
La sete del giovane doveva essere terribile, perch accost la bocca e bevette avidamente il sangue caldo che sgorgava dalla puntura.
Bevi senza paura, mio signore, diceva il gigante sorridendo. Il mio corpo ne  ben fornito.
Hossein ingoi tre o quattro sorsi, poi si ritrasse.
Grazie, mio fedele Tabriz, mormor. M'hai ridata la vita.
Ne hai abbastanza?
Hossein fece col capo un cenno affermativo, poi cadde all'indietro come colpito da un improvviso torpore.
Il gigante si strapp un pezzo della manica, si fasci strettamente la ferita, d'altronde piccolissima, gett sul padrone uno sguardo soddisfatto, poi si alz, mormorando:
Lasciamolo un po' riposare; pel momento nessun pericolo ci minaccia e poi fra pochi minuti le tenebre scenderanno.
Sal su un monticello di sabbia, il pi alto che vi era in quel luogo e guard attentamente tutto all'intorno.
Dove trovare un albero od una sorgente? si chiese. Sono rari in questa steppa maledetta, nondimeno qualche po' di verdura di quando in quando la si pu trovare.
Se potessi sapere dove ci troviamo noi!.... Siamo lontani dall'accampamento o vicini? Ecco il pericolo.
Bah!.... Tabriz ha le gambe lunghe ed  in forza. Non fermiamoci qui.
Prese Hossein fra le braccia, serrandoselo ben stretto al petto, come se fosse un fanciullo e si mise risolutamente in marcia, dirigendosi verso ponente.
Sempre diritti finch troveremo l'Amu-Darja, mormor.
Il sole scompariva fra una gran nuvola rossa, che diventava rapidamente oscura e le tenebre cominciavano a calare. All'orizzonte opposto per un altro disco, reso grande dalla rifrazione e pure rosso, sorgeva lentamente: era la luna.
Tabriz continuava ad avanzare, salendo e scendendo le dune sabbiose, cogli orecchi tesi, cogli occhi sempre in movimento. Cercava di raccogliere qualche lontano rumore o di scorgere qualche cavaliere.
Certo i soldati dell'Emiro, passata la burana, dovevano aver scoperti i loro due camerati accoppati da quei due tremendi pugni e forse in quel momento stavano cercando in tutte le direzioni i fuggiaschi.
Era quella la paura che aveva invaso Tabriz e che lo spingeva a camminare pi rapidamente che era possibile, quantunque zoppicasse.
Per una buona ora il gigante resistette energicamente, avanzandosi verso una macchia oscura che la luna illuminava, facendola scintillare in causa dei frammenti di sale che conteneva.
Stava per raggiungerla, quando Hossein riapr gli occhi scivolandogli quasi subito di fra le braccia.
Tu mi hai portato? disse, arrossendo.
Era necessario, mio signore, rispose Tabriz.
Che io sia diventato un fanciullo?
Non so se un altro meno solido di te avrebbe resistito a quella terribile volata, che ci ha fatto fare quella maledetta tromba. Puoi vantarti di avere le ossa ben dure, signore.
Quanto sei buono, Tabriz!
Non ho fatto altro che il dovere di buon servo affezionato, rispose modestamente il gigante. Stai meglio ora?
S, ma la sete mi divora sempre.
Abbi un po' di pazienza ancora. Vedo delle piante dinanzi a noi e spero di trovare qualche goccia d'acqua o per lo meno delle frutta che ci permettano di dissetarci.
Sai dove siamo noi?
 impossibile saperlo.
Lontani o vicini all'accampamento?
La nostra volata deve essere stata lunga e la tromba marciava con una velocit prodigiosa.
Riparleremo di ci pi tardi; cerchiamo ora di raggiungere quel gruppo d'alberi. Puoi camminare o vuoi che ti porti ancora?
Non pesi molto, per le mie braccia.
Preferisco servirmi delle mie gambe mio buon Tabriz.
Avanti allora, mio signore. Non distiamo che mezzo miglio, e forse meno; tieni pronte le armi.
Che cosa temi?
Nelle rade oasi della steppa della fame, si rifugiano banditi e belve feroci, e gli uni non sono meno pericolosi delle altre.
Andiamo, Tabriz.
Ad occidente si scorgevano gruppi di piante che occupavano una superficie di parecchi ettari e quasi tutte d'alto fusto; era quindi probabile che vi dovesse essere dell'acqua, non potendo i vegetali crescere in mezzo a quelle sabbie salate, se non trovano nel sottosuolo un po' d'umidit.
I due fuggiaschi, animati dalla speranza di tuffare le loro aride labbra in qualche fresca sorgente, non tardarono a raggiungere quella specie d'oasi che sembrava, almeno apparentemente, disabitata.
Fu per una disillusione, poich quelle foreste non promettevano a prima vista alcun frutto. Non vi erano che dei platani semi-intristiti, degli honna, alberi che danno solo una materia colorante, usata dalle donne turchestane e persiane per tingersi le mani ed i piedi e soprattutto le unghie, delle assa fetida (resina antispasmodica) e degli alberi d'incenso, di nessuna utilit pei due assetati.
Non siamo fortunati, disse Tabriz, che si era fermato sul margine dell'oasi. Qui non troveremo n un fico, n un melogranato.
E nemmeno una goccia d'acqua? chiese Hossein, con spavento.
Non abbiamo ancora esplorato queste macchie, signore.
Impugna le pistole e andiamo avanti.
Dopo avere tesi gli orecchi, colla speranza di udire il mormorio di qualche ruscelletto, s'inoltrarono cautamente sotto le piante aprendosi il passo fra gruppi di mikanseta levigata, belle piante della famiglia dei baccari, che spuntano anche sui terreni pi aridi, e d'astragalli, e guardando attentamente a terra, essendo di solito quelle oasi infestate da certi ragni, grossi come una noce e la cui morsicatura  talvolta mortale.
Avevano attraversati gi tre o quattro gruppi di alberi, quando Tabriz si arrest bruscamente, armando la pistola.
Cos'hai veduto? chiese Hossein, imitandolo.
Mi  sembrato d'aver udito un lieve mugolo.
Dove? chiese Hossein.
In mezzo a quel gruppo d'astragalli, rispose Tabriz, indicando una fitta macchia di quelle piante.
Che vi sia nascosto qualche animale?
 probabile, signore. Le pantere non mancano nella steppa della fame.
Buon segno se ne trovassimo una qui.
Perch signore?
Significherebbe che qui vi  dell'acqua.
 vero.
Andiamo a vedere. Siamo in due e non abbiamo paura, noi.
Specialmente quando abbiamo dei kangiarri, aggiunse il gigante.
Non sapendo con quale animale avevano da fare, s'avanzarono tenendosi dietro i tronchi degli alberi, onde avere, in caso d'improvviso attacco, almeno un riparo e, giunti dinanzi al gruppo d'astragalli, sostarono mettendosi in ascolto.
Dell'acqua! esclam ad un tratto Tabriz, mentre il suo viso diventava raggiante. La odo a gorgogliare.
Dov'?
L in mezzo. Non odi, mio signore?
S, mi pare.
Siamo salvi!.... Accorriamo!....
E la belva?
Fosse anche una tigre non mi farebbe paura, disse il gigante snudando il kangiarro.
Si era gettato dentro alla macchia, ma non aveva fatti cinque passi che incespic in qualche cosa di molle, mentre sotto di s udiva un miagolo e si sentiva nel medesimo tempo, graffiare gli stivali.
Fermo, Hossein! grid.
Uno scroscio di risa gli rispose; poi la voce del giovane si fece udire:
Tu schiacci dei gatti, Tabriz. Ricordati che Maometto ha proibito di ucciderli.
...
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...
CAPITOLO 5.
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L'oasi.
...
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... 
Il gigante che era caduto lungo disteso, un po' piccato da quello scoppio di risa e da quelle parole ironiche, si era prontamente alzato bestemmiando e ben deciso di fare a pezzi gli animali prediletti del Profeta, quantunque non credesse affatto che fossero tali.
To'!.... To'! esclam ad un tratto, levando in aria il suo kangiarro. Ah!.... Tu, mio signore, li chiami gatti, questi?
Guardati.... La madre pu essere vicina.
Due animali, non pi grossi di due gatti comuni, dal pelame giallognolo, cosparso di macchie leggermente nerastre, giocherellavano in mezzo agli astragalli, senza darsi alcun pensiero dei due turchestani.
Tu dunque, Tabriz, avresti paura di queste due bestiuole? chiese Hossein, vedendo il gigante girare intorno gli sguardi.
Due delle mie dita sono gi troppo per strangolarli, rispose il gigante.  della loro madre e del loro padre che io ho paura, signore.
Che animali sono dunque codesti?
Oncie.
Una specie di pantere, piuttosto rare a dire il vero.
Pericolose?
Non meno delle pantere, quantunque siano un po' pi piccole.
Vuoi uccidere questi piccoli?
Non irritiamo i loro genitori, signore. Dissetiamoci, giacch qui odo scorrere dell'acqua e poi prendiamo il largo e andiamo ad accamparci sul margine dell'oasi.
Con una mano lev le foglie secche che coprivano il suolo e mise allo scoperto un rivoletto d'acqua, che scorreva quasi interamente nascosto.
A te, padrone, mentre io ti faccio la guardia, disse.
Il giovane, che si sentiva morire di sete, si gett a terra mettendosi a bere avidamente. Stava per alzarsi, quando ud Tabriz a gridare:
Le armi, padrone!
Hossein d'un balzo fu in piedi, colle pistole puntate.
Che cosa c'? chiese.
Sono i genitori che tornano!... Fuggiamo!...
Si slanciarono fuori dalla macchia d'astragalli, dirigendosi frettolosamente verso il margine dell'oasi, dove contavano, in caso di pericolo, di mettersi in salvo su qualche alto albero, avendone scorti alcuni in quella direzione.
Se avessero avuto dei buoni archibugi, avrebbero indubbiamente fatto fronte alla belva o alle belve, non essendo improbabile che oltre alla femmina vi fosse anche il maschio.
Non possedendo che delle vecchie pistole, di portata limitatissima e di scatto malsicuro, non avevano osato soffermarsi, specialmente in mezzo a quella folta macchia, dove potevano correre il pericolo di venire assaliti di sorpresa e da due parti.
Giunti sotto un grosso melogranato selvatico, Tabriz e Hossein si erano fermati guardando attentamente sotto le piante e tendendo gli orecchi.
Che ti sia ingannato Tabriz? disse Hossein, dopo qualche minuto di attesa, non vedendo comparire alcun animale sotto gli alberi.
No, signore, ho udito i cespugli a muoversi e giurerei anche di aver veduto, fra le foglie, a brillare due occhi ardenti.
Sono dunque cos pericolosi quegli animali, per far battere in ritirata un uomo come te?
Valgono le pantere e...
Taci!...
Un ramo che si  spezzato,  vero?
No, un frusco come se qualcuno cercasse d'aprirsi il passo fra gli astragalli.
Saliamo su quest'albero, signore. Saremo pi sicuri che a terra.
Il gigante prese Hossein e lo alz lungo il tronco del melogranato fino al ramo pi basso, a cui il giovane si aggrapp mettendosi lestamente a cavalcioni.
Il gigante che poteva abbracciare la pianta, si mise ad arrampicarsi, facendo sforzi prodigiosi per far presto.
Stava per toccare il ramo, quando ud Hossein a gridare:
Eccoli!... Presto, Tabriz!
Due animali, che avevano la taglia delle pantere, si erano slanciati fuori degli astragalli con un balzo immenso, poi si erano precipitati verso l'albero, mandando un ruggito sommesso, d'un timbro ben diverso da quello del leone.
In un lampo furono sotto al melogranato ed il pi grosso, il maschio senza dubbio, con un slancio straordinario afferr Tabriz per una gamba, tentando di tirarlo gi.
Fortunatamente il gigante aveva gli stivali dalla pelle resistentissima e possedeva un sangue freddo ammirabile.
Allung lestamente una mano verso il ramo ed in due tempi vi si iss sopra, mentre la belva, delusa, si lasciava ricadere a terra.
Un momento di ritardo e mi tirava gi, disse Tabriz, che si era messo a cavalcioni del ramo, dietro a Hossein.
Le accomoderemo ora noi perbene, mio bravo Tabriz. I tuoi stivali sono in buono stato?
Sono di pelle di cammello e non cedono facilmente.
Cerchiamo di fare un buon doppio colpo.
E di non mancarlo soprattutto, signore. Non abbiamo che otto palle fra tutti e due a nostra disposizione e dei cattivi incontri possiamo farne ancora.
Abbiamo commessa una grave imprudenza a non prendere a quei due usbeki le loro munizioni!
Le due belve, mancato il primo attacco, si erano messe a girare e rigirare intorno alla pianta, senza osare di salire, ci che sarebbe stato per loro facile, essendo gli once abilissimi arrampicatori.
Erano due bellissime bestie, grosse quanto una pantera nera di Giava, dal pelame pallido, cosparso di grandi macchie nere, un po' irregolari, e di anelli rotondi un po' oscuri ed una coda lunga, somigliante a quella delle pantere africane.
Pur girando, non staccavano i loro occhi dai due turchestani, saettando su di loro lampi verdastri e fosforescenti.
Che siano affamati o irritati perch abbiamo scoperto il loro covo? si chiese Hossein.
Forse l'uno e l'altro, rispose Tabriz. Signore, affrettiamoci a sbarazzarci di questi importuni.
Proviamo queste pistolacce, dunque, bench non valgano le nostre, disse Hossein.
A me il maschio che  il pi grosso, e a te la femmina, aggiunse poi.
S'accomodarono meglio che poterono sul ramo, mirarono attentamente le due bestie che si erano fermate a pochi passi dall'albero, come se studiassero il modo di spingere vigorosamente l'assalto e fecero fuoco quasi contemporaneamente, scaricando due colpi ciascuno.
Quando il fumo si dilegu, videro contorcersi a terra la femmina; il maschio invece, spaventato dalle detonazioni, scappava, spiccando salti di cinque o sei metri.
Che l'abbia mancato? si chiese Hossein.
Cattiva polvere, signore, rispose Tabriz. Non so per quale miracolo sia riuscito a me di buttare a terra la femmina.
Mi spiace di non aver abbattuto il maschio.
Forse tu l'hai ferito, padrone.
Avrei desiderato vederlo cadere; pi tardi pu tornare.
E lo riceveremo con un'altra scarica, signore.
Allora scendiamo e teniamo d'occhio il maschio.
Hossein si penzol dal ramo e si lasci cadere a terra. Il gigante, che temeva la ricomparsa del maschio, fu pronto a imitarlo.
Ecco un bell'arrosto, disse, guardando la femmina.
Che puzzer di selvatico, rispose Hossein.
Se mangiamo le gazzelle e gli onagri, possiamo piantare i denti anche su questa bestia, purch il maschio non venga a protestare.
Hai un bell'appetito tu, Tabriz?
Pi sete che fame, signore. Ho la gola arsa.
L'acqua non  lontana...
E i piccini, signore.
Fuori il kangiarro.
Sono pronto a spaccare il muso all'once, disse il gigante, sfoderando l'arma. Se viene avr il suo conto.
Respinsero coi piedi il cadavere della belva e s'inoltrarono risolutamente verso la macchia d'astragalli, in mezzo alla quale scorreva il rivoletto d'acqua che in nessuna altra parte dell'oasi avevano trovato.
Il maschio pareva che fosse scomparso, giacch in mezzo al verde cupo del fogliame non si scorgeva il suo mantello biancastro. Tuttavia i due turchestani procedevano con precauzione, tenendo le pistole pronte ed i kangiarri snudati, ben decisi a consumare le ultime quattro cariche in caso di pericolo.
Non vedendo l'once, entrarono nella macchia e giunsero l dove i due piccini, abbandonati a s stessi, stavano giuocando fra di loro, mordendosi a sangue.
Ecco l'arrosto, disse Tabriz, dopo d'aver dato un rapido sguardo all'intorno.
Due strette poderose bastarono per strozzare i due piccini.
Sollev poi colle mani le foglie che coprivano il suolo e si mise a bere a larghi sorsi, mentre il nipote del beg vegliava.
Stava per alzarsi, quando un'ombra gigantesca lo attravers, piombando, con uno slancio terribile, addosso ad Hossein e atterrandolo, prima che avesse avuto il tempo di puntare la pistola o d'alzare il kangiarro.
A me, Tabriz! Aveva urlato il giovane.
Ah!... Brutta bestia! url.
L'once non era che a tre passi.
Tabriz, con un solo salto, super la distanza, afferr la bestia per la coda e la trasse a se con vigore sovrumano, facendole fare un mezzo giro.
L'once, che forse non s'aspettava quell'attacco brutale, si volse ringhiando e mostrando i denti.
Ma gi Tabriz aveva abbandonata la coda per impugnare il kangiarro.
La lama scintill un momento in aria, poi cadde fischiando.
Ecco il tuo conto! url Tabriz.
La testa dell'once completamente staccata, cadde a terra.
Bel colpo! esclam Hossein. Tu taglieresti la testa anche ad un toro.
Si fa ci che si pu, signore, rispose il gigante, pulendo la lama sul corpo della belva. Il braccio  solido; su ci non ho alcun dubbio.
Presero i due piccoli once e tornarono verso il margine dell'oasi, dove fecero raccolta di rami secchi.
Tabriz, che aveva conservato l'acciarino e l'esca, accese il fuoco, lev la pelle ai due once e, dopo d'averli infilati in un bastone, li mise sui tizzoni ardenti, girandoli di quando in quando, ma anche brontolando:
Se avessimo almeno una pipa e del buon tomak! Che colazione squisita!... Ah!... gi, ci vorrebbe anche una sorsata di kumis, ma dove trovare delle cammelle in questa maledetta steppa?  proprio la steppa della fame!
Mentre sorvegliava l'arrosto, Hossein, col capo appoggiato al tronco d'un albero, pareva si fosse immerso in profondi pensieri.
Il suo sguardo fissava distrattamente la fiamma che arrostiva i due once. Pensava probabilmente a Talm e all'infame tradimento di suo cugino.
Padrone, disse ad un tratto Tabriz. Il piatto forte  pronto. Peccato che non ci sia qualche focaccia di maiz e un po' di tabacco.
Lev i due gatti, come li chiamava e li mise su un mazzo di foglie di melogranato, spaccandoli con due colpi di kangiarro.
Se saranno un po' coriacei, disse, non sar colpa mia.
Pianta i denti, signore. Abbiamo ben diritto di mangiare anche noi.
I due once non tardarono a scomparire, specialmente nel ventre di Tabriz, poi i due fuggiaschi, sicuri di non venire disturbati, credendo che l'oasi non servisse di rifugio ad alcun animale feroce, si gettarono sotto l'ombra d'un grosso platano, cercando di dormire.
Quanto dur il loro sonno?
Certo non lo seppero mai.
Un grugnito rauco, che non doveva promettere nulla di buono, svegli ad un tratto Tabriz, il quale stava sognando la verdeggiante steppa dei Sarti.
Padrone!... grid, ti senti male?...
Un secondo grugnito, pi forte del primo e due gambe che gli compressero improvvisamente il petto, lo decisero ad alzarsi.
Una massa oscura, indecisa, gli stava sopra, cercando di afferrarlo.
Signore! url. Gli usbeki dell'Emiro!... All'armi!
Hossein, che dormiva quasi con un solo occhio, era balzato in piedi.
L'oscurit, resa pi cupa dall'ombra proiettata dall'albero, era per cos profonda che dapprima nulla distinse.
Tabriz! grid.
L'ho preso!...
Chi?...
Ah!... cane!... Sono abbastanza forte!...
Tabriz!...
Lo getto gi.
Chi?...
Lottare con me!... Stupido!... Ed ora ti far a pezzi!
Un urlo feroce, che fece gelare il sangue a Hossein, echeggi fra le tenebre, seguito tosto da una bestemmia.
Bestia maledetta! Mordi?..
A te!... Prendi questo!... E questo ancora! Ne hai abbastanza?...
Tabriz!...
Aspetta che lo finisca, signore. Un colpo ancora? Prendi dunque, brutta bestia!...
Un ringhio furioso segu quelle parole, accompagnato da una specie di tonfo.
 caduto! url Tabriz. Era tempo!... Che razza di bestia sar questa? Voleva lottare con me!... Le costole le ho dure io e anche le braccia sono solide!
Che cos'hai ucciso, Tabriz? chiese Hossein che aveva armata la pistola.
Non lo so davvero, signore. Accendi qualche legno, giacch vi  ancora qualche brace.
Hossein prese un ramo che stava per consumarsi, frug fra i carboni non ancora spenti e quando lo ebbe acceso l'alz, sviluppando una fiamma abbastanza luminosa.
Tabriz, esclam, questo  un orso!...
Me n'ero accorto io, rispose il gigante. Voleva impegnare una vera lotta con me!... Mi aveva afferrato cos strettamente che lo credetti un usbeko. Il pelame lo ha tradito.
E tu credevi che quest'oasi fosse deserta!...
Pare invece, signore, che sia un serraglio.
Due once ed un orso!...
Vediamo bene, Tabriz.
Accosta il tizzone, signore.
...
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CAPITOLO 6.
...
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...
Il "Loutis."
...
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... 
Non si erano ingannati: l'animale che aveva cercato di sorprenderli nel sonno, era veramente un orso d'una razza speciale, che non si trova che sul continente asiatico e specialmente fra la grande catena che, dipartendosi dall'India, si spinge verso l'Afganistan e la Tartaria in lunghe direzioni.
Infatti non aveva il corpo massiccio degli orsi neri e bruni: era invece di forme svelte, col muso molto aguzzo, le orecchie rotonde e grandi, col pelame nerastro, a striature bianche sul petto e con una specie di criniera sul collo.
Quel bestione che doveva pesar non meno di duecento chilogrammi, avrebbe potuto vincere facilmente un uomo, che non avesse posseduto la forza straordinaria di Tabriz e soffocarlo con una stretta poderosa, essendo tutti robustissimi e anche coraggiosissimi.
Il kangiarro del gigante, manovrato da quel braccio d'atleta, aveva aperte tre spaventose ferite sul corpo della belva, dalle quali il sangue usciva a torrenti.
Gli ho spaccata la spina dorsale, disse Tabriz, che non sembrava affatto impressionato. Se i bukari e gli usbeki hanno delle pessime pistole, sanno affilare a meraviglia i loro kangiarri.
Come mai questo animale, che abita ordinariamente le montagne, si trova qui? chiese Hossein che lo guardava con vivo interesse.
 quello che mi domandavo anch'io, rispose Tabriz. Deve essere disceso dal Kasret-Sultan, spinto forse dalla fame.
Tu le conosci queste bestie?
Ne ho cacciate parecchie durante la mia giovent, signore.
Pericolose,  vero?
Si rivoltano contro i cacciatori e sono il terrore degli allevatori di cavalli, signore. Quantunque siano amanti del miele e delle frutta, non disprezzano la carne quando l'hanno assaggiata.
Sanno per ricompensare le loro vittime.
In quale modo, Tabriz?
Procurando agli allevatori di cavalli degli arrosti squisiti. La carne di queste bestie vince quella dei pi grassi montoni e me ne dirai qualche cosa fra poco.
Il gigante cos parlando aveva ripreso il kangiarro e con pochi colpi vigorosi, aveva tagliato le gambe deretane dell'animale.
Signore, scuoia questi due squisiti bocconi, mentre io preparo il forno. Faremo una colazione magnifica.
Servendosi sempre del kangiarro scav una buca profonda un paio di piedi e la riemp di rami secchi accumulando gli uni sugli altri.
Ecco un forno superbo che cuciner perfettamente gli zamponi di quel gaglioffo che voleva divorarmi.
 necessario ora avvolgerli nelle foglie, onde non si brucino.
M'insegni a far cucina tu?
Cos Talm non avr da lamentarsi di te. Ah!... Stupido che sono! Non doveva rammentartela!
Hossein si era rialzato lentamente, pallidissimo.
Perdonami, signore, disse il gigante.
Anzi parliamone, disse Hossein incrociando le braccia. Metti a cucinare gli zamponi prima.
 fatto, signore, rispose il gigante sbarazzando rapidamente la buca dai tizzoni mezzi consunti e collocando sulle ceneri calde i due prosciutti dell'orso.
Riemp la buca di terra e vi accese sopra una bracciata di rami onde il calore si conservasse sotto.
Ed ora padrone? disse.
Penso a Talm! rispose Hossein. Che cosa mi consigli di fare?
Uccidere tuo cugino, signore.  lui che ha pagato le Aquile, ne sono ormai sicuro;  lui che ha tramato tutto,  lui che ha cercato di assassinarci.
Uccidilo senza piet, senza misericordia!... Se non lo farai tu, giuro sul mio kangiarro, che lo far io!... Parola di Tabriz!
A te sono sfuggiti certi sospetti che avevano colpito me e tuo zio.
Il beg?...
S, anche lui si era accorto indubbiamente di qualche cosa, perch prima che noi lasciassimo la steppa, mi incaric di sorvegliare Abei.
Lui!...
S, lui.
Vuoi farmi impazzire, Tabriz?
No, ti apro gli occhi. D'altronde forse che non abbiamo le prove che egli ha tentato di assassinarci? Che per maggior sicurezza ti aveva messo dei documenti compromettenti nella fascia? Che cosa vuoi di pi? Da un simile uomo si pu anche aspettarsi che fosse d'accordo colle Aquile.
Tabriz, bisogna che l'uccida! rugg Hossein.
Sono del tuo parere, signore.
Ma di Talm che cosa sar successo? grid il povero giovane, prendendosi disperatamente la testa fra le mani.  questo che io vorrei sapere.
Tabriz stava per aprire le labbra ed esprimere forse qualche terribile sospetto, poi subito le rinchiuse. Certo non osava dire quello che pensava riguardo la sorte di Talm.
Dimmi qualche cosa, Tabriz, disse Hossein.
Calmati, signore, rispose finalmente il gigante. Hai tu dimenticato tuo zio? Quell'uomo non lascer la tua fidanzata nelle mani dei banditi, dovesse sacrificare met della sua fortuna per mettere in armi tutti i Sarti della nostra steppa.
Ed a chi la dar poi se qualcuno sparger la voce che io sono stato ucciso sotto le mura di Kitab?
Vorr ben accertarsene prima, signore. Il beg non si accontenter di una semplice voce e mander indubbiamente dei messi fedeli a Kitab per assumere informazioni sulla nostra sorte.
E poi non siamo ora liberi noi?
Non siamo ancora usciti dalla steppa della fame, Tabriz.
Bah!... Gli usbeki ci crederanno sepolti sotto le sabbie o portati via da qualche tromba e non perderanno tempo a cercare i nostri cadaveri.
Di costoro non mi preoccupo punto e sono pi che certo che ora quei furfanti galoppano verso Bukara.
Hossein pareva che si fosse tranquillizzato. L'accesso di disperazione che l'aveva colpito poco prima era, se non del tutto, almeno in parte scomparso.
Pu darsi che tu abbia ragione, disse finalmente. Quanto credi che sia lontano l'Amu-Darja?
Non potremo raggiungerlo prima di otto giorni, padrone. Non possiamo contare che sulle nostre gambe e pur troppo noi, abituati a vivere quasi sempre sui cavalli, siamo pessimi camminatori.
Cerchiamo di far onore al pasto se vogliamo rimetterci in forza, poi ce ne andremo portando con noi qualche provvista.
E dell'acqua soprattutto.
S, padrone.
Che non sapremo dove mettere non avendo noi nessun recipiente.
L'orso ci offrir la sua vescica e quella ne conterr parecchi litri.
Padrone, l'arrosto deve essere cotto a puntino. Dimentica tutto e lavora di denti.
Colla punta del kangiarro disperse i tizzoni quasi semi-spenti, ammucchiati sopra la buca, scav il suolo e senza badare all'intenso calore che si sprigionava da quel forno primitivo, lev destramente l'arrosto, il quale esalava un profumo squisito.
Ecco un boccone che anche l'Emiro di Buckara ci invidierebbe, mormor il gigante.
Strapp da un cespuglio alcune larghe foglie e vi depose il zampone, dopo averlo sbarazzato del suo involucro.
Cottura perfetta, signore, disse. Vedi come la pelle  magnificamente screpolata e arrosolata?
Tagli l'arrosto in quattro parti e si misero tutti e due a mangiare.
Avevano ingoiati per pochi bocconi, quando una voce gioviale disse dietro di loro:
Buona sera, signori. Non vi  nulla per un povero loutis che muore di fame e che non ha pi la sua scimmia per guadagnarsi da vivere?
Tabriz e Hossein, colti all'improvviso, balzarono precipitosamente in piedi, impugnando i kangiarri.
L'uomo che era sbucato fra le macchie d'astragalli, fece un cenno con ambe le mani, come per dire:
Da un povero diavolo par mio non avete nulla da temere, signori.
To'! esclam Tabriz dopo d'averlo squadrato attentamente, io ti ho veduto ancora.
E anch'io, signore, disse Karaval, poich era lui.
Tu facevi parte della carovana che conduceva a Bukara i prigionieri fatti a Kitab,  vero?
S, io la seguivo per divertire colle mie scimmie quei disgraziati e nel medesimo tempo per guadagnare qualche cosa.
Se non m'inganno avevi un compagno.
Anche questo  vero, rispose Karaval.
Come ti trovi ora qui? prosegu Tabriz, guardandolo un po' sospettosamente. Perch non hai seguita la carovana?
Nel momento in cui le sabbie precipitavano sull'accampamento degli usbeki, mi sono sentito sollevare in aria e scaraventare non so dove. Una tromba mi avr preso fra le sue spire e portato via.
Come siamo stati portati via noi, disse Hossein.
Quando rinvenni, mi trovai solo in mezzo alle dune, colle ossa tutte peste. Mi orizzontai come meglio potei e cercai di riguadagnare l'accampamento, ma non trovai pi n tende, n usbeki, n prigionieri, nulla.
Erano partiti tutti?
Uhm! ne dubito, mio signore, rispose il birbante. Io credo che quei poveri diavoli siano rimasti sotto la sabbia insieme coi cammelli.
Non sei per certo, disse Tabriz.
L dove si erano accampati non ho veduto altro che una enorme collina sabbiosa. Se avessi avuto qualche istrumento, per tentare qualche scavo, sono sicuro che sotto avrei trovato degli uomini e anche degli animali.
E poi? Continua.
Poi mi sono messo subito in marcia per raggiungere quest'oasi, onde non espormi al pericolo di morire di sete.
Dunque tu conosci questa steppa?
Vi sono nato, signore, e poi noi, conduttori di scimmie, camminiamo tutto il tempo della nostra vita, sicch la Tartaria, la Persia, i Kanati e il Belucistan ci diventano presto famigliari.
Siedi fra noi allora e mangia, disse Hossein. Abbiamo carne in abbondanza.
Lo vedo, signore, rispose Karaval gettando uno sguardo ardente sull'orso che giaceva a pochi passi dal forno.
Tutti e tre si rimisero a lavorare di denti senza aggiungere altra parola. Il birbante divorava avidamente come se non avesse mangiato da quarantott'ore; per, quando non si vedeva osservato, fissava intensamente ora il gigante ed ora il nipote del beg e un fugace sorriso malizioso gli spuntava sulle sottili labbra.
Il furfante doveva essere ben contento di aver ritrovati i fuggiaschi!
Terminato il pasto, inaffiato da una lunga sorsata d'acqua, non avendo nemmeno il mostratore di scimmie un sorso di kumis, i tre uomini s'accordarono, prima di lasciare l'oasi, di cucinare un altro pezzo d'orso e di preparare un otre per non esporsi al pericolo di morire di sete durante il viaggio nella steppa.
Quei preparativi per richiesero parecchie ore e non fu che verso il tramonto che i tre uomini lasciarono il rifugio, incamminandosi nella direzione opposta, che avrebbe dovuto tenere la carovana.
Tabriz, sempre sospettoso, non aveva prestata intera fiducia alle affermazioni del mostratore di scimmie.
La steppa sabbiosa, dopo un uragano, cambia sovente aspetto e non  facile riconoscere un luogo che prima era ben noto, accumulandosi le dune in modo straordinario e cambiando totalmente forma, altezza e direzione.
La regione che percorrevano era tutta coperta di tep, cio di monticelli composti, pi che di sabbia, di terra finissima, disposta a strati orizzontali pieni di avanzi di animali. Nessun essere vivente animava quella terribile steppa della fame, nessuna erba o cespuglio la rallegrava.
Le lepri e le gazzelle che sono cos comuni nelle altre steppe e anche le piccole e deliziose ottarde, mancavano assolutamente.
Che brutto paese! esclamava Hossein che camminava a disagio su quei monticelli, tanto pi che non era abituato a far lunghe passeggiate.
E ne avremo almeno per otto giorni,  vero, loutis? rispondeva Tabriz che sudava copiosamente.
S, prima di riveder le limpide acque dell'Amu-Darja, mio signore.
Non c'inganneremo noi sulla buona direzione? chiedeva Hossein.
Un mostratore di scimmie non si sbaglia mai. Noi vi giungeremo di certo, se potremo rinnovare la nostra provvista d'acqua e se le nostre gambe non cederanno.
Il sole era tramontato da parecchie ore e i nostri viaggiatori, estremamente stanchi, si decisero di fermarsi fra due alte dune, che formavano una specie di burroncello piuttosto profondo, dove si trovavano gli scheletri di alcuni cammelli e di alcuni cavalli.
Siamo in compagnia poco allegra, disse Tabriz. Per questi morti ci daranno meno fastidio dei vivi.
Se  vero che anche i vivi che ci tenevano compagnia siano morti, rispose Hossein.
Speriamo che siano rimasti sepolti sotto una montagna di sabbia, signore. Se fossero scampati alla burana sarebbero gi alle nostre spalle, seguendo le nostre tracce che si conservano su questi terreni fino a che non soffia il vento.
Loutis, sai dove ci troviamo?
A non molte ore di marcia da un'altra oasi, rispose Karaval. Vi giungeremo prima di mezzod.
Troveremo acqua col?
Lo spero signore.
E anche animali?
In tutte le oasi non ne mancano.
Se siamo cos vicini, sar meglio dividere la notte in quarti di guardia, disse Hossein.
 inutile signore, rispose Karaval. Nessuno verr a turbare il nostro sonno; possiamo dormire tranquilli.
Fra le dune, dove l'acqua manca, non si vede quasi mai nessuno.
Ceniamo e dormiamo onde essere ben riposati per domani all'alba.
Divorarono un altro pezzo d'orso, si dissetarono parcamente, si scavarono una buca nella sabbia e vi si lasciarono cader dentro, dopo essersi messi a fianco le armi.
Non erano trascorsi dieci minuti che Tabriz e Hossein dormivano della grossa.
Non cos per Karaval. Il bandito, forse pi abituato alle marce a piedi, o meno dormiglione, aveva ancora gli occhi aperti e con un orecchio appoggiato sulla sabbia pareva che ascoltasse con profonda attenzione.
Mezz'ora era gi trascorsa, quando bruscamente, quantunque silenziosamente, si alz.
Deve essere lui, mormor.
Non  tanto stupido quanto io l'avevo creduto.
Si lev in piedi, badando di non far scricchiolare le sabbie e guard quasi ferocemente Tabriz e Hossein, che dormivano profondamente l'uno presso all'altro, tenendo una mano sui loro kangiarri.
Sarebbe una bella occasione e tutto sarebbe finito! mormor. Due!... E poi con quel gigante che pu reggere a parecchie palle di pistola meglio d'un orso!... Fin che ammazzo l'uno, l'altro mi salta addosso e allora, mio caro Karaval, addio ai tuoi sogni ambiziosi!... Non rimarr che Hadgi, sempre Hadgi, quell'imbecille!...
No, meglio essere prudenti e aver pazienza. Io non sono uno stupido.
Attese alcuni minuti, poi vedendo che n Tabriz, n Hossein si muovevano, scivol lungo la duna pi alta, senza produrre il menomo rumore.
La sal carponi e giunto sulla cima si ferm, borbottando:
Non deve essere lontano; i miei orecchi non s'ingannano mai e percepiscono sempre i pi deboli rumori. Un capo brigante deve avere l'udito finissimo se vuol diventare...
Si era bruscamente interrotto, armando per precauzione una pistola che si era levata di sotto alla lunga zimarra e che il rigonfiamento della lunga e altissima fascia aveva impedito a Tabriz ed a Hossein di scorgere.
Un futuro capo deve essere sempre prudente, disse.
Un'ombra, che l'oscurit impediva di ben definire, era comparsa sulla cima d'un'altra duna e si era fermata, probabilmente animata dallo stesso spirito di diffidenza che aveva invaso il bandito.
Non mi sembra un animale, borbott finalmente Karaval.
Accost due dita alle labbra e mand un lievissimo fischio, appena modulato. Un segnale eguale rispose subito, poi l'uomo che stava sulla duna opposta si lasci scivolare sulla sabbia, toccando il fondo.
Karaval l'aveva immediatamente imitato.
Non mi sono ingannato: Dinar, disse il bandito. Ragazzo mio, tu diventi un bravo brigante e pi rapidamente di quello che credevo.
Ho una buona guida, rispose modestamente il giovane.
Se continui cos, tu diverrai un giorno, quando avr sotto i miei ordini una banda di Aquile, il mio luogotenente.
Sar l'uomo pi fortunato della terra.
Ah!... Anche tu sei ambizioso!... Bene, benissimo, coll'ambizione si pu conquistare anche il mondo.
Vi ho seguiti senza difficolt. Sono dunque loro?
Per Al, Maometto e tutti i Santi del nostro paradiso!...
Non ho mai dubitato della tua sagacia, Karaval.
Sarai mio luogotenente, figliuol mio. Sai nulla dei Bukari?
Non li ho pi riveduti.
Che siano morti davvero?
Ne ho il sospetto.
Allora abbiamo fatto bene a darcela a gambe anche noi, quando abbiamo veduto il nipote del beg e Tabriz a scappare.  stato un grave rischio per.
E che cosa intendi di fare ora, Karaval?
Karaval si accarezz la barba per qualche istante, guardando le stelle come se aspettasse da quelle qualche ispirazione, poi disse con voce grave:
 necessario ricondurli a Bukara. Dalle mani dell'Emiro non usciranno vivi, di questo sono sicuro e poi noi riceveremo un altro compenso, cos prenderemo due piccioni con una fava.
Sei un genio, Karaval. E come faremo a riconsegnarli all'Emiro?
Sull'Amu-Darja vi  un posto di usbeki e di ghirghisi, met briganti e met soldati dell'Emiro, incaricati di guardare la frontiera.
Io conosco il capo che li comanda perch un tempo era anche lui un'Aquila.
Continua.
Hai paura di attraversare da solo la steppa della fame?... Tu sei giovane e le tue gambe sono robuste ed in sei giorni potresti giungere al posto, fors'anche in otto, perch si trova pi al nord della strada carovaniera che conduce a Bukara e abboccarti con quel capo. Con cinquanta tomani quell'uomo sarebbe capace di andare in capo al mondo e di affrontare qualunque pericolo. E poi lui avr di certo una ricompensa dall'Emiro.
E poi?
Ritorni stupido, ragazzo? Mi pare che anche un bambino potrebbe ora capire ci che poi accadrebbe. Io conduco i miei due uomini verso l'Amu-Darja, il capo  pronto, ci ferma e ci prende tutti e tre. Hai capito?
S, Karaval.
Una volta presi ci conduce a Bukara e il colpo  fatto.
Tu diverrai un gran capo.
Non ne dubito neppure, rispose gravemente Karaval, lisciandosi la barba.
Ed il signor Abei non lo informeremo di ci?
Ci vorrebbero quindici o venti giorni per raggiungere la steppa dei Sarti, e poi non abbiamo nessuno su cui contare e fidarci. Sapr tutto al nostro ritorno.
Dove si trova quel capo tuo amico?
A Georlu-Tochgoi: sai andarci?
Vi ho pescato coi cormorani in mia giovent. Abbondano le garitse laggi, quei pesci squisiti che tanto piacciono a noi uomini della steppa.
Figliuol mio, parti senza indugio e cerca soprattutto di arrivare a quel luogo e possibilmente intero.
Addio Karaval.
Il giovane loutis si gett sulle spalle una bisaccia che doveva contenere certamente dei viveri, si mise le pistole sopra la fascia e risal la duna scomparendo, come un'ombra, dall'altra parte.
Ecco come si fanno gli affari, disse Karaval stropicciandosi allegramente le mani. Hadgi, di fronte a me, non  altro che un cretino.
Ed ora andiamo a ritrovare i miei protettori.
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CAPITOLO 7.
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Nella steppa della fame.
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Un po' prima dell'alba, desiderando approfittare della frescura mattutina, Tabriz e Hossein, guidati da Karaval, riprendevano la marcia attraverso all'arida ed interminabile steppa della fame.
Quell'immensa pianura sembrava che fosse diventata ancor pi brulla del giorno innanzi. Le dune di sabbia, impregnate fortemente di laminelle di sale, si succedevano senza interruzione, gettate l a capriccio dalle raffiche furiose della burana, senza un filo d'erba, senza nemmeno una magra gramigna.
Un silenzio di morte, silenzio impressionante, regnava attorno ai tre uomini: non il grido d'un uccello, non il trillo d'un grillo, non il ronzio d'un insetto qualunque. Non per niente i turchestani l'hanno battezzata la steppa della fame.
Quantunque la stagione fosse gi avanzata, regnava ancora, fra quelle dune interminabili, una temperatura da forno, che metteva a dura prova la resistenza di Hossein e di Tabriz non troppo abituati ai climi ardenti, poich la loro steppa, anche nell'estate,  relativamente fresca e bene ventilata.
Solo Karaval procedeva con passo sicuro, infischiandosi del polverone che sollevavano i suoi piedi e delle ardenti carezze del sole. Si vedeva che il birbante era ben acclimatato e che quella terribile e aridissima steppa gli era molto familiare.
A mezzod i tre uomini fecero una fermata d'un paio d'ore dietro una duna, che essendo altissima, proiettava un po' d'ombra, poi ripresero la dolorosa marcia, avendo affermato il bandito che prima del tramonto avrebbero potuto giungere ad una seconda oasi dove vi era qualche probabilit di trovare dell'acqua, e fors'anche qualche capo di selvaggina.
Infatti qualche ora dopo la scomparsa del sole, giungevano sul margine d'un gruppo di alberi che copriva due o tre ettari di terreno, alberi mezzo intristiti,  vero, ma che tuttavia promettevano un po' di frescura.
Che l'anima di Al ti porti all'inferno, loutis, disse Tabriz che non si reggeva quasi pi. Noi non abbiamo le tue gambe per compiere simili marce. Trecento miglia sempre in sella non ci spaventano; queste camminate invece ci accoppano.
Mio signore, rispose Karaval umilmente, nella steppa della fame non bisogna arrestarsi, se si vuole salvare la pelle. Guarda: il calore ha quasi vuotata la nostra riserva d'acqua. Fermati un giorno solo fra le dune e vedremo se tu uscirai vivo dalla steppa.
Mi sembra d'aver fatto la traversata dell'Asia intera.
Troveremo almeno qui dell'acqua? chiese Hossein, che si era lasciato cadere, sfinito, su un tronco d'albero atterrato.
Lo spero, mio signore, rispose Karaval. Accampati qui, mentre io vado a cercarla.
Il bandito impugn l'jatagan che portava alla cintura, prese l'otre che era gi quasi vuoto e si cacci in mezzo alle piante, non senza una certa apprensione, sapendo che le oasi erano frequentate da animali feroci. Pur camminando monologava come era sua abitudine:
Vorrei sapere se quello stupido di Dinar  giunto qui e se si  fermato. Il ragazzo ha le gambe migliori delle mie, questo  vero, pure sarei stato ben contento di rivederlo e di dargli...
Si era interrotto bruscamente e si era fermato dietro il tronco d'un grosso albero che sorgeva, quasi isolato, in mezzo ad un gruppo di cespugli.
Mio caro Karaval, mormor dopo qualche istante, bada alla tua pelle. Non tutti i banditi della steppa della fame ti conoscono ancora e nemmeno tutte le bestie. Un ramo non si rompe da s, quando la burana non soffia, almeno cos mi diceva mio padre.
Rimase immobile, cercando di confondersi col tronco, spiando attentamente le piante vicine, che erano pure rinserrate, alla loro base, da fitti cespugli; poi non udendo pi nulla, riprese la marcia sempre guardingo e fiutando l'aria come i cani da caccia.
Aveva percorsi altri venti o trenta passi, quando ud un breve tonfo, come se qualche corpo fosse caduto in un pozzo d'acqua.
Da bere ce n', mormor Karaval; vorrei per sapere chi si disseta. Apri gli occhi, amico.
Scost le fronde e si trov dinanzi ad una pozza circolare, di una dozzina di metri di circonferenza, piena d'acqua limpidissima.
La superficie avrebbe dovuto essere liscia, non soffiando alcun alito di vento; invece cerchi concentrici s'allargavano rompendosi, con un dolce sussurro contro le rive.
Qualcuno ha attraversato questo minuscolo stagno, mormor il bandito, che diventava sempre pi preoccupato.
Si guard intorno e fece subito un salto entro la pozza, sollevando uno sprazzo d'acqua e affondando fino alle anche.
Un animale che fino allora doveva essersi tenuto nascosto in mezzo ai cespugli che circondavano il microscopico stagno, con un gran salto si era slanciato sulla riva, cadendo nel medesimo posto poco prima occupato dal bandito.
Un secondo di ritardo e Karaval se lo sentiva sulle spalle.
L'animale, deluso dalla mossa fulminea del bandito, mand una specie di belato, somigliante a quello d'una pecora.
Non sei un montone, mio caro, disse Karaval. So quanto vali e conosco le tue unghie, ma non mi lascer prendere tanto facilmente.
Infatti quell'animale era non lungi dal rassomigliare ad una pecora o ad un montone. Aveva la testa d'un cane, piccola e allungata ed il corpo d'un gatto, di dimensioni grossissime, con gambe alte ed il pelame lungo e ispido, di colore grigio-giallognolo a macchie nere e brunastre.
Un ghepardo! esclam poi il bandito. Brutto vicino!
Si trattava precisamente di uno di quei prossimi parenti delle pantere e dei leopardi, che sono cos abbondanti nell'India, e che non sono rari nelle steppe turchestane.
Quantunque per corporatura sieno inferiori ai loro prossimi parenti, non sono meno sanguinari, n meno audaci, anzi sono cos coraggiosi da lottare con vantaggio perfino contro i leopardi.
Sono grandi cacciatori, essendo dotati d'uno slancio straordinario e d'una corsa cos veloce, da raggiungere anche le gazzelle.
Quantunque pericolosi, si lasciano per facilmente addomesticare e gl'indiani e gli arabi del Sahara se ne servono abilmente nelle cacce.
Il ghepardo, irritato dal fiasco fatto, si mise a girare rapidamente intorno alla riva dello stagno, soffiando e sbuffando, senza per osare di mettere le zampe nell'acqua.
Karaval quantunque non ignorasse che quegli animali mai si avventurano su un fiume, per quanto piccolo sia, avendo la medesima avversione dei gatti domestici, si era portato frettolosamente nel centro dello stagno, onde conservare una distanza tale da togliere al ghepardo ogni speranza di poterlo agguantare con un gran salto.
Pericolo non ne correr, si disse, e la mia pelle anche questa volta non verr scucita; tuttavia mi trovo come prigioniero ora, che la polvere delle mie pistole non pu pi prendere fuoco, dopo questo bel tuffo. Come uscir di qui se gli altri non accorreranno in mio aiuto?
Il ghepardo, sempre pi furioso di non poter ghermire la preda continuava la sua corsa circolare a gran salti, cercando inutilmente un luogo abbastanza stretto che gli permettesse di spiccare un salto. Di quando in quando s'arrestava bruscamente, piantandosi sulle gambe ben tese e guardando ferocemente il bandito, poi riprendeva la sua corsa.
Accortosi finalmente che sprecava le sue forze senza alcun vantaggio, si coric sulla riva, dinanzi ad un folto cespuglio, ringhiando sordamente e sferzandosi i fianchi colla coda, come un gatto irritato.
Ecco l'assedio, disse Karaval. Questo  peggiore forse di quello di Kitab, perch mi  impossibile muovermi.
Che cosa fanno il nipote del beg e Tabriz? Che si siano nuovamente addormentati? Quelli non sono uomini da camminare su queste sabbie.
Dunque signor ghepardo, che cosa facciamo? Una partita a pugni contro le vostre unghie vi assicuro che non l'accetter mai.
La belva, quasi l'avesse compreso, gli soffi contro, dimenando la testa e raggrinzando il naso.
A un certo momento fece un salto aguzzando gli occhi.
Ha udito qualche rumore, disse Karaval. Che siano il nipote del beg e Tabriz che si avvicinano? Sarebbe gi tempo.
Il ghepardo continuava ad ascoltare, dando segni evidenti d'inquietudine. Ad un tratto spicc un secondo salto evitando d'internarsi nel cespuglio, ma subito risuonarono due detonazioni, una a breve distanza dall'altra.
Karaval lo vide ripiegarsi due volte su s stesso, poi allungarsi senza fare pi alcun moto.
Grazie, miei signori! grid il bandito attraversando velocemente lo stagno e salendo la riva. Mi trovate fresco come una rosa e anche ben bagnato.
E con quanta paura indosso? chiese Hossein, comparendo assieme a Tabriz, colle pistole ancora fumanti in mano.
Nemmeno una briciola, mio signore, ve l'assicuro, rispose Karaval. Il ghepardo non poteva assalirmi e mi trovavo come entro una rocca forte.
Ti aveva assediato per bene per, disse Tabriz.
Questo  vero, signore, e la pazienza cominciava a scapparmi. Sospettavate che qualche brutta avventura mi fosse toccata!
Credevamo anzi di non trovare pi che il tuo scheletro, disse Hossein.
Tutto va bene quando le cose finiscono bene, sentenzi gravemente il bandito. Dissetatevi, miei signori;  acqua di sorgente questa e non ne berrete di cos buona nella steppa della fame.
E berremo anche la polvere che avevi indosso, aggiunse Tabriz.
La colpa non  mia, signore. Non potevo lasciarmi divorare come un pasticcio, per lasciarvi l'acqua pura.
Non siamo schifiltosi, disse Hossein.
Si dissetarono abbondantemente, tuffando avidamente le labbra semi-arse nella freschissima acqua, poi tutti e tre fecero ritorno all'improvvisato accampamento, senza pi occuparsi del ghepardo che d'altronde non meritava gli onori d'uno spiedo, essendo la carne di quelle belve coriacea e di pessimo sapore.
Tabriz, durante l'assenza del bandito, era riuscito a scoprire, in mezzo ad un cespuglio, due nidi di ottarde turchestane e non avendo potuto impadronirsi delle femmine, aveva fatto raccolta d'uova, due dozzine, che sembravano ancora fresche e che cucinate sotto la cenere, dovevano servire da cena.
Passeremo qui la notte, disse Hossein. Le marce attraverso a questa steppa ondulata, ammazzano anche i pi forti.
Io non ho alcuna fretta, mio signore, rispose Karaval, che pensava al suo compagno. Giungere al fiume dieci giorni prima o dopo, per me poco importa.
Cenarono facendo onore alle uova che si divisero fraternamente; fecero raccolta di legna onde il fuoco non si spegnesse durante la notte, non essendo ben sicuri che non vi fossero altri animali feroci nascosti fra i cespugli dell'oasi o fra le dune di sabbia dei dintorni, e si coricarono, cercando per di dormire con un solo occhio.
La notte pass tranquilla quantunque fossero pi volte svegliati dalle urla d'una coppia di lupi di montagna.
Il sole non era ancora sorto che gi i tre uomini erano in marcia dovendo attraversare una notevole distanza prima di giungere all'oasi di Kara Kum, la sola che potesse rifornirli d'acqua e promettere qualche capo di selvaggina, essendo ormai finito l'arrosto d'orso.
Quantunque non soffiasse alcun alito di vento, cortine di sabbia ondeggiavano verso ponente, ossia nella direzione che dovevano tenere i tre uomini, ora alzandosi ed ora abbassandosi.
Che stia per scoppiare un'altra burana? chiese Hossein.
No, signore, rispose Karaval, che guardava attentamente il cielo.
L'atmosfera  limpidissima e non scorgo alcun cirro che annunzi del vento.
Eppure quelle sabbie si sollevano turbinando, disse Tabriz.
Senza vento non si alzerebbero in quel modo, riprese Karaval, che si ferm per meglio osservarle.
Vi deve essere qualche grossa truppa di animali laggi, che galoppa sfrenatamente, aggiunse poi.
Delle gazzelle forse! chiese Hossein.
No, animali pi grossi, rispose poi Karaval.
Non saranno gi elefanti, disse Tabriz. La steppa non ne ha mai avuti.
Scommetterei che sono onagri.
Asini selvaggi? chiese Hossein.
S, mio signore. Talvolta si mostrano anche nella steppa della fame e sono sempre in gran numero.
Guardiamoci da loro. Quando si mettono in corsa non si arrestano nemmeno dinanzi ad un cannone, e so io se i loro calci sono potenti.
Un giorno ne ho ricevuto uno che per poco non mi uccise.
Se vi caricano gettatevi dietro le dune e lasciateli passare senza far fuoco.
Eppure, mangerei volentieri un arrosto d'asino, disse Tabriz. La carne di quegli animali  apprezzata perfino dagli Emiri.
E anche dallo sci di Persia, aggiunse Hossein. Si dice che tutti i giorni ne abbia a tavola.
L'assaggerete un'altra volta, concluse Karaval.
Le cortine di sabbia continuavano ad alzarsi, cambiando sovente e molto bruscamente direzione. Pareva che gli onagri si divertissero a galoppare ora in un senso ed ora in un altro, senza alcuna meta fissa.
 quella d'altronde la loro abitudine. Instancabili trottatori, passano le loro giornate a gareggiare fra di loro, non fermandosi che qualche minuto per mangiare qualche po' di gramigna, essendo d'una sobriet estrema.
Che quegli asini si divertano a spaventarci? chiese Tabriz, fermandosi. Non vedi tu che si ostinano a sbarrarci la via?
Me ne sono accorto da un po', rispose Karaval, che si mostrava inquieto.
Allora  segno che ci hanno veduto.
Certo, signore.
Che cosa facciamo dunque? chiese Hossein.
Il bandito stava per rispondere, quando fra le cortine di sabbia apparvero numerosi drappelli di onagri, galoppanti sfrenatamente.
Per statura rassomigliavano agli asini comuni; per le loro forme sono pi snelle, i loro orecchi un po' pi corti ed il loro pelame grigiastro, attraversato sulla schiena da una riga nera che s'incrocia con altre due all'altezza della spalla.
A terra! grid Karaval con voce tuonante.
In pochi salti raggiunsero la duna pi vicina, che formava come un piccolo bastione d'un paio di metri d'altezza, e di qualche centinaia di metri e vi si gettarono dietro stendendosi l'uno accanto all'altro.
Gli onagri, tre o quattrocento per lo meno, caricavano con furia irresistibile, varcando, con agilit stupefacente, le dune di sabbia che trovavano sulla loro corsa.
Precedevano la truppa i maschi, poi venivano i piccini, indi le femmine; per vi era una forte retroguardia formata, a quanto pareva, dagli animali pi forti.
Giunti dinanzi alla duna, dietro la quale si tenevano nascosti i tre turchestani, che si erano scavate frettolosamente delle buche, s'arrestarono un momento, poi con un gran salto la varcarono, sollevando una immensa colonna di polvere e continuarono la loro corsa indiavolata.
Il loro slancio era stato tale che n Hossein, n Tabriz, n il bandito erano stati toccati da quei terribili zoccoli.
Salvi! grid il gigante, alzandosi prontamente con una pistola in mano.
Ad un tratto una bestemmia gli sfugg.
Due masse giallastre avevano varcata la duna, cercando di piombare sulla retroguardia degli onagri.
Attento, signore! grid poscia.
Che cos'hai, Tabriz? chiese Hossein allarmato.
I leoni!...
I leoni!...
Fuggite! grid il bandito, scalando rapidamente la duna. Lass, presto!
Cinquanta passi pi innanzi s'alzava un monticello di sabbia in forma di ridotto, alto una dozzina di metri e Karaval vi si dirigeva a corsa disperata per mettersi in salvo sulla cima.
Gambe, signore, disse Tabriz, slanciandosi dietro al bandito.
In un baleno attraversarono la distanza e s'arrampicarono lestamente sull'alta duna, levando dalla cintura i kangiarri.
I due leoni che davano la caccia agli onagri, accortisi un po' troppo tardi della presenza dei tre uomini, s'erano fermati, come se fossero indecisi fra l'inseguimento di quei velocissimi animali e quelle prede umane.
Di quella sosta avevano subito approfittato gli scaltri asini per frapporre una bella distanza. Galoppavano ormai a pi di cinquanta metri, continuando a scavalcare le dune con una forza indiavolata.
Quei birbanti ci hanno lasciati in un fastidio, disse Karaval. I leoni non potranno pi raggiungerli e cercheranno di rifarsi della colazione perduta colle nostre polpe. Sono maschio e femmina, e probabilmente a ventre vuoto.
Da dove vengono quelle bestie? Nella nostra steppa non ne ho mai veduto uno, domand Tabriz.
Dai deserti della Persia di certo, rispose Karaval. Ve ne sono in quel paese e non pochi anche.
Badate, disse in quel momento Hossein. S'avvicinano.
I leoni si erano accostati alla prima duna, e l'avevano superata, scendendo dalla parte opposta.
Non erano animali grossi come quelli di Barberia, essendo quelli persiani di taglia pi piccola; tuttavia non erano meno temibili, possedendo uno slancio forse pi impetuoso di quelli africani e maggior agilit.
Pareva per che non avessero molta premura di dare l'assalto alla seconda duna e che volessero prima rendersi un conto esatto dei mezzi di difesa degli assediati, poich di quando in quando sostavano per guardare, manifestando anche una certa inquietudine a giudicarlo dalle mosse irrequiete delle loro code.
Prendiamo posizione, disse Tabriz. Io la fronte, voi altri l'altra china: sono sicuro che tenteranno l'attacco da due parti.
Se non aspetteranno la notte, disse Karaval.
E noi dovremo rimanere qui ad arrostirci e a rosicchiarci le unghie? Non abbiamo nulla da mettere sotto i denti.
Ti rifarai pi tardi, con una coscia di leone, Tabriz, disse Hossein.
Pessima selvaggina anche quella, signore. Il ghepardo valeva di pi.
Pare che i leoni tengano consiglio, disse Hossein che non li perdeva di vista.
Poi, volgendosi verso Karaval gli chiese:
Sono cariche le tue pistole?
S, signore; dubito per che la polvere prenda fuoco. Deve essere ancora bagnata.
Ed io non ho che una sola carica. E tu Tabriz?
Due sole, padrone.
Tre colpi sono gi qualche cosa.
E poi abbiamo i kangiarri e anche quelli valgono. Ah!... I signori leoni continuano l'esplorazione!... Non credevo che fossero cos prudenti.
Cercano di guadagnarsi la colazione senza esporre le loro giubbe, disse il bandito.
Le due belve, contrariamente alla loro abitudine, dimostravano infatti un'eccessiva prudenza.
Dopo essersi avvicinati alla collinetta, quasi strisciando sulle sabbie, si erano divisi per farne il giro in senso contrario, misurando cogli occhi l'altezza e cercando probabilmente il punto migliore per procedere all'attacco.
Compiuta quella seconda esplorazione, si erano sdraiati l'uno presso l'altro, mandando due sordi ruggiti.
Ecco l'assedio, disse il bandito. Ieri sera il ghepardo, ora i leoni. Finir per trovarmi un asilo nel ventre d'una bestia feroce.
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CAPITOLO 8.
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L'attacco dei leoni.
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... 
Tutte le belve, a qualunque razza appartengano, non osano, anche se spinte dalla fame e sicure della vittoria, assalire in pieno giorno l'uomo, mentre invece non esitano, se si presta loro l'occasione, a scagliarsi su una gazzella, su un antilope e perfino contro le gigantesche giraffe.
Si direbbe che lo sguardo umano le rende titubanti, e perci attendono sempre le tenebre per agire.
I due leoni, impressionati fors'anche dall'aspetto risoluto dei tre turchestani e dalla taglia gigantesca di Tabriz, invece di muovere direttamente all'attacco, si erano accovacciati aspettando la scomparsa del sole, per espugnare la posizione, forse colla magra speranza di sorprendere i difensori addormentati.
Io comincio a credere, disse Tabriz, che quei signori abbiano lo stomaco meno vuoto di quello che abbiamo supposto finora e che ieri sera abbiano inghiottita una cena pi abbondante della nostra.
Perderemo un tempo troppo prezioso, disse Hossein, che pensava in quel momento a Talm.
Dopo l'Amu-Darja noi troveremo quanti cavalli vorremo, signore, ed in un paio di giorni giungeremo dal beg.
E la trover col? chiese Hossein con angoscia.
Zitto, signore, questo non  il momento n il luogo opportuno per parlare di ci.
Ah!.. I leoni si permettono il lusso di schiacciare un sonnolino!... Se vi potessi sorprendere vi accarezzerei per bene i gropponi col mio kangiarro.
Infatti le due belve, vedendo che i tre uomini non si decidevano a scendere, avevano posata la testa fra le zampe anteriori, socchiudendo gli occhi. Non vi era per da fidarsi di quel sonno pi apparente forse che reale. Le orecchie erano tese ben diritte, per raccogliere i pi lievi rumori, ed i tre turchestani non ignoravano l'acutezza dell'udito di quei terribili animali.
Nondimeno Tabriz, che cominciava ad averne abbastanza di quell'assedio che dovevano sostenere sotto un sole cocentissimo, a ventre vuoto e per di pi fra il polverone che l'ultima galoppata degli asini selvaggi aveva sollevato e che non si era ancora disperso, credendo che i leoni assopiti dal calore si fossero veramente addormentati, si decise a tentare la discesa.
Accada quello che si vuole, vado ad attaccarli, disse a Hossein.
Allora t'accompagno anch'io, rispose il giovane.
Voi state per commettere una pazzia, signori, disse Karaval.
Il birbante non diceva quelle parole per salvare le loro vite, bens per la paura che venissero sbranati e di dover poi sostenere l'assedio da solo.
Se tu hai paura rimani, rispose Tabriz.
Io non sono un soldato come voi. Non sono che un povero loutis.
Resta dunque.
Armarono le pistole e trassero i kangiarri, poi cominciarono a scendere con infinite precauzioni, onde non far franare le sabbie.
Volevano accostarsi fino a tiro di pistola, non dubitando dell'esattezza dei loro colpi.
I due leoni pareva si fossero realmente addormentati, poich non accennavano ad aprire gli occhi.
Avevano compiuto met discesa, quando un ruggito, che si era propagata fra le dune, come un colpo di tuono, echeggi improvvisamente.
Il maschio si era alzato di scatto colla criniera irta, raccogliendosi prontamente su s stesso, come se si preparasse a spiccare il salto.
In guardia, signore! grid Tabriz.
Non aveva ancora finito che il leone si scagliava contro Hossein che si trovava pi in basso.
Il giovane s'appoggi alla duna e spar risolutamente, con una calma ammirabile, il suo ultimo colpo di pistola.
Il leone, arrestato per cos dire al volo, cadde da una parte, rotolando quasi ai piedi di Tabriz.
Prendi! url allora il gigante assestandogli un poderoso colpo di kangiarro.
La terribile lama squarci netto il collo della belva, facendo sprizzare alto il sangue.
Intanto la leonessa, svegliata dal ruggito del compagno e dal colpo di pistola, era pure balzata in piedi, ma ebbe un momento di esitazione, e quello fu la salvezza dei turchestani.
Due spari rimbombarono, seguiti da un ruggito formidabile, poi, dileguatosi il fumo, Tabriz e Hossein scorsero la leonessa a fuggire attraverso la steppa, varcando a gran salti le dune.
Ehi, loutis, grid il gigante, volgendosi verso Karaval.
Hai veduto come noi, uomini della steppa turchestana, sappiamo ammazzare i vostri leoni?
Sparate meglio dei cosacchi del Don, voi, si limit a rispondere il bandito.
Possiamo riprendere la marcia?
Sono ai vostri ordini, signori. Abbiamo perduto gi troppo tempo e giungeremo tardi all'oasi di Kara-Kum.
Non vedendo pi la leonessa, lasciarono frettolosamente la collinetta e dopo d'essersi bagnate le labbra coll'acqua, contenuta nella vescica, si misero senz'altro in marcia affrettando il passo.
Fu solamente tre ore dopo il tramonto, che giunsero all'oasi, completamente sfiniti e quel che era peggio, affamati.
Quella macchia per essendo pi vasta delle altre e ricca d'alberi e di cespugli, forn loro dell'acqua ancora pi fresca di quella del piccolo stagno del ghepardo e uova in abbondanza, essendo abitata da veri stormi di houbara.
Cenarono di buon umore, accanto al pozzo e si stesero poscia presso il fuoco montando, uno per volta, la guardia, non essendo sicuri che non vi fossero delle belve.
Nei giorni seguenti continuarono la terribile marcia attraverso a quell'interminabile steppa ed al sesto giorno scoprivano finalmente la zona alberata che segue l'Amu-Darja, dalla sua sorgente fino alla sua foce.
Karaval aveva manovrato in modo da portarsi vicinissimo alla stazione comandata dal capo ghirghiso o usbeko che fosse, suo amico, che vegliava la frontiera per incarico dell'Emiro. Conoscitore profondo della steppa della fame, e di tutte le sue oasi, era sicurissimo di non essersi ingannato.
Signori, disse fermandosi dinanzi ai primi alberi e fingendo una gioia immensa, ecco la parte pi difficile del nostro viaggio compita.
Non ci rimane che di attraversare il fiume e saremo nella steppa degli Illiati, che confina con quella dei Sarti.
Tu sei un brav'uomo, gli rispose Hossein, e avrai un regalo degno d'un nipote d'un beg.
Troveremo un guado? chiese Tabriz.
Ecco il difficile, signore, rispose il bandito. L'Amur qui deve essere larghissimo e profondissimo e senza una barca non potremo attraversarlo.
Per, se non m'inganno, non dobbiamo essere lontani da una stazione di pescatori di garitse. Conoscete quei deliziosi pesci che somigliano alle trote?
Ci preme conoscere pi i pescatori che i pesci, disse Tabriz.
Volete lasciare a me l'incarico di andarli a cercare?
Mancano tre ore al tramonto e le mie gambe sono ancora in ottimo stato.
Qui d'altronde nulla avrete da temere, essendo queste rive quasi disabitate.
Tornerai con una barca? chiese Hossein.
Ve lo prometto, signore. Continuate la marcia fino al fiume, accendete il fuoco e aspettatemi.
Intanto cercheremo di procurarci la cena, disse Tabriz.
Addio, signori, contate su di me, concluse il bandito allontanandosi.
Mentre egli seguiva il margine della zona alberata, Tabriz e Hossein si erano cacciati sotto le vlte di verzura, premurosi di giungere sulla riva del fiume.
Una vegetazione splendida, formata per quasi esclusivamente da querce e da platani e da enormi cespi di rose ancora in fiore, formava come una fascia di qualche chilometro di estensione, non potendo le infiltrazioni delle acque spingersi pi lontano.
Che frescura deliziosa per sotto quelle ombre, specialmente per uomini che, da otto giorni, si arrostivano da mane a sera sotto un sole implacabile e che avevano sempre marciato.
Qui mi sembra di rivivere, disse Tabriz. Si direbbe che i pori della mia pelle disseccata, assorbano voluttuosamente l'umidit del fiume.
E poi questa  l'aria della nostra steppa, signore.
Mista ad aria satura di vendetta, aggiunse Hossein che era diventato tetro.
Se non l'ucciderete voi, lo finir io, signore. L'ho giurato, e gli uomini della steppa sanno mantenere le loro promesse, checch avvenga.
Mio zio non perdoner:  implacabile come noi, lo conosco troppo bene. Vi  sempre per un sospetto che mi cruccia.
Quale, signore?
Che Abei mi abbia surrogato, credendomi morto.
Non parlare di ci, ora, signore. Ecco il fiume: lasciamo l'argomento scottante e vediamo se possiamo guardare l'Amu-Darja senza attendere il ritorno del loutis.
Il fiume in quel luogo era largo cinquecento metri per lo meno, e le sue acque scorrevano rapidissime ed a quanto sembrava dovevano essere anche assai profonde.
Per di pi la riva opposta non offriva alcun approdo, essendo formata da altissime rocce tagliate a picco, di colore nerastro e che trasudavano una materia vischiosa, di colore oscuro, che scivolava lentamente nel fiume in forma di serpenti.
Senza una barca noi non potremo passare, disse Tabriz. E poi dovremo ancora scendere o risalire il fiume.
Dinanzi a noi si trova un terreno petrolifero. Non vedi la nafta che cola da quelle rupi?
Aspettiamo il loutis, rispose Hossein. Sapendo di ricevere un premio, non mancher di ritornare.
Vado a cercare qualche cosa da porre sotto i denti. Trover certo qualche albero da frutta.
La breve gita di Tabriz, non fu troppo fortunata. Tuttavia riport un po' di ribes e delle bacche, sufficienti a calmare momentaneamente la fame.
Ci accontenteremo di questo per ora, disse il gigante. Il loutis sa che siamo a secco di viveri e non mancher di portarci almeno qualcuno dei suoi famosi pesci.
Divorarono la frugalissima cena, accesero il fuoco per segnalare alla loro guida la loro presenza, poi si sedettero sulla riva, sotto una grossa quercia che lanciava rami giganteschi in tutte le direzioni.
Entrambi erano diventati muti e non staccavano gli sguardi dalla sponda opposta che serviva di barriera alla loro steppa. Certo pensavano al beg, a Talm e soprattutto ad Abei, al miserabile che per poco non li aveva uccisi e che era stato la causa di tutte le loro disgrazie.
Le tenebre erano calate da un paio d'ore, quando Tabriz, che di quando in quando osservava il basso corso del fiume, scorse un certo numero di punti luminosi che si riflettevano vivamente nelle acque del fiume.
Quelle sono barche di pescatori, disse alzandosi. Il loutis ce ne aveva promessa una e giunge invece con una flottiglia. Avrei meglio desiderato che fosse una sola, piuttosto di tante.
Temi qualche sorpresa, Tabriz? chiese Hossein che pareva uscisse allora da un sogno.
Io non ho mai avuto rapporti coi pescatori dell'Amu-Darja, quindi non ti posso dire se sono galantuomini o birbanti.
Nulla potrebbero toglierci. I bukari dell'Emiro mi hanno preso perfino l'ultimo tomano.
E anche a me, signore.
I punti luminosi intanto ingrandivano a vista d'occhio e le barche cominciavano a delinearsi abbastanza nettamente. A bordo si scorgevano parecchi pescatori, che arrancavano con gran lena per vincere la forza della corrente.
Tabriz cont sei barche, piuttosto pesanti, essendo tutte scavate nel tronco d'un albero, montate ognuna da cinque pescatori, quattro ai remi ed il quinto al timone.
Dinanzi ad ognuna, all'estremit d'un lungo bastone che reggeva una specie di borsa, formata di filo di rame, ardevano pezzi di legno, cosparsi di nafta o di petrolio, onde proiettassero maggior luce.
Sui bordi, Tabriz e Hossein scorsero, non senza un certo stupore, degli uccelli dalle gambe piuttosto lunghe, che si tenevano l'uno accanto all'altro e che sembravano liberi.
Sono pescatori o cacciatori? si chiese Tabriz. Che cosa fanno quei volatili?
In quel momento una voce a loro ben nota s'alz sulla prora della prima scialuppa, gridando:
Eccomi, signori!... Giungo in buon punto.
Il loutis! esclamarono Tabriz e Hossein.
La scialuppa, con pochi colpi di remo, giunse presso il fuoco che ardeva sulla riva, ed il bandito balz a terra, dicendo:
Noi siamo ospiti di questi pescatori e non avrete nulla da temere da parte loro. Sono brava gente.
Acconsentono a farci attraversare il fiume? chiese Hossein.
S, signore, non prima di domani mattina per, essendo ora occupati alla pesca della garitsa. E poi per trovare un approdo, noi siamo costretti a discendere il fiume per parecchie miglia, essendo qui la riva opposta tagliata a picco per un lunghissimo tratto e troppo pericolosa.
Ce n'eravamo accorti, disse Tabriz.
Vi  una zona petrolifera al di l delle rocce. Imbarcatevi, signori, e assisterete ad una pesca divertente.
A ventre vuoto?
Ho pensato a voi: vi  sotto la prora un canestro con pesci arrostiti e gallette di maiz, nonch un fiasco di kumis e anche delle pipe.
Balzarono nella barca che era la pi lunga di tutte e si sedettero a prora, mentre i pescatori prendevano subito il largo ridiscendendo la corrente.
Dimmi un po', loutis, disse Tabriz, che aveva subito dato l'assalto al canestro.
Che cosa fanno quegli uccelli che si tengono ritti sul bordo e che non sono legati?
Servono a pescare le garitse, signore. La notte  oscura e quei deliziosi pesci si lasceranno prendere in gran numero.
Da chi?
Da questi uccelli, signore. Sono cormorani del mar d'Aral, dei pescatori infaticabili, che sono stati ammaestrati per la pesca della garitsa.
Che pesci sono?
Una specie di trote e abbondano qui.
Le sei barche si erano disposte su due linee e si erano portate in mezzo al fiume, mentre i pescatori remavano dolcemente all'indietro, onde la corrente non le trasportasse troppo rapidamente.
Sul mar d'Aral e sui suoi fiumi che scaricano entro esso le loro acque, come nei mari e nei fiumi della China e del Giappone, si fa uso dei cormorani, di quegli avidissimi uccelli acquatici, che noi chiamiamo smergli, per ottenere delle pesche abbondanti.
Gli uomini della steppa si servono dei falchi per la caccia, i pescatori pure di volatili, e gli uni e gli altri non hanno da lagnarsi, perch oltre a procurarsi un buon divertimento, si procurano, con quasi nessuna fatica, selvaggina terrestre ed acquatica. Si sa che i cormorani sono grandi distruttori di pesce e che sono anche pescatori abilissimi, potendo tuffarsi sott'acqua e rimanervi per qualche tempo.  appunto sull'avidit di quei trampolieri che i pescatori contano, ed in quale misura anche!...
Un cormorano bene ammaestrato pu mantenere comodamente una famiglia di pescatori, e anche procurarle una certa agiatezza. Ordinariamente per i pescatori non ne hanno mai meno d'una mezza dozzina, che tengono con cure infinite.
 di notte che il cormorano lavora con maggior lena, sicch i suoi padroni difficilmente se ne servono di giorno, almeno quelli delle rive del mar d'Aral e dei fiumi della steppa settentrionale.
Aspettano di solito le notti oscurissime, perch quelle sono le pi propizie per la pesca e prendono il largo coi loro uccelli che stanno appollaiati sui due bordi della barca.
Un fuoco arde sempre all'estremit d'un bastone per attirare i pesci. Quando questi cominciano a mostrarsi a fior d'acqua, i cormorani, ad un fischio del padrone si mettono animosamente al lavoro.
Di solito sono i pi giovani che cominciano l'attacco. In un lampo si tuffano, afferrano il primo pesce che guizza dinanzi a loro e lo portano fedelmente al padrone, fedelmente perch non possono divorare la preda. Se non avessero al collo un anello di rame che stringe loro il gozzo, vi sarebbe da dubitare sulla loro fedelt e probabilmente il padrone aspetterebbe invano la preda.
Sono per cos stupidi che, quantunque delusi nelle loro speranze e spronati un po' anche dalle loro abitudini, tornano subito in acqua alla caccia d'altri pesci, portandoli sempre.
 vero che a pesca finita potranno fare delle scorpacciate d'interiora, che l'avaro padrone getta loro in abbondanza.
Non  raro che un solo cormorano in una notte riesca a prendere quindici, venti e talvolta anche trenta chilogrammi di pesce. Moltiplicando per sei, ossia pel numero degli uccelli contenuti in ogni barca, si pu comprendere quali guadagni faccia l'equipaggio che si compone di solito di non pi di cinque persone.
La flottiglia dei pescatori, che continuava a scendere il fiume, dopo d'aver percorso un paio di chilometri, rinnovando costantemente i pezzi di legno, che bruciavano entro le borse di filo di rame, aveva cominciato a lanciare i volatili.
Quegli infaticabili pescatori lavoravano con vero accanimento. Appena a bordo ripartivano, tuffandosi profondamente, colla speranza mai esaudita, di poter finalmente saziare la loro ingordigia.
Gi le barche erano mezze piene, quando giunsero in un luogo ove l'Amu-Darja s'allargava, formando una specie di lago che era cosparso d'isolette boscose.
Qui faranno la grande pesca, disse Karaval a Tabriz.  questo il luogo ove le garitse si radunano in maggior copia.
Le sei scialuppe continuavano ad avanzare, ma i cormorani, appena toccata l'acqua, s'affrettavano a ritornare a bordo rifiutandosi assolutamente di ritornare.
Una certa agitazione si era manifestata fra i pescatori.
Osservavano l'acqua, fiutavano l'aria e non osavano pi avanzare.
Ad un tratto un altissimo grido s'alz fra l'equipaggio della prima scialuppa.
Fuggite!... La nafta.
Quasi nell'istesso tempo, l'acqua s'infiammava intorno alle imbarcazioni, rompendo furiosamente le tenebre che gravitavano sul fiume.
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CAPITOLO 9.
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Fra l'acqua e il petrolio.
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Tutta la regione che si estende fra le rive del mar Caspio e quelle dell'Aral, altro non  che un immenso serbatoio di nafta, un serbatoio inesauribile che dar un giorno miliardi e miliardi a chi sapr sfruttarlo.
Da secoli gli abitanti di quei paesi avevano gi notato fenomeni straordinari, ma per loro assolutamente inesplicabili, come l'apparizione improvvisa di vampe, uscenti da rocce e da crepacci trasudanti una materia che altro non era che nafta.
Sembra che dei bacini immensi si estendano su una superficie pure immensa e anche a non molta profondit, come lo hanno dimostrato i pozzi scavati in questi ultimi anni, specialmente nei dintorni del mar Nero.
Tuttavia quella vasta regione  rimasta, quasi fino ai nostri giorni, infruttuosa, quantunque si conoscesse l'esistenza della nafta fino dal secolo scorso, specialmente nei dintorni di Baku, la cui citt era tenuta come sacra dagli adoratori del fuoco in causa d'una grande fiamma che usciva da una roccia situata presso le rive del mar Nero.
Non fu che nel 1870 che quegli immensi serbatoi attirarono l'attenzione degli scienziati e degli industriali, e fu con grande meraviglia che si constat la loro esistenza e la loro prodigiosa ricchezza.
Alcuni pozzi scavati intorno alle rive meridionali del mar Nero, fecero finalmente comprendere quale ricchezza si nascondeva nel sottosuolo.
Ovunque i getti furono abbondanti. L'olio minerale sal alla superficie in cos grandi quantit, specialmente dal pozzo chiamato Droogio, presso Baku, da non poterlo frenare con alcun mezzo.
Fu un vero torrente di nafta verdastra, che and a terminare in buona parte nel mar Caspio, mettendo in serio pericolo le navi che si trovavano in quei paraggi, perch uno zolfanello gettato inavvertitamente in acqua, sarebbe stato sufficiente per distruggerle tutte.
Il petrolio discese da un giorno all'altro, ad un centesimo al litro!...
Non , come abbiamo detto, solamente sulle rive del Caspio, che il sottosuolo nasconde serbatoi prodigiosi di nafta. Tutto il Turchestan settentrionale, che segue le sponde orientali del mar Caspio, fino a quelle meridionali dell'Aral,  una regione petrolifera che dar certamente un giorno altre favolose ricchezze. Perfino lungo certi fiumi dell'interno, le rocce trasudano nafta, ora nerastra ed ora verdastra e quelle segnano i buoni punti che un pozzo venga aperto ed il petrolio subito salir alla superficie a riempire milioni e milioni di barili.
Lo strano s  poi, che quei serbatoi non si estendono solamente sotto la cos detta terra ferma, bens anche sotto quei mari, talvolta perfino sotto i letti dei fiumi.
Di quando in quando, forse in causa di qualche scossa di terremoto o per altri motivi ancora ignorati, dai crepacci escono delle enormi masse di gaz di nafta, le quali formano alla superficie dell'acqua innumerevoli bolle.
Uno zolfanello od un pezzo di stoppa accesa, gettata via dai naviganti, basta per provocare migliaia e migliaia di fiamme, simili a quelle dei becchi di gaz, ma pi grosse e di forma conica.
Lo spettacolo  ammirabile, tanto pi che non  veramente troppo pericoloso pei naviganti. Guai per se invece dei gaz sale la nafta, come talvolta avviene!.... Allora  un mare di fuoco che si estende spaventosamente e disgraziate quelle navi che per mancanza di vento non riescono ad allontanarsi pi che in fretta.
...
Al grido di terrore e d'angoscia mandato dagli uomini della prima scialuppa, un altro non meno alto, non meno terribile era partito dalle altre.
La nafta bruciava!.... Era la morte e quale atroce morte, che minacciava i pescatori di garitse!...
Le fiamme, sviluppatesi con rapidit incredibile, s'allargavano sulle acque sature d'olio minerale, mandando una luce biancastra simile a quella che sviluppa l'alcool.
I cormorani, spaventati si erano alzati, spiccando il volo verso le isole, prima che i pescatori, fra quella confusione, avessero pensato a trattenerli.
La fuga dei volatili aveva impressionato maggiormente i pescatori, credendo di vedere in quella la loro perdita.
Tabriz e Hossein, non meno impressionati, erano balzati subito in piedi, gridando assieme a Karaval:
Ai remi!... Ai remi!...
Un momento di ritardo era la fine di tutti.
Il capo della flottiglia, comprendendo che non vi era da esitare, aveva lanciato un comando.
Alle isole!... Coraggio!
Le sei scialuppe si erano messe in corsa. Per buona fortuna dinanzi a loro l'acqua non aveva ancora preso fuoco, per era necessario spegnere prontamente i pezzi di legno che ardevano entro le borse di filo di rame, onde evitare di allargare l'incendio.
Mentre i rematori arrancavano disperatamente, tendendo i muscoli fino al punto di farli quasi scoppiare, i timonieri si erano affrettati a ritirare le aste rovesciando i tizzoni sui pesci, che ingombravano il fondo delle scialuppe.
Lo spettacolo che offriva quella specie di lago formato dalle acque dell'Amu-Darja, diventava di momento in momento pi spaventoso.
Pareva che si fosse trasformato, per opera magica, in un piccolo mare di fuoco. Fiammate si alzavano dappertutto dietro le imbarcazioni fuggenti, spandendo in alto una luce intensa, quasi accecante.
Le acque ribollivano con leggeri crepitii, in causa di masse considerevoli di gaz che salivano senza posa alla superficie assieme alla nafta, sviluppando nuove fiammate che sovente raggiungevano delle altezze di parecchi metri.
Si sarebbe detto che un vulcano avvampava sotto il laghetto.
I pescatori fuggivano sempre verso le isole. Avrebbero desiderato meglio guadagnare le rive del fiume; l'onda di fuoco per glielo impediva, e attraversarla sarebbe stato come andare incontro ad una morte certa.
Per fortuna quelle terre che occupavano quasi il centro del laghetto non erano lontane, sicch bastarono cinque minuti di corsa sfrenata per raggiungere la prima che era la maggiore.
Sbarcarono in fretta, tirarono a terra le barche e si gettarono sotto gli alberi, sdraiandosi fra i giunchi che erano altissimi.
Bell'avventura! disse Tabriz che si era gettato fra Hossein e Karaval. Come finir?
Bene, spero, rispose il bandito. Aspetteremo che la nafta si sia consumata e andremo a far colazione al villaggio dei pescatori con una dozzina o due di garitse.
Alla malora i tuoi pesci! esclam Tabriz. Non sogni che quelli e per quelli per poco non ci facevi arrostire vivi!
Non  colpa mia, signore.
Se tu fossi stato la cagione, non so se avresti ancora la testa piantata sul tuo collo.
Non temete, disse Karaval. Il fuoco non durer molto.
Pareva per che l'incendio, invece di scemare, aumentasse continuamente, come se dai crepacci apertisi nel letto del laghetto, la nafta non cessasse di risalire alla superficie.
Un turbine di fuoco scendeva colla corrente, riversandosi verso il basso corso dell'Amu-Darja e si scorgeva, anche molto lontano, il cielo riflettere quei lividi bagliori. Si sarebbe detto che un lampeggiare continuo riempiva l'atmosfera con una luce per fissa e non gi tremolante.
L'acqua continuava a ribollire e un numero infinito di pesci saliva alla superficie, per bene cucinati.
Peccato non poter mettere una mano l dentro. Ci guadagneremmo una cena bastante per cinquecento persone, disse Tabriz.
Hossein non rispose.
Guardava con inquietudine quelle fiammate, che ormai circondavano le isole, facendo crepitare i canneti ed i giunchi che coprivano le rive.
I pescatori non sembravano per impressionati, ora che si trovavano a terra. Quel fenomeno, in apparenza terribile, non doveva essere nuovo per loro e dovevano anche conoscerne la portata.
Stesi fra le erbe, al disotto delle piante che li proteggevano dal calore e dal fumo, guardavano tranquillamente quelle immense fiammate, che la corrente travolgeva verso lo sbocco del lago.
Avevano ragione di non preoccuparsi troppo, poich, dopo tre o quattro ore, le fiamme cominciarono a decrescere, la luce divenne meno intensa e finalmente, esauritasi la nafta, le tenebre tornarono a piombare sul laghetto.
Non credevo che tutto finisse cos bene, disse Tabriz a Hossein. Avevo paura di morire arrostito come un cagnolino.
Il giovane rispose con un lieve sorriso.
Padrone, prosegu, il gigante, non ti ho mai veduto cos preoccupato come ora, eppure non siamo che a poche centinaia di passi dalla nostra steppa.
Taci, Tabriz, rispose Hossein.
 proprio vero che non si  mai contenti in questo mondo, brontol il turchestano..
Quantunque non vi fosse pi alcun pericolo, i pescatori attesero l'alba prima di lanciare nuovamente in acqua le loro scialuppe.
Si erano appena imbarcati che gi i cormorani avevano ripresi i loro posti. Quei ghiottoni non avevano probabilmente dimenticati gl'intestini dei pesci, presi durante la sera e che per diritto spettavano a loro.
Le sei scialuppe attraversarono il laghetto, le cui acque erano tornate fresche, imboccarono il canale meridionale e dopo qualche chilometro si arrestarono dinanzi ad un villaggio composto d'un centinaio di casupole e che era difeso da una specie di ridotto, armato d'una mezza dozzina di falconetti e sormontato da una bandiera verde, il vessillo dell'Emiro di Bukara.
Scoprendola, Tabriz e Hossein si erano guardati l'un l'altro con apprensione.
Loutis, disse il primo, rivolgendosi a Karaval con aria minacciosa, dove ci hai condotti tu?
In un villaggio di pescatori, signore.
E quella bandiera?
Questi sono sudditi dell'Emiro, signore, per sono certissimo che non vi daranno nessun fastidio. Non facevano gi parte della carovana e probabilmente non hanno saputo ancora nulla della presa di Kitab.
Che cosa potete temere voi da loro?
E in quel ridotto non vi saranno degli usbeki?
Che importa a loro se degli uomini chiedono di attraversare l'Amur-Daria?
Puoi aver ragione, disse Tabriz, un po' rassicurato dalle parole del bandito.
Il gigante e Hossein sbarcarono colla speranza di partire subito, appena deposto a terra il pesce predato dai cormorani.
Venite a far colazione nella casupola d'un mio amico, disse Karaval. Prima di un'ora il pesce non sar a terra e intanto assaggeremo una dozzina di garitse.
Se si tratta d'una sola ora, vada, disse Tabriz.
Le emozioni di questa notte a dire il vero mi hanno aguzzato l'appetito. Vieni, signore.
Hossein, che sembrava sempre preoccupato, li segu ed entrarono in una catapecchia che aveva le pareti di fango ed il tetto di canne palustri e che formava una sola stanza non troppo vasta.
Un uomo, giovane assai, poich poteva avere appena vent'anni, quasi avesse indovinato il desiderio dei suoi avventori, stava friggendo in una padella di rame, piena di grasso di cammello, dei pesci.
Padrone, disse Karaval, scambiando col cuciniere un rapido sguardo, servi qualche cosa a questi signori.
Ho delle garitse pronte, rispose il cuciniere, che non era altri che Dinar. Sono gi cotte a puntino e doveva servirle al comandante dell'Emiro.
Ne manderai degli altri pi tardi, rispose Karaval. Noi paghiamo.
Dinar lev i pesci, li depose su un piatto di creta e li serv ai tre uomini, che si erano seduti intorno ad una tavola, l'unica che si trovasse nella camera.
Signori, disse Karaval, quand'ebbe mangiato un paio di pesci, mentre voi terminate la colazione vado a noleggiare la scialuppa.
Fra un quarto d'ora noi saremo al sicuro al di l della frontiera.
Va', rispose Tabriz, che faceva onore ai pesci e che aveva la bocca piena.
Anche Hossein attaccava con molto appetito i pesci e pareva che per un momento avesse dimenticato Talm, il beg ed anche Abei.
Signore, disse il gigante, quando il piatto fu vuoto, un'altra dozzina ci starebbe, almeno, nel mio stomaco.
Quel birbone di loutis aveva ragione di vantare questi eccellenti abitanti dell'Amu-Darja. Non ne ho mai mangiati di cos delicati.
Se ti fa piacere ordina, rispose Hossein che era ricaduto nei suoi pensieri. Il loutis pagher lui per ora.
Tabris si era voltato gridando:
Ehi, cuciniere, fa lavorare ancora una volta la tua padella.
S, quando mi avrete detto chi siete e dove andate, rispose una voce che non era quella di Dinar.
Tabriz si era alzato vivamente, subito imitato da Hossein.
Il cuciniere era scomparso e invece, dinanzi alla porta, si trovava un uomo barbuto, d'aspetto poco rassicurante, che aveva nella larga fascia un vero arsenale fra pistole, jatagan e kangiarri, accompagnato da una mezza dozzina d'usbeki, armati non meno formidabilmente di lui.
Chi sei e che cosa vuoi tu? chiese Tabriz, afferrando istintivamente la pesante scranna su cui si era seduto.
Un ufficiale dell'Emiro di Bukara, rispose l'uomo barbuto, con alterigia, snudando con un gesto tragico uno dei suoi kangiarri.
Allora mandami il cuciniere, onde ci prepari degli altri pesci, cos potrai assaggiarne anche tu in nostra compagnia.
L'ufficiale aggrott la fronte e fece un gesto sdegnoso.
Io, con voi! esclam.
Ehi, quell'uomo, disse Tabriz, ora sappi che questo signore, che ha fatto colazione con me,  il nipote d'uno dei pi famosi beg della steppa dei Sarti. Gi il cappello!...
Voi non siete altro che banditi, ricercati dal mio signore, rispose l'ufficiale. Arrendetevi o vi faccio a pezzi...
Non pot terminare la frase. Tabriz, preso da un'impeto di furore, aveva alzata la sedia e gliel'aveva scaraventata addosso con tale impeto da farlo stramazzare al suolo pi morto che vivo.
Gli uomini che lo accompagnavano si erano subito gettati avanti coi kangiarri e cogli jatagan in mano, cercando d'irrompere nella stanza e di precipitarsi addosso ai due turchestani.
Hossein che li teneva d'occhio, con una mossa fulminea aveva sollevato la tavola e l'aveva scaraventata attraverso la porta, sbarrando loro il passo.
Addosso coi kangiarri, Tabriz! grid poi.
I sei usbechi, arrestati di colpo e spaventati anche dalla statura imponente di Tabriz, avevano dato indietro, scaricando due o tre colpi di pistola a casaccio.
Vedendo poi roteare in alto i due kangiarri dei turchestani, ritennero pi opportuno alzare i tacchi e scapparsene, senza occuparsi del disgraziato ufficiale che era rimasto svenuto dinanzi alla porta.
Siamo stati traditi! grid Tabriz, che pareva in preda ad un terribile accesso di collera. Il loutis ci ha venduti!...
S, il miserabile! rispose Hossein.
Gli strapper il cuore!
Ed io gli taglier la testa!...
Canaglia!...
Birbante!...
Ah!... C' l'ufficiale!
Buona presa, Tabriz!
E buon ostaggio!... Vieni con me, mio caro.
Allung le braccia al di l della tavola, abbranc il disgraziato per la giubba e lo alz come se fosse un fantoccio.
Ecco di che rinforzare la nostra barricata, disse. Vedremo se gli usbeki oseranno fucilarlo.
Non migliorer di molto la nostra situazione, Tabriz, disse Hossein. Come potremo resistere noi, che abbiamo le pistole scariche?
E queste, signore? disse il gigante, levando le due a doppia canna, che portava alla cintura il prigioniero.
Quattro palle valgono ancora qualche cosa, quando si sanno mandare all'indirizzo giusto.
Vengano!... Ah!.... I birbanti!...
E quel cane di loutis diceva che questo era un villaggio di pescatori!... Non morr contento se non gli manger il cervello per lo meno.
Due dozzine di usbeki erano comparsi a breve distanza dalla casupola, armati non solo di pistole e di armi bianche, bens anche di moschettoni.
Li guidava un uomo piuttosto attempato, d'aspetto imponente, che portava sul capo il turbante verde, il distintivo degli uomini che hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca e che perci hanno il diritto di essere considerati come una specie di santoni.
Chi sar quel brutto muso? si chiese Tabriz, che lo spiava attraverso il vano lasciato fra la sommit della tavola e la volta della porta. Non sar il tuo turbante verde che ti salver dalle palle della pistola di questo imbecille.
Padrone, sei pronto? Qui si tratta di difendere la pelle e la nostra libert.
Li aspetto, rispose semplicemente Hossein, che si era inginocchiato dietro alla tavola.
Cerchiamo di dare una buona lezione a questi furfanti.
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CAPITOLO 10.
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L'assedio.
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Gli usbeki che, dal primo ricevimento avuto, avevano compreso di aver da fare con due, pronti a qualunque sbaraglio e ben decisi a difendere la loro vita, giunti a cinquanta passi dalla catapecchia, si erano fermati per consigliarsi sul miglior mezzo di marciare all'attacco.
Temendo di ricevere qualche scarica, si erano stesi al suolo, dietro una macchia di cespugli, forse coll'intenzione di aprire il fuoco, tenendosi dietro quel riparo che, se non li copriva dalle palle, per lo meno li nascondeva.
Uhm! disse Tabriz, che li spiava. Non mi sembrano molto coraggiosi i soldati dell'Emiro.
Con due dozzine d'uomini, a quest'ora avrei dato l'assalto anche al ridotto.
La partita non  ancora cominciata, rispose Hossein, che non condivideva l'ottimismo del gigante. Tu hai dimenticato che sul ridotto vi sono dei falconetti e che questa catapecchia ha le muraglie di fango.
In quell'istante un colpo di fucile part dietro il cespuglio, ed una palla si piant profondamente nella tavola che serviva da barricata.
Tabriz fece un salto, riparandosi dietro lo stipite della porta.
Pare che si siano finalmente decisi, disse, sorridendo. Sono di una prudenza che rasenta quella dei conigli.
Non esporti, Tabriz.
Lascer a loro sprecare le munizioni, signore. Ci tengo anch'io a non farmi crivellare, almeno fino al giorno che ti avr vendicato.
Taci! disse Hossein con voce sorda.
S,  meglio lasciar parlare gli archibugi e le pistole, per ora.
Una scarica tenne dietro alle sue parole. Le palle si piantarono nelle pareti di fango e nella tavola e alcune perfino sul soffitto.
Padrone, disse ad un tratto il gigante. Non spaventarti se io grider, anzi farai meglio ad imitarmi.
Perch?
Lascia fare a me. La mia idea mi sembra buona.
Una seconda scarica rintron, avvolgendo il cespuglio d'una nuvola di fumo.
Tabriz aveva mandato un urlo, come d'un uomo colpito a morte.
Grida anche tu, padrone, disse poi subito. Forte!... Forte!...
Quantunque Hossein non riuscisse a comprendere il piano del gigante, aveva mandato a sua volta un lungo urlo.
Ed ora silenzio, aveva sussurato Tabriz. Fingiamo di essere morti.
Gli usbeki, che avevano udite quelle due grida, si erano prontamente alzati coi moschettoni ancor fumanti, guardando la casupola.
Stettero qualche minuto immobili, poi, non udendo alcun rumore, n vedendo ricomparire i due assediati, fecero alcuni passi innanzi, incoraggiati dai sagrati del capo.
Gli usbeki, credendo che gli assediati fossero stati veramente uccisi dalla seconda scarica, si erano fatti animo e s'avanzavano, lentamente per, cercando di scoprire, dietro la tavola che ostruiva la porta, i due cadaveri.
Erano tanto sicuri di trovarli morti o agonizzanti, che non avevano nemmeno presa la precauzione di ricaricare i loro moschettoni.
Attento, padrone, sussurr Tabriz che si teneva sempre nascosto dietro lo stipite della porta. Salta la tavola e piomba su quei furfanti.
Ho il kangiarro ben saldo in mano.
Il capo degli usbeki, che era dinanzi a tutti e che impugnava una specie di scimitarra assai ricurva e dalla lama larghissima, giunto a quattro o cinque passi dalla porta si ferm, gridando:
Vi arrendete?
Nessuno rispose.
Sono proprio morti, disse poi, volgendosi verso i suoi uomini. Non mi aspettavo che tiraste cos bene.
I ventiquattro uomini si fecero coraggiosamente innanzi per rimuovere la tavola, quando d'un tratto videro il gigantesco Tabriz e Hossein varcarla con un solo salto e piombare in mezzo a loro.
Uran!... Uran!...
Il terribile grido degli scorridori della steppa turchestana lanciato dai due assediati, fu accompagnato da due colpi di kangiarro che fecero stramazzare a terra due usbeki colle gole squarciate.
Sotto, padrone! url Tabriz, che menava disperatamente le mani.
Cacciamo questi poltroni.
Quell'attacco fulmineo e soprattutto la vista di quel colosso, sconcert gli assedianti. Spararono appena qualche colpo di pistola, poi volsero i tacchi come lepri. Anche il loro comandante, che era sfuggito per un vero miracolo ad un colpo di kangiarro, vibratogli da Hossein, se l'era data a gambe non meno velocemente degli altri.
Credo che per ora ne abbiano abbastanza, disse Tabriz, rifugiandosi prontamente entro la catapecchia. Guardati dalle palle, signore.
Ci tempesteranno di certo.
Finch adopreranno i fucili non avremo molto da temere, rispose Hossein, che si era coricato dietro la parete. Il mio timore  che si servano dei falconetti che abbiamo veduto sul ridotto.
Pare che per ora non ci abbiano pensato, signore. La faccenda si guasterebbe troppo presto, non potendo queste muraglie resistere a simili tiri.
Che cosa fanno dunque quei poltroni?
Ci spiano, signore, e tengono un secondo consiglio. Pare che piaccia pi ai bukari parlare che menare le mani.
To'!... M'ingannavo: ecco che si preparano a consumare un po' di polvere dell'Emiro.
Sette od otto colpi di fucile vennero sparati dietro al cespuglio, producendo molto baccano e molto fumo, ma niente di pi perch le palle di quei vecchi moschettoni non riuscivano ad attraversare le muraglie di fango, anzi nemmeno la tavola che aveva uno spessore non comune.
Avanti!... Musica!... disse Tabriz che pareva si divertisse immensamente. Ci vuol ben altro che le vostre palle, stupidi!... Bisogna venirci a scovare col kangiarro in pugno, miei cari, e...
Si era interrotto bruscamente ed aveva spiccato un salto verso la tavola senza prendersi alcun pensiero delle palle che continuavano a fioccare con un lungo mugolo.
Tabriz, che cosa fai? grid Hossein.
Il miserabile!...
Chi?...
Il loutis.
Con gli usbeki?...
S, padrone.... Canaglia, si  nascosto, ma lo terr d'occhio!...  necessario che l'uccida!...
Via di l, Tabriz!...
Hai ragione, padrone. Sono uno stupido a espormi cos... un po' pi basso e la mia testa scoppiava.
Una palla aveva attraversato il suo cappello portandoglielo via dal capo.
Hai veduto, Tabriz?
Gli spari si succedevano senza tregua. I bukari facevano grande spreco di munizioni, senza ottenere alcun successo, poich i due assediati si guardavano bene dal mostrarsi.
La fucilata dur una buona mezz'ora, poi parve che gli assedianti si fossero finalmente accorti dell'inutilit dei loro tiri, poich il fuoco bruscamente cess.
Tabriz, disse Hossein, che vengano all'attacco?
Mi pare che non ne abbiano l'intenzione, almeno pel momento, rispose il gigante, che li spiava per una fessura lasciata fra la tavola e lo stipite della porta.
Che ci cannoneggino?
Eh, non lo so, mio signore, tuttavia non sono molto tranquillo.
Io vorrei sapere come finir quest'avventura.
Li vedi ancora?
No, sono tutti scomparsi, signore.
Saranno andati a far colazione.
E noi?
Cerchiamo: quel maledetto taverniere avr qualche cosa da porci sotto i denti.
Guarda i bukari tu, signore, mentre io frugo.
Nella stanza non vi erano che alcune casse addossate alle pareti ed un vecchio cofano tarlato su cui trovavasi un pagliericcio che doveva servire da letto al proprietario della casupola.
Tabriz apr le une e l'altro e fu tanto fortunato da trovare una mezza dozzina di gallette di maiz, nonch una terrina di pesci gi cucinati e conservati nel grasso di cammello.
E vi  anche l in quell'angolo un fiasco di kumis, disse il brav'uomo, fregandosi le mani. Per un paio di giorni i viveri sono assicurati ed in quarant'otto ore possono succedere molte cose.
Padrone, si degnano mostrarsi?
Non vedo nessuno, Tabriz, rispose Hossein. Si direbbe che hanno abbandanato il villaggio.
Che se ne siano proprio andati?
Il gigante non rispose. Il giovane, non ottenendo risposta, si volse e vide Tabriz curvo verso una delle quattro pareti, che rimuoveva una tavola di quercia che era incastrata nel fango.
Che cosa cerchi? chiese Hossein.
Dietro questa tavola vi deve essere qualche cosa, rispose il gigante. Resiste!... Eh ceder alle mie braccia!...
Con uno sforzo la strapp mettendo allo scoperto un'apertura che aveva non meno di un mezzo metro di circonferenza, che pareva mettesse in qualche caverna sotterranea o per lo meno in qualche cantina.
To'! esclam.
Signore, mettiti a guardia della porta: io parto in ispezione.
Per dove?
Lo saprai presto.
Il gigante scivol attraverso l'apertura e scomparve.
Hossein si era subito ricollocato dietro alla tavola che serviva di barricata, senza per riuscire a scorgere nessun usbeko.
Erano occupati gli assedianti a studiare qualche nuovo mezzo per far capitolare gli assediati o, disperando di riuscire nel loro intento, avevano preso il largo sulle loro barche? A dire il vero Hossein non prestava molta fede alla loro scomparsa, essendo in buon numero e potendo reclamare per di pi l'aiuto dei pastori, pure loro sudditi dell'Emiro.
Il giovane era a questo punto delle sue riflessioni, quando un getto di fumo irruppe bruscamente attraverso la porta, costringendolo a dare indietro.
Qualcuno doveva aver gettato qualche fastello di legna accesa alla base della parete, coll'evidente intenzione di allontanare i due assediati.
Altro che scappati! mormor Hossein.
Un colpo di tosse gl'imped di parlare. Un altro getto di fumo era entrato, proveniente dall'altra parete ed era quello cos acre, cos puzzolente, da obbligare il giovane a fare altri due passi indietro.
L'alfek, esclam. L'erba puzzolente degli stagni amari!.. Ora ci affumicheranno per bene e non so se potremo resistere a lungo.
Per tutti i diavoli dell'universo! grid in quel momento una voce dietro di lui, interrotta da due colpi di tosse. Giungo in buon punto.
Tabriz!...
Eccomi, signore.
Stanno per prenderci. Il vento soffia dinanzi a noi e fra poco la camera sar piena.
Non siamo presi affatto, signore. Seguimi subito, prima che s'accorgano della nostra fuga dobbiamo essere lontani. Ah!... Ah!... Che bel giuoco!
Se il gigante rideva, voleva significare che le cose non andavano cos male come credeva Hossein.
Questi senza perdere tempo in chiedere spiegazioni, si era slanciato dietro al fedele servo che si era nel frattempo riempito le tasche di gallette e anche di pesci, poco badando se si ungeva di grasso di cammello.
Attccati alla mia zimarra, padrone, grid Tabriz. Tu non hai gli occhi dei gatti.
E dove mi conduci?...
Non occupartene pel momento. Corri sempre dietro di me, o quel fumo puzzolente ci raggiunger e cadremo a mezza via.
Il gigante camminava in fretta, colle braccia allargate, per toccare le due pareti del passaggio e pareva proprio che ci vedesse, perch non esitava un solo istante a spingersi innanzi.
Hossein invece non riusciva a scorgere assolutamente nulla, non filtrando il menomo raggio di luce in quel corridoio tenebroso.
Dapprima scesero, poi, dopo aver percorso un centinaio di metri, cominciarono a salire, senza per che l'oscurit si dileguasse.
Ci siamo, disse ad un tratto il gigante. Ecco l'aria fresca del colle che giunge.
Ancora quindici o venti passi ed i falconetti lavoreranno.
I falconetti!... Sei diventato pazzo, Tabriz.
Oh! Vedrai padrone, come li prenderemo alle spalle! Voglio affogarli tutti nel fiume, compreso il loutis.
Alt!... Ecco la porta!
Tabriz si era fermato di colpo.
Le sue mani scorsero su una superficie metallica, poi, trovata la maniglia, spinse con forza.
Tosto un fascio di luce illumin il corridoio.
Una porta di ferro? chiese Hossein sottovoce.
S mio signore.
Dove mette?
Non saresti capace d'indovinarlo.
Non farmi perdere la pazienza.
Vieni.
Attraversarono la porta e si trovarono in una specie di magazzino che era ingombro di casse e di botti e che riceveva la luce da due strette feritoie.
Dove siamo dunque? ripet Hossein, impazientito.
In una polveriera. Queste botti e queste casse sono piene di munizioni. Me ne sono assicurato prima.
Tabriz, mi hai condotto nel ridotto che abbiamo veduto quando siamo sbarcati?
S, mio signore.
Siamo entrati nella tana dei lupi di Bukara. Non ci faranno a pezzi ora?...
Non lo credo. Intanto chiudiamo la porta e spranghiamola, giacch vedo qui delle sbarre di ferro.
 solida e non ceder facilmente ed i bukari, che ci assediavano, non potranno entrare nel corridoio prima di parecchie ore.
Sei certo che non ci sia nessuno nel ridotto?
Prima non ho udito alcun rumore e non ho veduto nessuno. Tutti i bukari devono trovarsi sulla riva del fiume in attesa di vederci uscir dalla taverna.
Seguimi, signore.
Attraversarono il magazzino e si trovarono in una specie di scuderia, dove quattro bellissimi cavalli persiani stavano riempiendosi di erbe profumate.
Ecco, per guadare il fiume e correre attraverso la nostra steppa, disse Tabriz.
E superbi, aggiunse Hossein.
Taci, padrone.
Che cos'hai udito?
Una porta scricchiolare.
Che i bukari vengano a rifornirsi di munizioni?
Non ci mancherebbe altro!
Vedendo in un angolo un mucchio di fieno abbastanza alto da celarli entrambi, vi si gettarono dietro armando precipitosamente le pistole.
Un passo pesante e cadenzato s'avanzava risuonando entro una specie di corridoio, che poteva anche essere un'opera coperta conducente al ridotto, avendo Tabriz scorto delle feritoie.
Poco dopo un vecchio bukaro, armato d'archibugio, entrava nella scuderia dirigendosi verso il magazzino delle munizioni.
Tabriz aveva fatto atto d'alzarsi, ma Hossein l'aveva subito trattenuto, sussurrandogli:
Lascialo andare: potrebbe dare l'allarme. Quando si sar rifornito di palle e di polvere torner sulle rive del fiume.
Cos infatti accadde. Il bukaro usc dal magazzino, portando due sacchetti che dovevano essere pieni di munizioni e se ne and come era venuto, senza essersi accorto di nulla.
Quando non udirono pi i passi, i due turchestani balzarono in piedi nel medesimo tempo.
Presto, padrone, disse Tabriz.
Attraversarono rapidamente l'opera coperta e sbucarono finalmente all'aperto, dinanzi alla batteria che era composta di quattro falconetti installati su un terrapieno.
Nessuna sentinella vegliava. A quanto pareva, il capo, sicuro di non venir assalito da nessuno, aveva fatto scendere tutti i suoi uomini per dare l'attacco alla casupola.
Tabriz fece una rapida esplorazione e trovata la porta che, dal sentiero fiancheggiante la collinetta, metteva nel ridotto, la chiuse con fragore, sbarrandola con una grossa trave.
Ed ora, padrone, rideremo, disse il gigante.
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CAPITOLO 11.
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La sconfitta degli usbeki.
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Come abbiamo detto, quella specie di fortino, destinato a difendere i guadi dell'Amu-Darja, che si trovavano in quel punto della frontiera, sorgeva su una collinetta non pi alta d'un centinaio di metri e che probabilmente era l'unica che sorgesse nella steppa occidentale.
Non era un gran che, tuttavia si componeva d'un gruppetto di fabbricati costruiti con mattoni cotti al sole e uniti con fango, che si stringevano addosso ad un terrapieno munito di merlature e difeso da quattro falconetti con palle da una libbra.
Tabriz e Hossein, appena chiusa la porta, erano saliti sul terrapieno da dove potevano dominare tutto il villaggio e anche un tratto dell'Amu-Darja.
Di lass scorsero subito la catapecchia del trattore, che si trovava isolata all'estremit meridionale del villaggio.
Fastelli di legna puzzolente bruciavano dinanzi alla porta, mandando in aria grosse nubi di fumo nerastro e, poco distante, i bukari in agguato, dietro ai cespugli, coi fucili in mano, pronti a salutare gli assediati con una scarica e impedire la loro fuga.
Erano una quarantina, tutti bene armati; ed a loro si erano aggiunti alcuni pescatori, forse pi per curiosit che per aiutarli validamente, non avendo che fiocine e qualche scure.
Tabriz ad un tratto fece un balzo.
Il loutis! esclam.
Dov'?
Eccolo l che attraversa il fiume su una barca, con due cavalli.
Che fugga?
Scommetterei che quel birbante ha ricevuto il prezzo del tradimento e che ora si mette in salvo.
Non dobbiamo lasciarcelo scappare, Tabriz, disse Hossein con impeto. Voglio avere quell'uomo nelle mie mani.
Perch padrone?
Perch ho il sospetto che egli sia una delle Aquile pagate da Abei.
Aspetta un momento, padrone. Gli fracasser la barca.
Lo voglio vivo ti ho detto.
Far il possibile. Tu tira sugli usbeki, io su quel cane e sul suo compagno, che mi sembra sia il taverniere.
Esaminarono i falconetti.
Carichi tutti, disse il gigante.
Mira giusto.
E tu getta a terra pi bukari che puoi.
Si curvarono sui due piccoli pezzi che formavano le due estremit della batteria, abbassandoli fino al punto esatto di mira, poi diedero fuoco alle micce, che stavano chiuse in una cassetta.
Ci sono, disse Hossein.
Una fortissima detonazione scosse l'aria e il proiettile and a cadere in mezzo agli usbeki facendone stramazzare due al suolo.
Un momento dopo anche Tabriz faceva fuoco, spaccando la poppa della barca sulla quale si trovavano Karaval e Dinar.
Vi fu fra i bukari un momento di stupore impossibile a descriversi, poi vedendo ondeggiare sul ridotto due nuvole di fumo e temendo una nuova scarica si dispersero in tutte le direzioni, urlando e bestemmiando.
Agli altri due padrone, disse Tabriz. Non lasciamo a loro il tempo n di rimettersi dallo spavento, n di radunarsi.
Non aver fretta: non sprechiamo colpi.
Vi  il magazzino che ci provveder, signore.
La barca affonda!...
Ma troppo tardi, signore.
Ecco che quei birbanti sono gi a cavallo e si dirigono verso la riva.
Ecco l il guado!... Ne approfitteremo.
Karaval e Dinar, vedendo la barca affondare, si erano gettati risolutamente in acqua costringendo i cavalli ad imitarli.
Trovandosi in quel momento a poche diecine di passi dalla riva ed in un luogo ove l'acqua era bassa, avevano attraversata rapidamente la distanza, mettendosi in salvo sotto gli alberi.
Ah! Signore! esclam, vedendoli scomparire. Perch non mi hai permesso di ammazzarli.
Hossein non ebbe il tempo di rispondergli. Urla feroci erano scoppiate alla base della collinetta, accompagnate da parecchi colpi di fucile.
I bukari avevano compreso con chi avevano da fare, e chi erano gli uomini che li cannoneggiavano, e forti del numero si preparavano alla riscossa.
Padrone, disse Tabriz, la cui fronte si era annuvolata, scarica gli altri due pezzi, mentre io vado a far provvista di munizioni.
Porta anche dei fucili e conduci due cavalli dietro la porta, rispose Hossein. Teniamoci pronti a fuggire.
Mentre Tabriz s'allontanava correndo, il coraggioso giovane sporse il capo fra due merli per meglio osservare dove si trovavano i nemici.
Tenendosi nascosti dietro le rocce, erano gi giunti alla base del sentiero e si spingevano animosamente innanzi, incoraggiati dai sagrati tuonanti del loro capo.
Li prender d'infilata, mormor Hossein. Si presentano in linea profonda e due palle faranno un bel vuoto se ben dirette.
Senza occuparsi dei colpi d'archibugio, che non potevano offenderlo, essendo riparato dalle grosse merlature del ridotto, mise in batteria i due falconetti ancora carichi, in modo che le palle infilassero il sentiero, e uno dopo l'altro, li scaric!
Il primo colpo port via la testa al comandante che precedeva la truppa; il secondo mand a gambe all'aria una mezza dozzina d'usbeki.
Gli altri s'arrestarono un momento, come se indecisi fra il continuare la marcia o darsela a gambe. La morte del loro capo li decise. Volsero le spalle e discesero a corsa sfrenata il sentiero, dirigendosi verso il fiume, dove si trovavano parecchie barche ancorate sulla riva.
Quando Tabriz giunse colle munizioni per le due bocche da fuoco, si erano gi imbarcati tutti e aiutati dai pescatori scendevano, arrancando disperatamente l'Amu-Darja.
Giungi tardi, gli disse Hossein. Ormai siamo padroni del villaggio.
Fuggiti? chiese il gigante.
Non si scorgono quasi pi.
Che siano andati in cerca di rinforzi?
 probabile, Tabriz, e noi non saremo cos sciocchi d'aspettarli.
Lo credo, padrone.
I cavalli?
Sono pronti: ho scelto i due migliori.
I fucili?
Ne ho appesi due a ciascuna sella. Non vi era da scegliere nel magazzino.
A cavallo prima che tornino e guadiamo subito il fiume.
Scesero di corsa lo spalto del ridotto e corsero verso la porta dietro la quale si trovavano i cavalli, i pi belli dei quattro, che erano nella scuderia.
Traversarono quella specie di saracinesca gettata su un profondo fossato, balzarono in sella e scesero di galoppo il sentiero.
Il villaggio era stato completamente abbandonato. Usbeki e pescatori, temendo di venire mitragliati dai quattro falconetti, che si trovavano sul ridotto, si erano messi frettolosamente in salvo.
Se non salviamo la pelle questa volta, non la salveremo pi, disse Tabriz. Al e Maometto hanno giurato di proteggerci.
S, e per punire il miserabile che ha ingannato mio zio, che ha cercato di assassinarci e che mi ha rubato Talm! rispose Hossein con intraducibile accento d'odio. Ecco la vendetta che comincia. La steppa turanica sta dinanzi a noi!.. Al guado, Tabriz!...
Questi cavalli non avranno paura dell'acqua, rispose il gigante.
I cavalli non opposero alcuna resistenza e balzarono nel fiume sollevando due altissime ondate. Il fondo esisteva a qualche metro al di sotto, sicch i due animali poterono avanzarsi senza correre alcun pericolo di sprofondare.
I due turchestani in meno di dieci minuti attraversarono il fiume, salendo la riva che in quel luogo non era molto ripida.
Sulle tracce del loutis e del suo compagno, Tabriz, disse Hossein.
Hanno gi lasciato come un varco fra queste erbe, rispose il gigante. Non faticheremo molto a seguirli.
Saranno gi lontani, tuttavia un'ora di vantaggio non sar gran cosa.
Batti i fianchi dei cavalli.
Si erano appena lanciati sotto le piante, quando un colpo di fucile rimbomb accompagnato dal grido:
Alt!.. Siete presi!...
L'archibugio, Tabriz! url Hossein.
 pronto, rispose il gigante.
Ventre a terra!
E carichiamo, aggiunse Tabriz.
Quella minaccia fortunatamente non ebbe altro seguito, sicch i due turchestani, con non poca sorpresa, poterono oltrepassare indisturbati la zona alberata e raggiungere l'immensa steppa degli Illiati, confinante con quella dei Sarti.
Ecco la libert! grid Tabriz.
E la vendetta, aggiunse Hossein i cui occhi si erano accesi d'una terribile fiamma. Siamo sempre sulla traccia del loutis?
S, padrone, non la perder pi. Ecco dove sono passati i due cavalli. Le erbe non si sono ancora raddrizzate.
Che gli usbechi si siano rassegnati?
Lo credo, signore.
La steppa verdeggiante, quella superba pianura che pareva un oceano di erbe, quasi sempre in movimento come le onde instabili, quantunque non ne possedesse il muggito sinistro ed impressionante, s'apriva dinanzi a loro.
In mezzo si vedeva netto il solco aperto dai due cavalli montati dal loutis e dal suo compagno, non avendo avuto il tempo, le erbe, calpestate dai robusti zoccoli dei due corridori, di rialzarsi.
Il sole volgeva ormai al tramonto e si tuffava in un nimbo d'oro porpureo, ma la luna non doveva tardare ad alzarsi e piena di splendore.
Sull'immensa pianura non si scorgeva nulla, affatto nulla: n tende d'Illiati, n gruppi di cammelli o di cavalli pascolanti, n i due fuggiaschi. Tuttavia n Tabriz, n Hossein disperavano di raggiungere l'uomo che li aveva cos vilmente traditi e che per poco non era stata la causa della loro morte o per lo meno della loro prigiona.
Prima che raggiungano le rive del mar Nero o le frontiere della Persia, piomberemo loro addosso, diceva Tabriz.  impossibile che abbiano potuto trovare cavalli pi rapidi dei nostri.
Dove credi che fuggano?
Verso la frontiera persiana piuttosto che verso il mar Nero.
In tal caso saranno costretti a passare per la steppa dei Sarti.
Certo, padrone.
Quell'uomo mi occorre, Tabriz. Sar un testimonio prezioso.
Che io vorrei uccidere prima di tradurlo dinanzi a tuo zio.
E avresti torto.
Pu darsi, signore. Eh!...
Cos'hai!
Due punti neri all'orizzonte.
I fuggiaschi?
Potrebbero essere anche lepri, signore. Il sole sparisce e la luce fugge rapidamente.
Aspettiamo la luna.
Hossein con una strappata improvvisa arrest il suo cavallo e guard attentamente la sterminata pianura, che si estendeva a perdita di vista dinanzi a lui.
S, due punti neri, disse poi. Lupi no, mi sembrano cavalli.
Ragione di pi per affrettarci, signore.
I due cavalli, che valevano i farsistani del vecchio beg, ripartirono ventre a terra, aspirando rumorosamente l'aria.
In quel momento il sole scomparve e l'oscurit piomb sulla steppa, dopo un brevissimo crepuscolo.
Signore, disse Tabriz. Rallentiamo e aspettiamo la luna. Non tarder a mostrarsi.
Allora li raggiungeremo di notte.
 quello che desidererei. In qualche luogo si fermeranno, signore. I loro cavalli non sono gi di ferro e avranno bisogno di un po' di riposo.
Misero i due corridori al passo, attendendo pazientemente il sorgere dell'astro notturno. Una pallida luce, che accompagnava quella delle stelle prossime all'orizzonte, annunciava gi la sua imminente comparsa.
Tabriz teneva gli occhi fissi sul sentiero aperto dai fuggiaschi, temendo di smarrirlo, quantunque quel solco fosse cos largo e cos marcato fra le altissime erbe, da non potersi ingannare sulla sua direzione.
Non era trascorso un quarto d'ora, quando un grande disco, simile ad una lastra di rame infuocato, sorse quasi improvvisamente all'estremit dell'immensa pianura erbosa, proiettando per alcuni minuti, un immenso fascio di luce rossa che diventava rapidamente azzurrognola.
Ecco la luna che viene in nostro aiuto, disse Tabriz.
Ci vedremo come in pieno giorno e scopriremo ben presto i fuggiaschi.
Su questo mare di verzura i loro cavalli si distingueranno senza alcuna fatica.
To', non vedo pi le due macchie nere. Che si siano fermati in qualche luogo?
O che accorgendosi di essere seguiti abbiano forzate le loro cavalcature e che abbiano guadagnato su di noi qualche altro miglio?
 impossibile signore che i loro cavalli possano competere con questi. Devono essersi fermati in qualche luogo e ti consiglierei di procedere con cautela.
Sono in due e noi pure siamo in due e potrebbero essere buoni bersaglieri, quantunque non abbia mai udito che un loutis ed un taverniere siano diventati di punto in bianco guerrieri.
Ti ho detto che io sospetto invece che quel falso ammaestratore di scimmie fosse un bandito della steppa.
Ah!... La cosa sarebbe ben diversa. Ragione di pi per diventare prudenti.
Mettiamo allora i cavalli al trotto.
E armiamo gli archibugi, padrone. Possiamo essere costretti a rispondere da un momento all'altro.
Strinsero le briglie e le ginocchia, obbligando i due persiani a moderare il loro slancio impetuoso e si rizzarono sulle staffe per abbracciare maggior orizzonte. Cercavano un punto luminoso che indicasse l'accampamento dei due fuggiaschi.
Nulla, continuava a brontolare Tabriz.  un agguato che ci preparano. Io lo sento o meglio lo fiuto come i lupi che sentono la preda.
Ecco il momento di stare in guardia e di sorprendere invece loro, giacch il padrone vuole averli in mano vivi.
Continuarono a galoppare per una quindicina di minuti, poi Tabriz, che precedeva Hossein per difenderlo da qualche improvvisa scarica, rattenne violentemente il proprio cavallo, dicendo rapidamente:
Alt, padrone!...
Siamo giunti?
Inalbera il cavallo!
Un lampo illumin la steppa a dieci o dodici passi dinanzi a loro, seguito dal rombo d'un grosso moschetto.
Il cavallo di Tabriz che sotto un vigoroso colpo di tallone si era alzato sulle zampe deretane, cadde di quarto trascinando il cavaliere.
Hossein afferr uno dei due archibugi che gli pendevano dalla sella e spar a casaccio a fior di terra.
Un grido echeggi fra le erbe.
Karaval!... Son morto!...
Ed io invece sono vivo, url Tabriz, alzandosi.
Da abilissimo cavaliere, nel momento in cui il suo persiano riceveva la scarica in mezzo al ventre, aveva allargate le gambe e abbandonate le staffe, sicch era caduto molto pi lontano senza rimanere sotto l'animale.
Intanto un uomo si era alzato fra le erbe e si era dato a fuga precipitosa. Era Karaval.
Il bandito non aveva avuto il tempo di montare a cavallo e contando sulla propria agilit e credendo di sfuggire meglio ai colpi dei suoi nemici e di nascondersi, al momento opportuno, fra le erbe, aveva preferito giuocare di gambe.
Tabriz lo aveva per scorto e quantunque non avesse preso con s nessun archibugio, si era slanciato risolutamente sulle sue tracce, contando sul proprio kangiarro.
Hossein si era provato a sua volta ad inseguirlo, per non aveva percorsi dieci passi che si era sentito scaraventare in aria.
Il suo cavallo aveva urtato in qualche ostacolo, probabilmente contro qualche fune tesa fra le erbe, ed era caduto sbalzando di sella il cavaliere.
Quel capitombolo non poteva avere tristi conseguenze fra quelle masse erbose alte un paio di metri.
Tabriz intanto continuava ad inseguire accanitamente Karaval, urlando senza posa:
Fermati, birbante, o ti spaccher il cranio!  Tabriz che ti d la caccia, il gigante!...
Mi basta un pugno per accopparti!...
Il bandito, pazzo di terrore, continuava a scappare, sbuffando come una foca. Aveva le ali ai piedi e pareva che avesse ritrovata l'agilit dei suoi vent'anni.
Tabriz per non lo lasciava e colle sue lunghe gambe e i suoi slanci di cavallo selvaggio guadagnava sempre pi.
Ad un tratto il bandito incespic e cadde. Tabriz d'un colpo gli fu addosso afferrandolo pel collo e sollevandolo come un fantoccio.
Sei preso, miserabile! url.
Grazia! rantol il miserabile che non osava pi dibattersi.
S grazia, se parlerai. Dammi intanto il tuo kangiarro e anche il tuo archibugio, che vale in questo momento meno d'un bastone e aspettiamo il padrone.
Il signor Hossein?
Come! url Tabriz stringendolo con maggior violenza, fino a fargli uscire la lingua d'un buon palmo. Tu lo conosci?... Ah!... Ti sei tradito!... Il nipote del beg non si era ingannato.
Grazia... mi strangoli.
Non ora, rispose il gigante, allargando il pugno.
 necessario che tu parli prima, furfante.
Gli tolse il kangiarro, ed il fucile lo depose dinanzi a s, sull'erba, dicendogli con voce minacciosa:
Un moto, una parola e ti accoppo con un pugno, e bada che con un pugno io un giorno ho ammazzato un cammello. Mi hai capito?
Non sono sordo, signor Tabriz, rispose Karaval con voce tremante.
Una voce in quel momento si alz fra le erbe!
L'hai preso?
Era Hossein che si avanzava conducendo per la briglia il proprio cavallo, non che i due dei banditi.
 in mia mano, signore, rispose il gigante, e non mi scapper pi, te l'assicuro.
Hossein leg i tre cavalli insieme, li fece coricare fra le erbe, poi impugnato il kangiarro si precipit come una belva addosso a Karaval. Una collera terribile avvampava nei suoi occhi.
Miserabile! url. La morte causata da un colpo d'arma bianca sarebbe troppo dolce per te, come sarebbero pure troppo dolci le pi atroci torture.
Grazia, signore, balbett Karaval che tremava come se avesse la febbre. Io non ho agito per mio conto.
Che cosa vuoi dire? chiese Hossein stupito.
Che se fosse stato in me non vi avrei tradito. D'altronde, voi, mi dovreste un po' di riconoscenza, perch senza di me, voi non sareste mai usciti vivi dalla steppa della fame.
Questo briccone  pi furbo del diavolo, mormor Tabriz.
Per conto di chi hai agito? chiese Hossein che aveva alzata la terribile lama sulla testa del bandito. Del capo delle Aquile?
No, signore. Dopo che Talm fu liberata da vostro cugino Abei, io non l'ho pi riveduto, quindi egli ignorava che voi foste ancora vivi.
Di chi dunque?
Il bandito ebbe una lunga esitazione.
Parla o ti faccio arrostire a lento fuoco.
Di vostro cugino.
D'Abei! rugg Hossein.
S, m'aveva preso ai suoi servizi onde tornassi a Kitab a cercare i vostri cadaveri.
Per quale motivo?
Per assicurarsi se voi, signore, eravate proprio morto.
Ah!... Canaglia!... Anche quello voleva!
Come avrebbe potuto sposare Talm? Ci voleva qualcuno che testimoniasse la vostra morte.
L'infame!...
Una parola, padrone, disse Tabriz.
Poi rivolgendosi verso il bandito:
Tu sai chi  stato a colpirci a tradimento con due colpi di pistola, mentre noi facevamo fronte ai moscoviti.
S: mi hanno detto che  stato Abei.
Hai udito, signore?
S, rispose Hossein coi denti stretti. Quell'infame voleva la mia fidanzata e anche la mia vita.
Prosegui: che ordini ti aveva dato mio cugino quando tu tornasti a Kitab?
Di riportare nella steppa i vostri cadaveri, se l'avessi potuto.
E se ci aveste trovati solamente feriti?
Di perdervi a qualunque costo e di consegnarvi all'Emiro, avendoti egli messo, nella fascia, dei documenti compromettenti.
Vedi, padrone, che io non mi ero ingannato, disse Tabriz.
Hossein stette qualche minuto silenzioso, poi volgendosi verso il bandito che si teneva le mani sul capo come per difenderlo da qualche colpo di kangiarro, gli disse:
Sarei nel mio diritto di ucciderti, invece io ti far dono della vita, ad una condizione.
Tabriz fece una smorfia e scosse il capo, come se fosse poco contento di quelle parole.
Parla, mio signore, disse Karaval, respirando a pieni polmoni.
Che tu deponga dinanzi al beg, mio zio, di quale infame missione ti ha incaricato mio cugino.
Sono pronto a farlo.
Tabriz, lega le braccia a quest'uomo e mettilo in sella.
Partiamo?
Subito: ho sete di vendetta.
Ecco la fine della tragedia, mormor il gigante.
Leg poi solidamente le braccia al bandito, lo pose su uno dei tre cavalli e ripartirono a piccolo trotto attraverso la steppa sconfinata.
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CAPITOLO 12.
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La giustizia del "beg".
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Giah-Agh, il formidabile beg della steppa turchestana, seduto sui cuscini di seta che contornavano la sua spaziosa e ricca tenda, innalzata di fronte alla casa della bella Talm, fumava silenziosamente il suo narghileh come era sua abitudine.
I servi entravano ed uscivano per portare i suoi ordini ai conduttori delle innumerevoli mandrie di cammelli, di montoni e di cavalli che pascolavano nelle ubertose steppe dei Sarti, dove l'erba cresceva gigante.
Eppure il beg quella sera non appariva tranquillo come il solito. Di quando in quando, come se presentisse che qualche cosa di tragico e di terribile dovesse accadere, s'alzava a sedere, respingendo quasi con rabbia il bocchino d'ambra del suo cannello e come se l'essenza di rose, mescolata nella bottiglia dorata, avesse perduto improvvisamente il suo delizioso profumo.
I suoi occhi, sempre vividi e nerissimi, malgrado l'et, si fissavano sui quattro falchi di Abei, che squittivano sui loro bastoni in croce.
Al di fuori forti raffiche si succedevano sbattendo vivamente il feltro grossolano della tenda, impenetrabile alla pioggia.
Gi due volte aveva ricaricato il caminetto del suo narghileh, quando i due cani di guardia mandarono un lunghissimo ululato, che aveva qualche cosa di lugubre.
Karon, disse il beg, staccando il bocchino d'ambra e gettando in aria un ultimo getto di fumo, chi si avvicina?
I nostri uomini, signore, che accampano all'aperto, nulla hanno avvertito; i cani avranno fiutato qualche animale, rispose Karon.
No, disse il beg. Non urlerebbero cos! E poi a quest'ora si sarebbero slanciati sulla steppa. Va' a vedere.
Il servo, che era una specie di maggiordomo, che aveva preso il posto di Tabriz, usc dalla tenda e dopo d'aver interrogato i guardiani dei cammelli, dei montoni e dei cavalli, si avanz risolutamente attraverso le alte erbe, quantunque fosse sicuro che i cani ed anche il beg si fossero ingannati.
Aveva percorso un tre o quattrocento passi, quando i suoi orecchi furono colpiti da un galoppo precipitoso, che pareva prodotto da pi cavalli.
Temendo che qualche banda di briganti fosse per irrompere sull'accampamento, torn rapidamente nella tenda del beg, informandolo di quanto aveva udito.
Che sia Abei che ritorna dalla casa di Talm? chiese il vecchio.
Non si fa mai accompagnare, beg, rispose il maggiordomo. Egli non ha bisogno d'alcuna scorta e poi i cani lo conoscono troppo bene, per abbaiare in quel modo.
In quel momento si udirono i guardiani del bestiame a gridare:
Chi vive?...
Una voce formidabile che parve un colpo di tuono, si alz fra le tenebre:
Cerchiamo il beg Giah-Agh, nostro signore!
Pochi minuti dopo, tre cavalli neri, coperti di schiuma e montati da tre uomini, giungevano dinanzi alla tenda del beg, gridando:
Largo agli amici!
Giah-Agh aveva lasciato cadere il cannello del narghileh e si era fatto pallidissimo, esclamando:
Che i morti ritornino o che i miei orecchi troppo vecchi si siano ingannati?
T'inganni, zio, solo i vivi ritornano, rispose una voce.
Un uomo  comparso sulla porta della tenda, esponendosi alla luce che proiettava la lampada sospesa al di sopra della pietra che teneva ferma l'ossatura.
Il beg mand un url:
Hossein!
S, zio, s padre, rispose il giovane, che era pallido come uno spettro. Sono io che vengo a reclamare giustizia al beg della steppa turchestana.
Giah-Agh era rimasto immobile, come se fosse stato fulminato.
Hossein! balbett.
E ci... sono anch'io, padrone, disse Tabriz, avanzandosi ed entrando nel raggio proiettato dalla lampada. Ed anch'io non sono un morto!
Con uno scatto improvviso, che un giovane di vent'anni gli avrebbe invidiato, il beg si alz.
Hossein!... ripet per la terza volta. Tabriz! Da dove venite voi? Da questo o dall'altro mondo?
No, padre, rispose Hossein; da questo mondo, poich non siamo morti come ti aveva fatto credere mio cugino. Le sue palle non ci hanno uccisi.
Il vecchio beg fece un salto innanzi, cogli occhi in fiamme, il volto trasfigurato.
Hossein! grid, che cosa dici tu?
Dico che mio cugino ha fatto fuoco su di me e su Tabriz a tradimento, per ucciderci, mentre noi stavamo combattendo disperatamente contro i moscoviti che assalivano Kitab: dico e accuso mio cugino di aver assoldate le Aquile della steppa per rapirmi Talm; dico e accuso mio cugino di aver nascosti nella mia fascia dei documenti compromettenti, per farmi fucilare dai russi o dai soldati dell'Emiro e di aver cercato pi tardi di farci assassinare una seconda volta.
Padre: vendetta, vendetta!  tuo nipote che la chiede al beg della steppa turchestana!
Tabriz a sua volta si era fatto innanzi, dicendo con voce solenne.
Ed io confermo, padrone, tutte le accuse di tuo nipote e ti porto un altro testimonio, l'uomo pagato che doveva assassinarci una seconda volta.
Karaval! Fatti innanzi!
Il bandito, che fino allora si era tenuto nell'ombra, s'avanz verso il centro della tenda.
Parla tu! gridarono ad una voce Hossein e Tabriz.
Tuttoci che ti hanno narrato questi uomini, o beg,  vero e lo giuro su Maometto e su Al, disse il miserabile. Io sono stato assoldato da tuo nipote Abei, per assassinarli nel caso che i due colpi di pistola non li avessero finiti o di consegnarli all'Emiro di Bukara.
Abei mi ha dato cento tomani, da dividerli con un mio compagno, che Tabriz ha ucciso nella steppa.
Fa' portare qui il Corano ed io giurer, se vuoi, sul libro sacro.
Un grido rauco, che rassomigliava all'urlo strozzato d'una belva in furore, era sfuggito dalle labbra del beg.
Basta, disse. Ho troppe prove. D'altronde dubitava.
Poi, slanciandosi verso Hossein e serrandoselo con frenesia fra le braccia, gli disse:
Allah sia ringraziato! Tu avrai giustizia!
Con un gesto maestoso si volse verso il maggiordomo che stava fermo sulla porta della tenda, dicendogli:
Recati subito alla casa di Talm e fa' venire qui immediatamente Abei.
 inutile, signore, rispose il maggiordomo. Odo il galoppo del suo cavallo.
Hossein, Tabriz e anche tu, brigante, uscite e non entrate se non quando Abei sar qui.
Una domanda, padre, disse Hossein.
Parla.
L'ha sposata Abei?
No: non gliel'ho permesso, perch io non ho avuto la prova della tua morte.
Grazie, padre.
Uscite!
Si riadagi sul cuscino di seta, riaccese il narghileh, con una calma pi apparente che reale, poi fece scorrere con una feroce volutt la sua famosa scimitarra di Damasco entro la guaina di marocchino laminato d'oro.
La giustizia del beg sar tremenda come un colpo di tuono, mormor.
Il galoppo d'un cavallo si udiva in quel momento distintamente.
Un terribile sorriso comparve sulle labbra del fiero beg.
Eccolo! mormor.
Il cavallo si era fermato dinanzi alla vasta tenda ed un giovane, vestito tutto di seta bianca, ricamata in oro, con bottoni di turchese, era entrato, dicendo:
Buona sera, padre.
Era Abei.
Giah-Agh pieg appena il capo e staccando dalle labbra il bocchino, chiese quasi con noncuranza:
Come sta Talm?
Piange sempre, padre, rispose il giovane, con voce irata. Pare che non sia capace di dimenticare quel povero Hossein.
Forse dubiter che sia morto, disse il beg, con sottile ironia.
L'ho veduto io a cadere sotto il piombo dei moscoviti, insieme con Tabriz. Che cosa spera ancora?
Sei ben sicuro che siano morti? chiese il beg con voce fremente.
Dubitereste, padre? chiese Abei, impallidendo.
Accostati ed ascoltami.
Abei era diventato livido ed inquieto, tuttavia obbed e si avvicin al vecchio beg.
Voltati indietro, ora, disse Giah Agh.
Abei guard con ispavento il vecchio, nei cui occhi balenava una fiamma terribile.
Padre! esclam con angoscia.
Voltati! url il beg.
Abei gir il capo e mand un grido.
Hussein, Tabriz e Karaval erano comparsi improvvisamente sulla porta della tenda.
Li vedi? rugg il beg.
Con un rapido gesto sfoder la scimitarra di Damasco. Un lampo brill in aria ed Abei cadde colla testa quasi staccata dal busto.
Ecco la vendetta del beg della steppa turchestana, esclamo Giah-Agh, con voce tuonante. Hossein, sei vendicato.
Karaval, spaventato, si era slanciato fuori dalla tenda, fuggendo a tutte gambe, temendo di subire l'egual sorte. Tabriz che lo teneva gi d'occhio gli aveva tenuto dietro.
Due spari rimbombarono quasi subito, seguiti da un grido, poi il gigante ricomparve, tenendo in pugno due pistole ancora fumanti.
Padrone, disse, accostandosi a Hossein, che guardava con terrore il cadavere d'Abei, tu avevi promessa salva la vita al bandito, ma io non avevo giurato n su Maometto, n su Al, e l'ho ammazzato. Dei traditori ve ne sono perfino troppi nella steppa.
Anche il vecchio beg guardava il corpo di Abei; quando l'ultimo fremito cess, alz gli occhi verso Hossein e gli disse con voce pacata:
Giustizia  fatta. Prendi il mio miglior cavallo e recati da Talm che da tanti giorni ti piange.
Poi, volgendosi verso Tabriz, che pareva aspettasse qualche ordine:
Seppellisci nella steppa quest'uomo, gli disse, additandogli Abei. Non  mio nipote....  un miserabile. Va'!... Portalo via!
...
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...
FINE.